Quis custodiet ipsos custodes? Considerazioni non ideologiche

di Vanessa Sebastianutti

In queste tragiche ore di conta delle vittime, il Ministro Luigi Di Maio ha reso una dichiarazione che mi ha lasciata a dir poco perplessa. Per chi non avesse avuto occasione di leggere, sostiene Di Maio che, a forza di far propaganda per la privatizzazione, si è arrivati alla tragedia del crollo del ponte Morandi. Non so voi, ma io ci ho letto un auspicio di nazionalizzazione, nello spirito panpubblicistico e nazionalista in auge.
E’ un velato “io ve l’avevo detto”, di quelli che innervosiscono quando a dirlo sono i genitori, fanno infuriare quando usati per scopi platealmente propagandistici, peraltro in contesti tragici.
Tuttavia, oggi un amico, la cui intelligenza da sempre invidio, mi ha chiesto su una chat di WhatsApp perché evocassi il Venezuela in riferimento alla suddetta affermazione, invitandomi a non essere ideologica.

Ecco allora, di seguito, le mie considerazioni non ideologiche sulla questione – NdA: mi asterrò da qualsiasi commento di tipo ingegneristico o sulla responsabilità dei fatti di ieri.
C’è stato un tempo, durante l’adolescenza, in cui la mia massima aspirazione era quella di lavorare per l’amministrazione pubblica. L’idea di una scrivania stretta, dei mobili di compensato, di corridoi lunghi e vuoti attraversati dai soli passi di alacri e operosi servitori dello Stato, mi rendeva adrenalinica. Volevo fare il magistrato, pensavo che avrei salvato il mondo con il mio piccolo sacrificio, applicando il diritto.
All’epoca studiavo i classici greci e romani, ed erano questi ultimi che ammiravo più di tutti. L’individuo altro non è che un tassello nel grande mosaico della Res Publica. Così, almeno, mi piaceva interpretare i modelli.
Pensavo che lo Stato tutto potesse gestire e tutto potesse fare, che il socialismo rappresentasse il migliore dei mondi possibili.
Ho continuato a studiare, filosofia, diritto, un pizzico di economia, ho coltivato rapporti umani.
Ho imparato che perché uno Stato sia giusto, occorre che rispetti l’individualità del suo cittadino, che lo spinga a voler accrescere il proprio benessere materiale e morale. Ho imparato che, in un contesto del genere, il Diritto è strumento essenziale di tutela per i più deboli. Ho imparato che l’occasione fa l’uomo ladro, che esistono uomini avidi, uomini giusti, uomini che sono un po’ e un po’. Ho imparato che a volte da questa Res Publica si prendono schiaffi, calci e pugni che colpiscono la dignità.
Sono diventata liberale in politica, e liberista in economia.
Dunque, la mia prospettiva sul mondo è mutata, ma l’ammirazione e il mio stupore per la macchina pubblica – il senso dello Stato, qualcuno direbbe – è rimasta.
Per questo, per il nostro senso dello Stato, dobbiamo essere realisti.
Se è vero che lo Stato ha spesso abdicato persino al proprio ruolo di garante e controllore dei servizi pubblici, come possiamo pensare che possa assumere su di sé la gestione tout court dei detti servizi? A meno di non stampare moneta e creare inflazione – ipotesi scellerata, le cui conseguenze ci si palesano con l’attuale situazione venezuelana, semplicemente non esistono le risorse necessarie.
Ed inoltre, l’idea un po’ naive che la soluzione risieda nella nazionalizzazione dei servizi, tralascia la considerazione che lo Stato non è una macchina neutrale, bensì il frutto di scelte umane.
Non viene dunque in mente che il problema non sia la titolarità pubblica o privata dell’attività, bensì l’esercizio o meno del controllo sul prodotto? Che il problema sia il cortocircuito scellerato tra controllore e controllato? Che, per dirla con Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes?
La mia prospettiva è quella di una società in grado di allocare le risorse in maniera efficiente ed efficace. Per far questo, occorre una sinergia tra pubblico e privato, che nella Carta costituzionale e nella giurisprudenza costituzionale è scolpito nella locuzione “sussidiarietà orizzontale”.
Perché ciò sia possibile, è essenziale che lo Stato non abdichi al proprio ruolo di controllore. Che mantenga, in altre parole, la propria funzione di garante per i più deboli, specie in un settore fondamentale come quello dei servizi pubblici.
Ebbene, un ponte è crollato. Una tragedia annunciata, a quanto pare. Un fallimento dello Stato di diritto.
Nel frattempo le affermazioni del Vice Ministro evocano un clima da Guerra Fredda, senza aver neppure vinto una guerra di recente. Personaggi istituzionali che fingono (?) di non cogliere la differenza tra privatizzazione e liberalizzazione. Si afferma convintamente che il pubblico è più efficiente, e allo stesso tempo si stracciano le vesti per la corruzione dell’amministrazione. Si afferma che il pubblico è garanzia di qualità, mentre si inventano nuove fantasiose fattispecie criminali per i delitti dei pubblici ufficiali.
Ma in fondo, si dicono tutte queste cose perché pubblico vuol dire fondi pubblici e questo, lo sanno tutti, vuol dire fondi illimitati (alla faccia dei vincoli di bilancio che, lo sanno tutti, sono solo una favoletta) e magari un posto fisso per il figlio, il nipote.
Si utilizzerà la tragedia per mesi a venire in modo propagandistico per affermare che il privato è avido, e il pubblico ottimo. Si auspicherà la moneta sovrana, il ritorno del panettone pubblico. Ed ecco, all’improvviso, il perché del timore di diventare il nuovo Venezuela, dove un giorno, scelta politica dopo scelta politica, il sistema è crollato. Ecco che mi si palesa il timore di vivere in un regime di diritto di Stato, piuttosto che in uno Stato di diritto.

Quis custodiet ipsos custodes? Considerazioni non ideologiche