Una cosa iniziata male non va a finire bene

Di Francesco Mingiardi.

Il vincolo della Soprintenza del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il Comune di Roma rischia di chiudere la vicenda dello stadio della Roma nel modo peggiore possibile.
Siamo di fronte all’essenza più pura dell’arbitrio, paradigma di un modo di amministrare la cosa pubblica che ha messo in ginocchio la politica e le istituzioni e quindi il paese.
L’ippodromo sta li dal 26 dicembre del 1959 e la Soprintendenza non se lo è mai filato dal punto di vista dell’interesse culturale.
Di punto in bianco, nella comunicazione di avvio del procedimento per la dichiarazione di interesse culturale di parte dell’ippodromo, che condannerebbe lo stadio, la dott.ssa Eichberg, dirigente della Soprintendenza, ne decanta i pregi. “La tribuna [...] progettata dall’Architetto di fama internazionale Julio Garcia Lafuente insieme agli ingg. Rebecchini, Benedetti e Birago [...] esempio rilevante di architettura contemporanea [...] di soluzione tecnico-ingegneristica e di applicazione tecnica industriale in fase di realizzazione, per l’arditezza costruttiva e per l’innovazione tipologica [...] esempio di eccellenza all’interno del Censimento nazionale delle architetture italiane del secondo Novecento [...] schedata in Atlante dell’Architettura Contemporanea degli anni ’50 e’60 [...] e nel portale Archivi degli architetti” su cui si è “sviluppata una cospicua bibliografia sia nazionale che internazionale e presente [...] in tutte le guide di Roma Moderna”.
Solo oggi la Soprintendenza si accorge di cotanta bellezza. Eppure si stratta dello stesso ippodromo e della stessa tribuna che stanno li da oltre cinquant’anni!
Ora, io non me ne intendo di tribune e sicuramente quella è tra le più belle al mondo.
La Soprintendenza, però, che di architettura e di tribune, a quanto apprendiamo oggi, se ne intende, ci doveva mettere mezzo secolo per tutelarla? E doveva farlo proprio quando stavano per mettere il primo gradone del nuovo stadio? Considerato, poi, che per stessa ammissione della dirigente, all’originaria conformazione dell’Ippodromo si è messo mano con numerosi interventi nel corso degli anni, l’anomalia di questa tempestività diventa, francamente, molto sospetta.
In effetti, le parole spese dalla dirigente in un’intervista per giustificare l’apertura del procedimento, nella loro goffaggine, non fanno che confermare che si è trattato proprio un vincolo ad orologeria.
La dottoressa cerca di schermirsi di tanta tempestività ricordando che la delibera che due anni fa ha dato il via libera allo stadio è stata approvata nonostante una serie di pareri di ben due soprintendenze che avevano avanzato forti criticità.
Beh mi sembra evidente che sollevare criticità - che peraltro riguardavano già allora i grattacieli – è un conto. Porre un vincolo è altra cosa.
Dice la dirigente che sono stati fatti approfondimenti dopo la delibera. Mi chiedo allora perché il procedimento viene aperto solo oggi. Mi rispondo che si deve essere trattato di approfondimenti segreti per capire, prima dell’ufficiale avvio del procedimento, se la tribuna era un accrocco di cemento o un’opera magistrale. Dice anche che l’istruttoria si è fatta più approfondita dopo la presentazione del progetto definitivo dello stadio. Mi dico che evidentemente, il pregio culturale della tribuna dell’ippodromo deve dipendere dal progetto dello stadio calcio. Ma il mio disagio aumenta.
La verità è che non ci sono giustificazioni. Non c’è una logica se non che la burocrazia tenta di imporsi sulla politica. Fa le scelte che la politica non fa o non sa fare e lo fa con il mezzo che più le conviene: l’arbitrio appunto.
Così la politica muore inseguendo il consenso ad ogni costo e declinando le responsabilità di governo quando entra nelle istituzioni, mentre l’amministrazione marcisce divenendo governo, anch’esso, irresponsabile.
Se il vincolo era necessario andava detto prima. Punto e basta. Se le soprintendenze non lo hanno fatto, da cittadino sarei propenso a chiedere il conto della loro inettitudine.
Quanto allo stadio, si ferma con un cavillo un progetto che doveva – e dovrebbe tutt’ora - essere fermato per una consapevole scelta politica dell’amministrazione. Una scelta responsabile.
Del resto, quando l’amministrazione si rende conto che una sua scelta precedente, anche a carte invariate, si rivela sbagliata deve modificarla in autotutela, al costo di esporsi al rischio di rivendicazioni giudiziarie e, se del caso, politiche.
Io non mi oppongo allo stadio della Roma in quanto tale, ma all’idea di legarne la realizzazione ad un’operazione che coinvolge, in maniera poco trasparente, politica finanza ed impresa, secondo uno schema che a Roma si ripete sempre.
Peraltro, la mia contrarietà è ispirata dalla consapevolezza che uno stadio a misura di Roma si potrebbe fare bene e in poco tempo, se davvero si volesse.
L’operazione, dal punto di vista finanziario reggerebbe con un mutuo e delle sponsorizzazioni.
Il problema è che a Roma lo stadio è solo un componente di un progetto molto più grande.
Si fa lo stadio principalmente per coprire le sofferenze di Unicredit che deve recuperare i suoi crediti da Parnasi. Allora, guarda il caso, lo stadio lo si fa su un terreno del debitore e si propone di fare anche centinaia di migliaia di metri cubi di edifici. E si perché lo stadio, per quanto riesca a ripagare agevolmente i mutui contratti per realizzarlo, di certo non può ripagare i crediti di Unicredit.
Intendiamoci, io non ho nulla contro le attività edilizie e quella del consumo del suolo è una battaglia ideologica che personalmente non condivido. Solo non mi piace che per arrivare ad un obiettivo il percorso debba essere sempre tanto tortuoso.
Si vuole fare un quartiere: lo si faccia se serve. Si vuole fare lo stadio: lo si faccia. Punto.
Ma lo si faccia subito sena ipotecarne il futuro con le mille problematiche che continueranno a derivare dall’essere un pezzo di un mosaico troppo grande. Quelle stese problematiche che stanno bloccando lo stadio oggi e che, però, non riguardano lo stadio, ma le cubature richieste dal proponente.
Una cosa iniziata male non va a finire bene. Questo lo devono capire per primi i tifosi. Una struttura economico-edilizia complessa è destinata a creare problemi da quanto viene concepita a quando viene realizzata.
Insomma, io non voglio “quello” stadio perché voglio “lo” stadio. E purtroppo so che se si farà lo stadio di Eurnova S.p.A. – leggasi Pallotta – a Tor di Valle si farà sulla pelle dei tifosi e dei cittadini.
Del resto, se uno stadio a Roma si può fare è solo perché una primaria società romana ne ha bisogno e ne ha diritto in base ad una legge. È il brand “A.S. Roma” a consentire la realizzazione di uno stadio. Null’altro. Si faccia uno stadio di proprietà della Roma allora!
Io ci vedo un mostruoso conflitto di interessi nel consentire al Presidente della Roma di farsi lo stadio suo sfruttando il nome della squadra. Il bene stadio deve essere della Società. Sento dire da amici tifosi che, comunque, lo stadio sarà sempre vincolato alla Roma per contratto e che la proprietà giustamente sarà di Pallotta & co. perché ci mettono i soldi.
Io, invece, credo che il progetto stadio debba essere costruito in modo da poter ripagare direttamente la Società senza lasciare spazio alle incertezze future anche perché, comunque in Italia le grandi opere si sono sempre fatte ricorrendo al credito.
Come si può consentire che il brand “A.S. Roma” sia svilito al punto da permettere che un soggetto terzo se ne avvantaggi per gli anni a venire. Come si può accettare una simile scelleratezza ed accontentarsi di continuare a godere dello stadio in locazione?
Da cittadino, poi, mi spaventa a morte la scelta di Tor di Valle.
Portare sessantamila persone nel giro di un’ora in un posto non è cosa da poco e le infrastrutture ad oggi non ci sono, nemmeno all’orizzonte. Ci sono le solite vaghe idee progettuali. Nulla di più.
L’amministrazione si dovrebbe mettere in condizione di valutare progetti che non lascino aperta più alcuna incognita sulla possibilità di arrivare allo stadio in condizioni degne di una citta moderna.
In ogni caso bisognerebbe cercare di ottimizzare quello che già si ha.
Io per esempio preferisco le idee progettuali che disegnano lo stadio sui terreni della Nuova Fiera di Roma. Raggiungibile dalla Roma-Fiumicino, dalla Portuense, con il trenino per l’Aeroporto - che per l’occasione di potrebbe agevolmente trasformare in metropolitana - vicino al distributore del GRA e all’aeroporto. Anche la Roma lido potrebbe dare il suo contributo.
La Nuova Fiera, che non naviga in buone acque, diverrebbe sponsor dell’operazione ma potrebbe mettere in vendita le cubature residue della vecchia Fiera riuscendo a rilanciare un’area fieristica depressa.
La Roma potrebbe finalmente il suo stadio senza speculazioni. I tifosi avrebbero uno stadio pratico e funzionale. I cittadini non vedrebbero ipotecati per sempre i loro fine settimana per l’“emergenza” partita, sempre uguale ogni volta. L’iter amministrativo potrebbe durare pochissimo.
Questo si potrebbe fare se l’interesse di tutti fosse lo stadio. Se invece bisogna risanare Unicredit, fare un regalo a Pallotta, dare corda alle più becere pratiche amministrative e rinunciare ad una pianificazione politica, allora tanto vale rassegnarsi e stare alla finestra.

Una cosa iniziata male non va a finire bene
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