Belli, onesti, emigrati australiani

Mia nonna è partita dal porto di Civitavecchia poco più che ventenne, con due figli, uno rimasto nel cuore e l’altro tenuto ben saldo per mano, che non decidesse di sporgersi troppo dalla balaustra della nave.

Appassionata ballerina, militante cattolica, bella e raffinata, in Italia aveva avuto persino una piccola parte con Mastroianni (“Ah, quanto era elegante!”).

A Sydney invece, quando è scesa dalla nave, era solo una straniera.

Lei e mio nonno, che era tipografo e come tipografo aveva trovato lavoro, si sono stabiliti in uno di quei quartieri con le casette basse e il giardino sul retro, dove hanno cresciuto il figlio, quello della balaustra, e una bambina nata pochi anni dopo il loro arrivo.

Mia nonna, in Australia, non è più straniera da un pezzo. Nemmeno mio padre, mentre mia zia, nata lì, straniera non è mai stata. Così non lo sono neanche io, che ne sono – fiera -  cittadina da pochi mesi.

Oggi nel quartiere non ci sono più molti italiani, e i loro vicini sono pakistani, vietnamiti, cinesi, afghani, libanesi. Dai libanesi tutte le mattine mio nonno va a comprare il pane. Nella cucina di mia nonna, invece, vanno e vengono frotte di bambini figli dei vicini, da pochi anni trasferitisi dal Pakistan.

Ieri una commerciante del mio quartiere si è lamentata davanti a lei, che è qui in visita, dei “cani e porci che entrano da noi”, contestualmente elogiando le politiche migratorie australiane, grazie alle quali alcuni suoi familiari, si suppone gente per bene, non certo cani e porci, sarebbero riusciti a trasferirsi lì.

Mia nonna, che non sente più tanto bene, si è allontanata noncurante e per tutta risposta ha iniziato a parlarmi con un pizzico di nostalgia dei suoi vicini.

Belli, onesti, emigrati australiani
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