Virginia, i magistrati e la metafora del muro

Di Alessandro Capriccioli.

C'è una vecchia metafora che forse è utile a comprendere quello che sta succedendo a Roma in questo periodo: ed è quella del muro.
Supponete, appunto, di essere appoggiati al muro che vi separa dalla casa del vicino, e immaginate che improvvisamente quel muro svanisca nel nulla.
Se accadesse un fatto del genere vi ritrovereste, a causa dell'azione di forze meramente meccaniche, a sconfinare in un appartamento che non è il vostro, magari nel bel mezzo della cena o durante la doccia del mattino.
Ecco, ora immaginate che i due appartamenti siano, rispettivamente, la magistratura e il governo della città: in questo caso il muro di separazione, quello che impedisce alla prima di sconfinare indebitamente nel secondo, risponde al nome di politica.
È la politica, intesa come capacità di formulare proposte, di elaborare soluzioni, di esprimere una visione della città, a tenere separati quei due poteri: è la politica a garantire forza, e quindi indipendenza, a chi governa, rendendolo corazzato non soltanto nei confronti degli scontri interni al partito cui appartiene (scontri che, da che mondo è mondo, sono sempre esistiti e sempre esisteranno), ma soprattutto dell'invasione di campo da parte di forze di natura diversa.
Ecco, a Roma quel muro non esiste più: non c'è alcuna visione, non ci sono progetti di riforma, non c'è alcun programma di effettivo cambiamento.
A Roma non c'è il muro della politica, e quindi non sorprende che chi ci si appoggiava sopra, magari cercando anche di spingere un po', si ritrovi a invadere completamente il campo del vicino, finendo per determinare le sorti della città al posto dell'amministrazione che dovrebbe governarla.
Badate: non si tratta di una novità.
Già Ignazio Marino, prima di Virginia Raggi, si ritrovò schiacciato tra le faide intestine di un PD dilaniato e le iniziative esuberanti dei magistrati, senza avere la forza, nonostante l'offerta di aiuto di noi Radicali, di superare l'empasse rilanciando con proposte nette, forti, definitive: senza avere il coraggio di affrontare in aula, davanti agli occhi dei cittadini ed entrando nel merito delle questioni politiche, chi lo attaccava dalle procure e dagli studi notarili.
Oggi la situazione, scontri interni e attacchi giudiziarie, è più o meno la stessa: se si eccettua il fatto che quella timidezza, nel caso della Raggi, si è trasformata in assenza totale di visione e di contenuti politici, in un vuoto pneumatico che lascia l'amministrazione del tutto sguarnita rispetto ad attacchi di ogni sorta.
Com'era lecito aspettarsi dai beniamini dell'antipolitica, insomma, il muro della nostra metafora è del tutto scomparso.
Per difendersi continuare a proclamare la propria estraneità è ormai completamente insufficiente: si tratterebbe di rilanciare sulle riforme che servono ai cittadini, sul cambiamento concreto, sulla rivoluzione annunciata in campagna elettorale e mai concretamente perseguita, offrendo alla città le risposte che aspetta ormai da troppo tempo e segnando, finalmente, una vera discontinuità coi fallimenti del passato.
Sì tratterebbe di ricostruire quel muro, che adesso manca del tutto: il muro, e il coraggio, della politica.

Virginia, i magistrati e la metafora del muro
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