Democrazia in palestra: 5/Arrival

Di Leone Barilli.

Cosa c'entra il contatto tra alieni e esseri umani con il tema della democrazia?, vi chiederete. Cosa c'entra il tentativo di trovare il modo di comunicare tra soggetti così diversi con le regole del nostro stare insieme? In effetti il salto logico sembra ardito. Ma se proviamo ad andare al cuore del paradosso forse questo film ci dice di più di quanto potremmo immaginare. Innanzitutto racconta l'incontro con il diverso da noi e gli sforzi che vengono messi in campo per cercare di comprendere e farsi comprendere. La problematicità dell'incontro, dovuto a linguaggi estremamente complessi e distanti nella loro logica di fondo, rischia di essere soffocata da esigenze diverse e in gran parte dalla paura, fino a mettere a rischio la possibilità di dialogo ricorrendo alla violenza per sopprimere l'altro da noi. L'intelligenza acuta e la sensibilità della linguista incaricata di trovare un modo di comunicare con gli alieni che comporti la vera comprensione del linguaggio altrui per non cadere in equivoci pericolosi, riescono in extremis a scongiurare la peggiore delle fini. In epoca di muri di fronte alle ondate migratorie, in un epoca dove sembra che l'unica soluzione per affrontare la complessità del mondo in cui viviamo sia quella di rinchiudersi dentro i propri confini nazionali questo film di genere fantascientifico in realtà è estremamente politico. Non solo perché ci ricorda che la nostra identità è il frutto dell'incontro con l'altro e che il nostro progresso come genere umano si nutre appunto della pluralità, ma anche perché prova ad indicarci una nuova direzione. La nostra cultura millenaria si nutre e si è nutrita secondo il mito della frontiera o per meglio dire della conquista fin dai tempi antichi. E per un verso o nell'altro ci siamo fatti la guerra, se non per dominare l'altro da noi, per lo meno per non soccombere.
Potremmo parlare di storia paranoica dell'uomo, dove da un lato si sconfinava alla ricerca di nuove terre da esplorare e dall'altra ci si rinchiudeva per difendere il proprio territorio. Nonostante la cultura abbia prodotto strumenti per comprendere l'uomo in disegni più grandi di lui, nel tentativo di sedare la propria natura violenta, religioni, filosofie, arte, sembra continuare ciclicamente a prevalere la cultura dell'homo homini lupus. E imperterrita, la logica della conquista, intesa anche come azioni tese a indebolire l'altro da noi, riprende il sopravvento. Si innalzano muri, si torna a investire in grossi apparati militari, ciò che univa un tempo oggi è motivo di separazione, nella logica: se non sei mio amico sei mio nemico. Questa logica in brevissimo tempo ha ripreso a pervadere anche la miserevole politica italiana. Dove scissioni, separazioni, fratture, sono l'effetto secondario anche di tentativi egemonici più determinati dalla forza dei numeri che non da ragioni di buon senso, o dalla necessità di mettersi davvero in gioco. Tutti buttano il pallone fuori dal campo, confermando quello che diceva Jacques Maritain ovvero che “la tragedia delle democrazie moderne è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia”. Non ci sono riuscite perché ha prevalso la logica del dominio, la logica di un potere che una volta conquistato ha creato meccanismi di conservazione, un potere che non si è spogliato di sé ma al contrario si è chiuso in se stesso escludendo milioni di cittadini. E allora dobbiamo cambiare paradigma, modificare la nostra scala di valori sulla quale basiamo l'idea stessa di successo o sconfitta. Così come Amy Adams, consegnandosi agli alieni con tutto il suo corpo, raggiunge la comprensione di un sofisticatissimo linguaggio che le permetterà di scoprire la capacità di viaggiare nel tempo, così la politica dovrebbe avere il coraggio di consegnarsi ai cittadini, dotando questi di veri strumenti di scelta e di decisione. Perché se il linguaggio stesso è “l'oblio mortifero di Orfeo” o “l'attesa di Ulisse incatenato”, come ci racconta Michel Foucault, è solo svuotando il potere dei suoi luoghi di elezione che possiamo redistribuire sovranità agli individui. E' solo rimettendo in discussione le dinamiche del potere nelle sue forme più nascoste e per questo più familiari, a tutti i livelli della scala sociale, che potremo contribuire a sviluppare democrazie più compiute. Certo bisogna lasciarsi andare, affidarsi al mare in tempesta piuttosto che rimanere in rada, cadere senza paracadute, investire.. senza certezza del ritorno economico, facendo solo affidamento sugli altri piuttosto che su se stessi.
Se ci pensate bene già oggi affidiamo la nostra vita privata a “un altro” da noi. Che siano algoritmi o dati, i nostri gusti le nostre preferenze sono in mano a persone che non conosciamo e non sappiamo bene che utilizzo ne possano o vogliano fare. Ma questo non ci crea imbarazzo.
E allora perché dovrebbe crearci imbarazzo sovvertire le logiche del potere? Perché mai dovremmo tentennare nel liberarci dalla logica del dominio?

Democrazia in palestra: 5/Arrival
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