Abitare a Roma.net – Campi Rom: un business da ventisei milioni di euro

di Mauro Carbonaro

La denuncia del presidente dei Radicali Italiani, Riccardo Magi, per il superamento di un sistema fallimentare

Alla luce dell’operazione Mondo di Mezzo, scattata nella capitale lo scorso 2 dicembre, ha ripreso forza il dibattito legato ai campi rom e alle politiche di accoglienza nella città di Roma. Sotto un apparato clientelare, per anni business prioritario dell’imprenditoria legata a doppio filo con le istituzioni, i Villaggi della solidarietà e i Centri di raccolta Rom sono stati fulcro di interessi paralleli.

Partiamo dai numeri. A fornirli è l’Associazione 21 luglio, organizzazione non profit impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia. Nella loro ricerca, (Campo nomadi S.p.a.), su rielaborazione dei dati forniti dall’Ufficio Nomadi di Roma Capitale, viene evidenziato come, a Roma, i Villaggi della solidarietà presenti nel giugno 2013, fossero: Lombroso (costituito nell’anno 2000), Candoni (anno 2000), Gordiani (anno 2002), Cesarina (anno 2003), Camping River (anno 2005), Castel Romano (anno 2005), Salone (anno 2006), La Barbuta (anno 2012). All’interno, sempre nel giugno dello stesso anno, erano presenti 4.391 rom (dai circa mille di Castel Romano, fino agli appena 150 di Lombroso). Centri di segregazione, con presidi sanitari assenti (ad eccezione di Camping River e Salone), distanti, perlopiù, chilometri dai centri abitati. Affiancati a questi, troviamo i Centri di raccolta Rom. In ordine cronologico, dal 2009 in via Salaria (inizialmente per gli sgomberati dell’insediamento Casilino 700), passando per via Amarilli nel 2010 (con parte degli sgomberati di Casilino 900), fino al Best House Rom del 2012 (inizialmente per accogliere gli sgomberi dal campo di via del Baiardo). Come si legge dalle pagine della Associazione, al loro interno, nel 2013, vivevano circa 680 persone, unicamente di famiglia rom.

Spazi ai margini della vita urbana, in situazioni igienico sanitarie ai limiti del consentito, che risultano, tuttavia, altamente onerosi per le casse cittadine. Solamente nel 2013, oltre sedici milioni di euro, cui circa il 60% rappresentato dai soli costi di gestione. Per il mantenimento di ogni famiglia all’interno, si va dagli 11 mila del Villaggio di Lombroso (con 30 famiglie presenti), agli oltre 27 mila del villaggio di Castel Romano (con 198 famiglie presenti). E non è tutto. A questi villaggi, si aggiungono i tre Centri di raccolta Rom con un costo annuo per famiglia quasi doppio, rispetto ai precedenti, per un complessivo di oltre sei milioni di euro, nonché le spese annue che il Comune di Roma sostiene per gli sgomberi, stimate in oltre un milione e mezzo (come si legge nelle pagine di Campo Nomadi s.p.a., l’unico sgombero forzato del 2013 i cui costi sono documentati, è quello avvenuto nel settembre 2013 in via Salviati/Collatina, dove il Comune di Roma ha sostenuto la spesa di 150.615 euro, assunta per il calcolo nell’anno 2013). Un sistema rodato, che permette di gestire famiglie all’interno di fabbricati, il più delle volte non superiore ai dieci metri quadrati di ampiezza.

A rompere il silenzio, denunciando il sistema della capitale, è il consigliere di Roma Capitale, Riccardo Magi. Il Presidente dei Radicali Italiani e vicepresidente della Commissione Politiche Sociali di Roma Capitale, richiamando la lettera inviata dalla Direzione Generale Giustizia della Commissione Europea al Governo italiano («Richiesta di informazioni aggiuntive riguardo a questioni di alloggio dei rom in Italia ai fini della direttiva 2000/43/CE sull’uguaglianza razziale», con attenzione al campo in località La Barbuta), ha sottolineato come l’emergenza nomadi proclamata sulla spinta dell’allarme mediatico, ha consentito negli anni scorsi da una parte di avere più fondi e adottare atti in deroga alle leggi, dall’altra di creare l’allarme sociale da usare a fini elettorali. E ancora, in Italia, ma in particolare a Roma, permane un sistema di campi – per durata e indotto – unico in Europa. Nella Capitale infatti, sebbene riguardi appena 1200 famiglie, la gestione dei campi ha comportato un esborso di risorse pubbliche pari a ben 25 milioni di euro solo nel 2013, con risultati disastrosi di inclusione sociale, lavorativa, abitativa. Come evidenzia il presidente dei Radicali, la punta di tale sistema è rappresentata dal Centro di raccolta rom denominato “Best House Rom” di via Visso (sulla Tiburtina altezza San Basilio). All’interno della struttura vivono centinaia di rom in spazi angusti e privi di finestre, con il Comune di Roma che paga seicento euro mensilmente all’ente gestore, per un impegno economico annuale di oltre un milione e duecentomila euro nel solo 2013.

Il Consigliere comunale Riccardo Magi, nella complessità di un argomento che divide la cittadinanza, ha deciso di denunciare l’illegalità di questa prassi, con uno sciopero della fame, iniziato il 30 novembre scorso (chiudere questo centro illegale il prima possibile e convertire le ingenti risorse che ogni mese vengono dissipate, per costruire quei percorsi di inclusione abitativa e lavorativa per Rom e non Rom che attualmente sono del tutto assenti), ed interrotto solamente dopo gli impegni assunti dal sindaco Ignazio Marino, il 9 dicembre (“Sono al lavoro con il consigliere Riccardo Magi su un piano per superare definitivamente e in maniera strutturale il sistema dei campi per Rom nella Capitale – ha affermato il sindaco Marino – è mia ferma intenzione collaborare con tutti coloro che come Carlo Stasolla e l’Associazione 21 luglio, abbiano proposte per aiutarci a raggiungere questo obiettivo. A Riccardo Magi e Carlo Stasolla, che ringrazio sinceramente per aver sollevato, tra l’altro, il caso emblematico della struttura “Best House Rom”, chiedo di sospendere il loro sciopero della fame”.). Il superamento dell’emergenza Roma, contestuale al concetto dei campi Rom, rimane un obiettivo fissato dalla Commissione europea e recepito nel 2012 dal Governo con la Strategia nazionale di inclusione delle comunità Rom, Sinti e Camminanti. Limpegno preso dal Comune, dopo la spinta del consigliere Riccardo Magi, potrebbe portare all’inversione di rotta che in molti auspicano, sulla strada dell’housing sociale o su quella del lauto recupero a fini residenziali del patrimonio esistente.

da Abitare a Roma.net

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