Perché Roma non sia solo il luogo delle celebrazioni del 25 marzo

Il 25 marzo saranno passati 60 anni dalla storica firma, in Campidoglio nella sala Orazi e Curiazi, dei 2 trattati che istituirono la CEE e la CEEA (detta anche Euratom), con l’adesione dei 6 Paesi (Italia, Germani, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo) fondatori di quella che sarebbe diventa la attuale Comunità Europea.

Dopo il fallimento dell’esperimento della Comunità Europea di Difesa, ostacolata dal rinascere di spiriti nazionalistici post bellici nel momento della lenta ripresa economica, si imboccava la strada di quella cooperazione, integrazione e sviluppo che dopo secoli di conflitti terribili avrebbe assicurato, tra l’altro, il più lungo periodo di pace nel Vecchio Continente, tuttora perdurante.

E di nuovo sabato 25 marzo si riuniranno a Roma i rappresentanti degli attuali 28 paesi (mancherà la Gran Bretagna che è in procinto di uscirne come noto) per le celebrazioni del 60° anniversario di quello storico evento. Roma teatro quindi del formalismo celebrativo della Storia, ma in che misura saprà rappresentare lo spirito di quel desiderio comunitario che dai Trattati, e dal sogno di Spinelli ancora prima, emanava?

I leader europei si daranno convegno in una città che pare aver smarrito la propria vocazione “mondiale”, introvertita sulla cronicità dei suoi disservizi, rallentata dalla burocrazie elefantiaca e dal clientelismo più bieco; incapace di dare risposte di mobilità, innovazione ed inclusione. Una città che viene sventrata da opere senza costrutto e sbocconcellata dal flusso continuo di un turismo veloce, mordi e fuggi, che non trova nella città eterna motivi di permanenza se non archeologica.

Roma può e deve essere capace invece di risvegliare quella comunità di intelligenze e saperi che vi albergano, deve riappropriarsi del proprio ruolo egemone nella cultura, sperimentando con coraggio il rischio di impresa nell’incubare saperi nuovi, ricerca, sviluppo sano agganciato alla modernità.

Spero che il 25 marzo possa essere uno di quegli snodi magici della Storia, durante i quali la semplice celebrazione divenga fucina di riflessione culturale ma soprattutto politica, affinché la città sappia aprirsi alla concorrenza dei servizi, alla gestione leggera del welfare che deve tornare ad essere fruibili dai soggetti e non dalle coooperative (spesso degli amici degli amici); che sappia essere inclusiva anche nei confronti degli ultimi, dei migranti, dei Rom, perché Roma è “città aperta” non per decreto ma per tradizione e perché il melting pot è elemento di arricchimento ed utilità, come testimoniato dal progetto della stessa UE che ne porta il nome; che sappia credere nella trasparenza e nella partecipazione, elementi indispensabili per quella collaborazione fra fruitori, residenti e non, che renderebbero la città più smart, più fruibile e a misura di esigenze soggettive e collettive.

Roma dunque il 25 marzo ha la chance di sfruttare l’occasione dei riflettori del mondo per imboccare un cammino nuovo di progresso, innovazione e inclusione, magari facendo l’occhiolino alle tante proposte che da anni e anche in questi giorni noi di Radicali Roma elaboriamo e tenacemente proponiamo alla cittadinanza e poi al Palazzo.

Perché Roma non sia solo il luogo delle celebrazioni del 25 marzo
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