E se questo vuol dire rubare

Di Alessandro Capriccioli.

Nasci in mezzo alla mondezza, in un posto di merda. Arrivato a sei o sette anni sei passato già attraverso due o tre sgomberi, consistenti nell'arrivo più o meno annunciato di alcuni individui in divisa che scaraventano in mezzo alla strada le povere cose e i quattro stracci che hai per portarti, bene che vada, in un altro posto di merda.
Cresci con genitori che rubano, che non hanno voglia di lavorare, che sfruttano i bambini e che non vogliono integrarsi, almeno a sentire quello che dicono gli altri. I quali altri lo dicono e lo ripetono così ostinatamente, e con tale convinzione, che la voce si sparge, si ingrossa, si ingigantisce e allora nessuno gli dà lavoro, finché per non crepare di fame sono costretti a rubare, a mandarti a mendicare e a dire addio a qualsiasi possibilità di integrarsi: avverando così, in modo mirabile, i pregiudizi che gli hanno appiccicato addosso.
Perlopiù puzzi. Mica perché sei rom, intendiamoci, ma perché nel posto di merda in cui vivi, che tra parentesi dista chilometri dal più vicino centro abitato, le fogne strabordano un giorno sì e un giorno no e c'è un filo d'acqua per lavarsi in venti. Quando c'è. Puzzi e a scuola gli altri bambini ti schifano, mentre i loro genitori chiedono incontri coi presidi e firmano petizioni per mandarti via. Così, tra la distanza, la vergogna, le petizioni e la fame che ti sbatte per strada a chiedere l'elemosina, finisce che a scuola non ci vai più.
A vent'anni, dopo altri sgomberi e altri posti di merda, hai studiato un quinto dei tuoi coetanei e hai un ventesimo delle loro prospettive. Senza manco accorgertene sei passato dalla parte dei grandi, di quelli che rubano, che non hanno voglia di lavorare, che sfruttano i bambini e che non vogliono integrarsi: e magari hai già un paio di figli che puzzano, che vengono schifati a scuola, che presto smetteranno di studiare come te per andare a mendicare in mezzo alla strada e riscattare il poco o niente che sei.
Per poi ricominciare da capo, all'infinito, generazione dopo generazione.
La vita dei rom è un paradosso che si perpetua, una pioggia di pregiudizi che si autoavverano, una gigantesca ruota di criceto che continua a girare sempre uguale, nei decenni, mentre intorno a loro cambia tutto tranne quella manciata di parole: rubano, non hanno voglia di lavorare, sfruttano i bambini, non vogliono integrarsi.
Ci vorrebbe poco, pochissimo, per rompere questo ingranaggio diabolico, che a Roma riguarda poche migliaia di persone: qualche soldo ben speso, un paio di idee più chiare del solito, un progetto finalmente serio e scrupoloso. Ma soprattutto la volontà di spezzarlo.
Noi quelle idee, quel progetto, quella volontà li abbiamo chiamati "Accogliamoci", e seimila romani hanno deciso di condividerli con noi. Stiamo aspettando che se ne discuta nell'Assemblea Capitolina, cosa che per legge sarebbe già dovuta accadere, e siamo pronti a batterci perché dopo la discussione vengano adottati.
Sarebbe ora di piantarla con le ruote e coi criceti, o no?

E se questo vuol dire rubare
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