Cooperazione allo sviluppo: potenzialità dei flussi migratori e coinvolgimento delle imprese

"Potenzialità intrinseche dei flussi migratori e del coinvolgimento delle imprese per una più efficace politica di Cooperazione allo Sviluppo" di Giorgio Andreoli

A fine gennaio si è svolta la Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo: due giorni di discussione sui temi oggetto delle politiche di sviluppo nella splendida cornice dell’auditorium di Roma.
Le sessioni plenarie e le tavole rotonde sono state alimentate dalla partecipazione e dagli interventi di rappresentanti del mondo della politica, delle organizzazioni internazionali, di finanziatori, delle istituzioni, delle università, del settore privato e più generalmente dalla società civile.
Nella discussione delle linee strategiche per la politica della cooperazione allo sviluppo è emersa l’importanza di affrontare il tema delle migrazioni nell’ambito della cooperazione, così come la necessità di coinvolgere il settore privato come attore protagonista nelle azioni di cooperazione.

Eppure, andando a leggere i documenti di sintesi dei lavori appare evidente come quelle che sembravano essere le due più importanti parole chiave della due giorni di discussione, migrazioni e settore privato, siano state declinate in modo incompleto .

Per quanto riguarda il tema delle migrazioni, a fronte di raccomandazioni e proposte che coniugano in maniera ragionata il flusso migratorio con la potenzialità di un ritorno nella cooperazione allo sviluppo attraverso un diretto coinvolgimento degli immigrati nelle politiche di cooperazione, manca un chiarimento esplicito dell’inganno operato negli ultimi mesi che ha fatto passare per fondi di cooperazione le attività volte al controllo delle frontiere, respingimento di migranti o azioni che niente hanno a che fare con azioni umanitarie, confondendo di fatto la generica cooperazione internazionale riferita a qualsiasi iniziativa economica comprendendo anche le spese militari e le attività di peacekeeping con la cooperazione allo sviluppo che invece è espressamente volta a perseguire il miglioramento delle condizioni socio-economiche in aree più povere.

I fondi per la cooperazione evidenziano a consuntivo la contiguità accordata ad aspetti securitati e umanitari, in cui tutto appare confuso. C’è anche chi ha giocato politicamente su questo equivoco parlando della capacità della nostra cooperazione di coniugare solidarietà e sicurezza.

Per non lasciare adito a dubbi sarebbe opportuno stabilire un netto reindirizzamento di questo approccio e specificare che l’integrazione ed il pieno coinvolgimento degli immigrati nel tessuto socioeconomico è strumento fondamentale per incidere nelle attività di cooperazione diretta nei paesi beneficiari, proprio per mezzo degli stessi immigrati che mantengono interessi e rapporti con i Paesi di origine.

In effetti c’è stato chi, dall’Unione Europea ha raccomandato un cambio netto nella politica verso l’immigrazione. In particolare evidenziando la necessità di far incontrare la professionalità e le esigenze del popolo dei migranti con la possibile offerta di lavoro e accesso ai servizi.
Le politiche di cooperazione non possono prescindere dalla presa in carico dei flussi migratori che sono economicamente e socialmente interconnessi.

Anche l’altra parola chiave, settore privato, viene fortemente ridimensionata nei documenti finali nei quali appare palesemente l’incapacità di gran parte del mondo della cooperazione di capire appieno la potenzialità del settore privato nel creare le sinergie con tutti gli altri attori della cooperazione per affrontare insieme i temi legati allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare.

A livello istituzionale si ha difficoltà a capire e concepire il ruolo giocato dal settore privato. Facendo una panoramica sui siti del MAECI, dell’AICS, o anche delle amministrazioni locali quando si parla di opportunità nel campo della cooperazione, si fa riferimento al volontariato (campi di lavoro, servizio civile, volontariato europeo, etc.) al MAECI, all’UE, all’ONU, ed infine al variegato mondo delle ONG. Nessuna informazione o indicazione invece sulla possibilità di lavorare in ambito cooperazione con società private che forniscono consulenza ed assistenza tecnica.

Eppure è proprio il settore privato che ha sviluppato una professionalità ben specifica nell’ambito della cooperazione dove operano numerose imprese che forniscono consulenza ed assistenza per coadiuvare Istituzioni e governi beneficiari nell’identificazione dei programmi nonché nella preparazione, esecuzione, monitoraggio e valutazione dei progetti di cooperazione.

Questo ruolo del settore privato è ben riconosciuto altrove e difatti sono molte le imprese non-italiane che operano in ambito internazionale nella cooperazione. Tuttavia anche in Italia si è sviluppata questa professionalità e sono molti gli italiani che lavorano nel settore, pur se spesso con imprese non-italiane perché ci sono maggiori opportunità all’Estero che non Italia. Difatti al mancato riconoscimento del ruolo del settore privato nell’ambito della cooperazione segue anche una inconsistente offerta di opportunità per il mercato italiano che come ultimo effetto genera una minore professionalizzazione a tutto vantaggio degli altri Paesi Europei che non solo danno più opportunità di lavoro alle imprese ma hanno più facilità di gestire fondi europei in cooperazione delegata.

Andrà fatto un grosso sforzo per esplicitare con chiarezza il ruolo del settore privato nel contributo che può dare attraverso la finanza pubblica anche nell’Assistenza Tecnica, la Consulenza e la Formazione professionale, non limitando il suo ruolo al solo cofinanziamento attraverso PPP e Blended Finance.

Cooperazione allo sviluppo: potenzialità dei flussi migratori e coinvolgimento delle imprese
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