RADICALI ROMA

Grano e loglio dei radical-socialisti

  Ha probabilmente ragione Umberto Eco quando sostiene (in un’intervista alla Stampa) che il «Partito democratico», il partito unico del centrosinistra, potrà nascere  solo quando il ricambio generazionale sarà completo e sarà svanito persino il ricordo del Partito comunista. Però, superate le fratture che vengono dal passato è, per il Paese, un’esigenza oggettiva.
In un precedente articolo (Corriere, 15 gennaio) avevo scritto che ciò richiederebbe  nuove aggregazioni che vedano convivere chi viene dal Pci (e dalla sinistra democristiana) con gli «anticomunisti  democratici», coloro che durante la prima Repubblica si opposero al Pci in nome della democrazia liberale.
In una lettera al Riformista, due radicali (Punzi  e Castaldi) hanno polemizzato garbatamente con me accusandomi di avere omesso il nome di Marco  Pannella  che già nell’89 aveva proposto all’allora segretario del Pci Achille Occhetto di dare vita a un «Partito democratico». Non ricordavo  l’episodio. Ma è vero: Pannella è stato il più coerente degli anticomunisti  democratici, convinto che la rigenerazione  della sinistra ne richiedesse la trasformazione in una forza liberaldemocratica.
E poiché oggi Pannella ha scelto l’alleanza con socialisti di Boselli e l’ingresso nel centrosinistra vale la pena di approfondire l’argomento.
È ovvio che i radicali staranno «scomodi» nel centrosinistra e vi provocheranno molti mal di pancia. I radicali hanno da sempre la particolarità di essere  considerati  «di sinistra» dalla destra (per via dei diritti civili) e «di destra» dalla sinistra  (per via della fede nel mercato e l’atlantismo). In uno schieramento ove sono ancora forti le propensioni stataliste  e l’antiamericanìsmo i radicali saranno mal tollerati. Ma ciò è scontato. Vero è il fatto che essi (fin dall’origine del Partito radicale) hanno  sempre pensato che fosse loro compito storico contribuire a cambiare la sinistra in senso liberale.
E la sinistra ha mutato atteggiamento sui diritti civili grazie alle decennali battaglie radicali. Pannella e Bonino potrebbero dunque legittimamente aspirare a svolgere un ruolo centrale  nell’ipotizzato «rimescolamento delle carte» denominato Partito democratico. Ma la strategia scelta non sembra portare in quella direzione.
Recuperando dal proprio repertorio storico, come Pannella ha fatto, l’anticlericalismo più intransigente e scegliendo una linea «zapaterista» si possono prendere voti ma ci si condanna, rispetto a eventuali processi  di aggregazione a sinistra, alla marginalità. Se non altro, perché si antagonizzano i cattolici.
Il neo—anticlericalismo, frutto, a mio giudizio, di un eccesso di allarme per l’interventismo della gerarchia ecclesiastica, porta i radicali a sguarnire i fronti su cui più dovrebbero stare. Dove il centrosinistra   più carente: libertà di mercato, garantismo giudiziario, solidale azione fra le democrazie occidentali contro le dittature Non che i radicali non se ne occupino.
Lo fanno da sempre, unici a sinistra. Ma la «cifra» con cui hanno scelto di caratterizzarsi, anticlericalismo e zapaterismo, diventa un freno, impedisce loro di  svolgere quel ruolo di protagonisti che il loro passato legittimerebbe.
Senza anticomunismo democratico non ci sarà rinnovamento nella  sinistra. Ma occorre una visione strategica che oggi sembra mancare.