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Il premier da Hu Jintao tra affari e diritti umani

Tianijn, importante città portuale che sta costruendo il più grande scalo per navi porta container del mondo, custodisce un antico “quartiere italiano” nato ai primi del Novecento, gentile concessione degli imperialismi occidentali per una nostra simbolica partecipazione alla spedizione punitiva contro la rivolta dei Boxer. Ieri Romano Prodi ha visitato i restauri di Tianjin, a cui l’Italia partecipa.
 
  Vi nascerà un elegante Italian village” con ristoranti e show room per promuovere la nostra immagine e le nostre esportazioni. Le autorità locali si sono ben guardate dal raccontare al nostro presidente del Consiglio un incidente collaterale che ha accompagnato i lavori, cioé l’aggressione contro alcuni cattolici locali che si opponevano allo sfratto della loro diocesi. E’ un episodio che deve mettere in guardia Romano Prodi nell’ultima e più impegnativa tappa della sua missione in Cina, il vertice politico di oggi con il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, in cui sarà ineludibile affrontare la questione dei diritti umani. 
 
Prodi conosce bene la Cina, la visita regolarmente, ma la velocità del cambiamento impressiona anche lui. A Canton si è immerso nella “fabbrica del pianeta”. A Shanghai, la Manhattan del XXI secolo, ha visto i grandiosi progetti urbanistici per l’Expo Universale del 2010. Con Nanchino, Tianjin e Pechino ha completato il giro delle città più ricche del paese, ha potuto constatare quanto la Cina sia ormai una superpotenza nelle tecnologie avanzate, nella ricerca scientifica. Ma proprio durante le giornate della sua missione il governo di Pechino ha messo in cantiere almeno tre decisioni che accentuano il carattere autoritario del regime, a riprova che la modernizzazione di questo paese sfreccia su un binario solo, quello economico, mentre è bloccata sulle libertà politiche e i diritti civili.
 
 La prima decisione è stata quella di vietare l’accesso dei giornalisti cinesi alle aule dei tribunali, sicché i processi d’ora in avanti si svolgeranno a porte chiuse. Può sembrare una precauzione inutile visto che Pechino gia esercita la censura sui suoi mass media. Ma nonostante questo ci sono giornalisti coraggiosi che si occupano di scandali di corruzione, inquinamento, abusi di potere. Lo fanno rischiando il posto di lavoro e la libertà: la Cina ha il record mondiale di giornalisti in carcere, almeno 40 secondo Reporters senza frontiere. Ora il loro lavoro sarà ancora più difficile e i tribunali potranno più facilmente calpestare le stesse leggi che dovrebbero applicare.
 
 Il secondo giro di vite riguarda ancora l’informazione. Il governo ha stabilito che d’ora in poi le agenzie stampa straniere non potranno fornire i loro servizi direttamente in Cina, ma dovranno passare attraverso l’agenzia d’informazione dello Stato, la Xinhua. Così anche quella ristretta minoranza che può abbonarsi a un notiziario della Reuters o Agence France Presse, ne riceverà una versione accuratamente ‘purgata”.
 
 La terza operazione repressiva è un progetto, ma fa venire i brividi. L’hanno rivelata con uno scoop temerario due giornali di Pechino. Ecco di che si tratta: quando si avvicineranno le Olimpiadi del 2008, per presentare ai visitatori una capitale specchiata come una vetrina, le autorità intendono deportare un milione di immigrati poveri, il sottoproletariato delle campagne che svolge i lavori più umili e vive in condizioni degradanti; inoltre per la durata dei Giochi provvederanno al ricovero forzato di tutti i malati mentali (tra i quali magari includeranno qualche dissidente, con tanto di certificato psichiatrico). Questo è il volto oscuro della Cina, che a Prodi non e stato mostrato, ma che riempie voluminosi rapporti delle Nazioni Unite e di Amnesty Internationai: pena di morte, tortura, abusi contro le minoranze etniche, persecuzione religiosa, sfruttamento di lavoro minorile. 
 
 Non dobbiamo illuderci su quel che può fare l’Italia. Ogni tanto affiora in Occidente la tentazione di boicottare il made in China per protestare contro la repressione. Ma oltre ad essere una minaccia spesso agitata in malafede dalle lobby protezionistiche, sarebbe contropro ducente. Il protezionismo danneggerebbe gli operai cinesi molto più del loro governo. Del resto ormai noi abbiamo bisogno della Cina almeno quanto lei ha bisogno di noi; una frenata della locomotiva asiatica avrebbe ripercussioni gravi sull’economia mondiale. 
 
Anche sollevare la questione dei diritti umani nei vertici tra leader di governo, purtroppo finora non ha dato frutti. L’America è ben più ricca e potente dell’Italia, in teoria dovrebbe avere un’influenza maggiore della nostra, ma i ripetuti interventi dei presidenti americani in visita hanno prodotto risultati assai modesti. Nell’ultima visita di George Bush la sua conferenza stampa è stata oscurata dai mass media locali, il cinese medio non ne ha mai saputo niente. Questa però non è una ragione per sottrarci al nostro dovere. Dietro l’apparenza rigida e monolitica del regime cinese vi sono correnti di pensiero diverse. Il dibattito sulla democrazia che spaccò il partito comunista durante la “primavera di Tienamen” del 1989 non “più visibile come allora, ma esistono anche dentro la classe dirigente visioni diverse sul futuro della Cina. L’Italia deve far sentire la sua voce, sempre e senza timidezze. Prodi deve affermare con forza che non è sano né accettabile né realistico governare a lungo questa formidabile modernizzazione, questa integrazione della Cina nella comunità internazionale, questa apertura agli scambi e alla mobilità delle persone, mantenendo la cappa della repressione e la mancanza delle libertà politiche.

Il premier da Hu Jintao tra affari e diritti umani
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