Roma tra sfida e opportunità: un monito all’Italia

Di Riccardo Magi. (da L'Unità del 1° marzo 2016)

Se tutte le strade portano a Roma è pur vero che da Roma hanno inizio.
Anche in politica, la Capitale è spesso stata laboratorio, avamposto di esperienze e fenomeni destinati a dispiegarsi sulla scena nazionale. Non è un caso, dunque, che il M5S abbia incassato proprio a Roma il suo primo grande successo elettorale e che in Campidoglio manifesti oggi, a neppure un anno dall’elezione di Virginia Raggi, i limiti più evidenti della sua capacità di governo.
Le istituzioni, locali e nazionali che siano, non sono piazze reali o virtuali (o “teatrali”) da arringare con slogan o hashtag. Dovrebbero invece essere i luoghi nei quali, attraverso le regole della democrazia, si perseguono gli interessi della collettività. Eppure in molti ricorderanno l’irruzione dei parlamentari M5S nell’Aula Giulio Cesare - Alessandro Di Battista in testa - durante la riunione del consiglio comunale capitolino, all’indomani dello scoppio di Mafia capitale nel dicembre 2014. Gli stessi parlamentari che poco prima insieme ai consiglieri, inclusa la futura sindaca, avevano inscenato una conferenza stampa arance alla mano per chiedere lo scioglimento del comune per mafia. Il coro “o-ne-stà, o-ne-stà” intonato a gran voce dai deputati grillini (anche in faccia al sottoscritto) e le loro bandiere pentastellate si confondevano e mischiavano con i fischi e i vessilli di Lega, Forza Nuova e Fratelli d’Italia: animatori con i Cinque stelle di quella contestazione.
Quell’episodio avrebbe dovuto far presagire un difetto di senso delle istituzioni, che nei due anni successivi si sarebbe manifestato in maniera lampante in molte occasioni, piegando le istituzioni alle esigenze del loro movimento, in continuità con le peggiori esperienze di governo cittadine.
Tuttavia, a destare la preoccupazione dei romani - e come biasimarli? - era soprattutto il degrado istituzionale che emergeva dagli atti dell’inchiesta della procura di Roma e il degrado di un città al collasso: senza servizi, senza soldi, senza speranza.
Con un dibattito pubblico lasciato in pasto alle inchieste giudiziarie da una politica litigiosa e introvertita; nel vuoto di analisi e risposte - lo stesso vuoto in cui è solito annidarsi il malaffare - il Movimento Cinque Stelle ha così avviato la sua cavalcata trionfale verso il Campidoglio.
“Cambieremo tutto”, è stata la promessa. “Rinegozieremo il debito” (senza dire, o sapere, che ciò non è nelle disponibilità del Comune), “riordineremo le partecipate” (ottimo slogan, ma come?). Nove mesi dopo, la gestazione del tanto atteso cambiamento non pare neppure iniziata, checché ne dica Beppe Grillo.
Da garantisti, non indugeremo certo sulle vicende giudiziarie che come una nemesi si sono abbattute sulla sindaca e i suoi collaboratori (anzi, avremmo fatto volentieri a meno dei dettagli non penalmente rilevanti ma penosamente sbattuti sulle prime pagine nazionali).
Quel che interessa, qui, sono i fatti.
La città da anni scende nelle classifiche sulla qualità della vita e, comprensibilmente, i romani sono tra i più insoddisfatti dei servizi pubblici, pur pagando le tasse locali tra le più alte.
La Capitale d’Italia poggia in buona parte su un’economia della “pizza a taglio”, dei souvenir, dei “compro oro” e di varie forme di piccola rendita. Da quasi un decennio il tasso di occupazione è stagnante, con un’impennata drammatica della disoccupazione giovanile nell’ultimo, e il futuro offre solo lavori stagionali e di bassa qualità. Il confronto con Milano è impietoso, come emerge da uno studio di Radicali Italiani. Oltre la metà degli occupati milanesi, infatti, svolge lavori altamente qualificati. Sul fronte della mobilità non va meglio: chi a Roma si sposta ogni giorno per lavoro o studio utilizza per lo più veicoli a motore privati, nel capoluogo lombardo, invece, la maggioranza dei cittadini si serve dei mezzi pubblici o privati collettivi.
Ribaltare questa realtà con soluzioni coraggiose - “Coraggio” era, del resto, il claim elettorale di Raggi - è la sfida con cui il M5S è stato chiamato a misurarsi, andando oltre gli slogan per aggredire i problemi, e non solo gli avversari. Superando quell’idea di perfezione di sé - già compromessa dalla cronaca di questi mesi - che sbarra la strada a ogni forma di dialogo.
Come Radicali, ci siamo sempre opposti alla deriva sfascista del “tanto peggio tanto meglio”, consapevoli che avrebbe portato a sbattere la città, prima che il M5S. Quindi non solo non ci siamo sfregati le mani davanti alle difficoltà da subito incontrate dalla sindaca, ma l’abbiamo pubblicamente spronata a mettersi al timone.
Tuttavia i Cinque stelle sembrano aver presto rinunciato a prendere posizioni chiare, nette e radicali per non incorrere nell’impopolarità: il rischio che deve affrontare chi intenda davvero mettere in atto politiche di riforma e rottura rispetto alle inefficienze del passato. Hanno invece preferito investire su un consenso low cost frutto del discredito dei partiti, ma anche di un patto di non belligeranza con i portatori di quegli stessi interessi corporativi e delle rendite di posizione che il M5S si era impegnato a gran voce a scardinare.
Così, mentre Roma continua ad affondare nella sporcizia, l’amministrazione pentastellata non ha ancora spiegato come intende chiudere il ciclo dei rifiuti. Il trasporto pubblico è indecente, ma la sindaca spalleggia lo sciopero selvaggio dei tassisti invece di schierarsi con la legge e con i cittadini costretti a quotidiane lunghe attese alle fermate e avventurose corse a bordo di autobus malridotti e maleodoranti.
Il M5S si muove nella scia degli errori delle precedenti stagioni politiche, provando a camuffare le proprie contraddizioni con la retorica del taglio agli sprechi: una proposta che, senza un piano di investimenti che indichi un orizzonte, non fa che ispessire il velo di mestizia calato sulla città. Un messaggio di ripiegamento, chiusura e autoconservazione, senza alcuna spinta propulsiva verso il futuro.
Sia chiaro: non sarebbe certo stata, ad esempio, la candidatura alle Olimpiadi del 2024 a risollevare il morale e l’economia capitolina. Ciò che serve è un’idea complessiva, una visione di città, senza la quale Roma rischia di diventare la metafora di una rinuncia. La rinuncia della politica. La rinuncia di un Paese a ogni ambizione di riconquistare un ruolo da protagonista in Europa e nel mondo.
Roma oggi è il ring sul quale si guarda salire l’avversario politico, aspettando poi di vederlo barcollare e finire al tappeto. Come potrebbe succedere a Virginia Raggi.
Per questo il Movimento Cinque Stelle è la febbre del sistema (romano e non solo). Non la cura né la causa, ma il sintomo di un male che ha origini più profonde e lontane.
Per anni la dialettica tra Consiglio comunale e Giunta, tra maggioranza e opposizione, tra forze politiche, sociali e produttive, è stata monopolio di un ceto politico-amministrativo, che ha sostituito il confronto e la contrapposizione di analisi e proposte con un consociativismo gelatinoso, tutto preso nella gestione di una Capitale così maestosa, immortale, ecumenica nella sua identità da ritenerla - a torto - una grande gallina dalle uova d’oro che il malgoverno non avrebbe potuto più di tanto scalfire.
Insomma, l’amministrazione anziché spingere la città verso riforme coraggiose e innovative, si è ridotta a gestione dell’apparato, per la crescita dell’apparato stesso e del consenso. Così si spiega, ad esempio, la mangiatoia delle aziende comunali, il fallimento telecomandato di grandi opere infrastrutturali e tanti scandali e scandaletti. Così si comprende la metamorfosi di una classe dirigente - di centrodestra e di centrosinistra - in ceto di “signori delle preferenze” e delle clientele. Così, in fondo, Roma è finita sull’orlo del baratro. Dove oggi continua a ballare, insieme a Virginia Raggi e al sindaco ombra Beppe Grillo.
In questo senso non sfugge quanto la vicenda della sua capitale sia un abbagliante monito a tutto il paese. I danni della mancanza di politica precedono e producono i danni dell’antipolitica.
Oggi l’incancrenirsi della crisi dell’amministrazione grillina sta già sfociando in una crisi istituzionale, rispetto alla quale nessuno si può sentire estraneo.
Per tutti questi motivi la sfida di Roma è tra le più alte che la politica nazionale, governo e parlamento inclusi, si trovi davanti. Non si tratta “soltanto” di saperla governare, ma di renderla governabile.
Per farlo ci vuole credibilità, autorevolezza e la capacità di rilanciare il senso di comunità di una città sfibrata dalla crisi, dai conflitti, dal crollo della qualità della vita, dall’imbarbarimento della convivenza, dal cinismo e dalla prepotenza di padroni e padroncini.
A ogni titolo di giornale che denuncia le inefficienze della Capitale - dai rifiuti ai trasporti, dall’accoglienza dei migranti, ai campi rom - corrisponde una riforma da poter realizzare per affrontare il problema alla radice. Ma il dibattito resta puntualmente incagliato nella polemica, senza aprirsi alle soluzioni.
Per superare l’impasse bisogna però essere disposti a toccare i tabù più resistenti.
Ad esempio, perché Roma diventi un luogo in cui i cittadini siano liberi di muoversi, potendo finalmente contare su un sistema di trasporto pubblico efficiente, è necessario mettere a gara la gestione dei servizi come ormai già hanno fatto in molte città europee. Gettare le basi per una mobilità che risponda alla reale domanda di trasporto: moderna, leggera e ad altissima frequenza. Una rivoluzione che trasformi il ritardo accumulato in vantaggio, a partire dalla conversione del progetto ormai fallito della Metro C. Per creare opportunità di lavoro bisogna porre fine alle proroghe di affidamenti e concessioni - dai servizi sociali, alla gestione delle spiagge, al commercio ambulante - perpetuate in nome di rendite di posizione a scapito della qualità dei servizi.
Per vincere la sfida è necessario, al tempo stesso, realizzare un nuovo modello istituzionale, che superi le incongruenze degli interventi normativi degli ultimi anni, dalla legge su Roma Capitale a quella sulle Città Metropolitane, con l’istituzione di una “Città-Regione” (già proposta da Walter Tocci) dotata di competenze legislative, con la trasformazione degli attuali municipi in comuni metropolitani e un sistema elettorale basato su collegi uninominali, anziché sulle preferenze.
In altre parole, bisogna convincere i romani e tutti gli italiani che è proprio nei momenti di grave crisi, come questo, che si possono realizzare le più grandi riforme: per attirare investimenti e creare occupazione più e meglio di quanto abbia fatto sin qui il welfare delle parentopoli.
Roma avrebbe tutte le caratteristiche per attrarre migliaia di giovani, con le loro ambizioni, progetti di vita, idee di futuro. Invece assistiamo alla fuga dei nostri giovani, mentre quasi la metà dei romani afferma che vivrebbe volentieri altrove.
Per avere uno sguardo rivolto al futuro, bisogna saper cogliere nelle rovine le più grandi intuizioni di questa capitale dell’antichità: che ha “inventato” le mobilità, ha interpretato la crescita come trasformazione, innovazione, apertura e ha dedicato il suo primo tempio al dio Asylum.

Roma tra sfida e opportunità: un monito all’Italia
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