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Il coraggio di essere laici

  Barbara Pollastrini e Gianni Cuperlo hanno rivolto a me e a Biagio De Giovanni una sorta di lettera aperta attraverso un intervento molto civile e ragionato apparso su l ‘Unità del primo marzo scorso.

 

 

 

 Desidero innanzitutto dare loro atto del modo del confronto, di per sé molto importante se si vuole realizzare per il futuro l’obbiettivo di «remare insieme nella stessa direzione». Questo peraltro è anche il mio auspicio. Come ho scritto a Piero Fassino, candidandomi con la Rosa nel Pugno, non ho inteso compiere una scelta di separazione, bensì di rilancio. Al di là delle ragioni di un vissuto personale nei Ds e nel Pci in cui non ho mai visto cadere le barriere psicologiche e comportamentali alzate nei confronti miei e di altri, fin dal momento delle prime e lontane battaglie miglioriste e riformiste, io metto l’accento sul modo d’intendere il possibile percorso e l’esito del Partito Democratico. La mia scommessa è che dopo le elezioni ci sia spazio per un dialogo e un incontro fra le forze socialiste, liberali, laiche e radicali della Rosa nel Pugno, i Ds e le altre componenti riformiste e liberali dell’Unione, laiche e cattoliche. In uno scenario che – sul piano dell’evoluzione delle forze politiche – sarà molto più mosso di quanto non pensino alcuni amici, teorici troppo irenici del Partito Democratico. Nel costruire un nuovo assetto delle forze riformiste italiane il tema della laicità dello Stato, dei rapporti Stato-Chiesa (ma sempre più, in prospettiva, dei rapporti Stato-Religioni) i temi dei diritti personali e della libertà della ricerca scientifica di fronte alla rivoluzione biologica sono destinati ad assumere un ruolo dirimente. Non ci può essere pragmatismo, realismo politico, antiberlusconismo militante che possa giustificare la rimozione di questi problemi che sono alla base della cultura liberale, dalla quale non può prescindere nessuna variante del socialismo moderno. Anche perché i partiti, soprattutto se nuovi, non nascono solo sui programmi, ma prima ancora sulle idee, sulle visioni, sulla capacità di dare motivazioni di lungo periodo ai loro militanti e ai loro elettori.

 

 

 

 Intervenendo in questo dibattito il 3 marzo scorso, Mimmo Lucà e Franco Passuello ci dicono che il problema è altro, e sta nella destra illiberale, nel populismo neoautoritario e nell’ideologia liberista «che pretende di imporsi alla società, alla politica e alla democrazia». Perciò, aggiungono, «il compito della sinistra riformista non è vigilare arcignamente sui confini tra libertà religiosa e laicità dello Stato». Sulle minacce della destra populista (e, aggiungo, teocon) posso facilmente concordare con Lucà e Passuello. Ma questo problema semmai aggrava i rischi che la laicità corre nel nostro Paese, ma non li riassume, né toglie il fatto che di laicità si dovrebbe parlare anche se non fossimo in presenza del berlusconismo e anche se nel mondo di oggi dominassero culture stataliste piuttosto che liberiste. La laicità infatti si propone a monte di questi problemi, come metodo del confronto e della definizione di norme comuni in una società democratica e pluralistica.

 

 

 

 La laicità non è un confine da presidiare ma, come dice Aldo Schiavone «un bene comune da condividere» per difendere la stessa libertà religiosa e tutte le altre libertà. Su questo so di essere in pieno accordo con Barbara Pollastrini e Gianni Cuperlo. Così come con l’intervento di Carlo Flamigni del 23 febbraio scorso. E siccome si usa contrapporre laicità e laicismo, citerò un autore insospettabile come Norberto Bobbio («Belfagor», 1985) quando ci ncorda che «lo Stato laico non professa una confessione religiosa, né una filosofia, anche se si dovesse trattare di una filosofia laica» e che «il laicismo quando viene riferito alle istituzioni non è una dottrina, ma è principalmente un atteggiamento etico che si risolve nel metodo della controversia, dell’argomentazione pro e contro; nell’esercizio della ragione critica e nello stesso tempo, nella convinzione dei limiti della stessa ragione». Possiamo dire che su questo aspetto decisivo di cultura politica si sia aperto nell’Unione un dibattito chiarificatore dopo il recente referendum? Possiamo dire che i Ds abbiano tentato davvero di riproporre quella battaglia delle idee alla quale, come dicevano Pollastrini e Cuperlo nel loro intervento del 21 gennaio scorso, «la sinistra non può e non deve rinunciare»? Il modo miserevole in cui i Pacs compaiono e non compaiono nel programma dell’Unione e soprattutto il silenzio totale sulla legge 40, silenzio che sembra riportare in auge quel metodo della libertà di coscienza del parlamentare che tutti nei Ds e tanti nella Margherita avevamo ritenuto non più praticabile, sono lì a dirci che così non è stato. Uno studioso attento e molto equilibrato come Gian Enrico Rusconi notava sulla Stampa del 7 marzo che «il centro-sinistra in questi mesi ha mancato clamorosamente di riflettere in modo programmatico sulle questioni della nuova laicità. E’ un tema ignorato anzi rifuggito con spavento dai vertici dell’Unione. Ne pagheranno un prezzo pesante, soprattutto se andranno al governo». Voglio dire dunque a Cuperlo e Pollastrini che io non ho compiuto alcuna «denigrazione della casa che si lascia», ma ho posto un problema politico e culturale di prima grandezza, da cui dipendono prospettive politiche che continuiamo a condividere. Io ho ritenuto di trovare nella Rosa nel Pugno una base più efficace dalla quale continuare a combattere per le tante ragioni che ci uniscono. Mi auguro che ciò serva a riaprire una discussione anche nei Ds.

Il coraggio di essere laici
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