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Insegnamenti tedeschi sul prezzo dei farmaci

  Il problema della spesa farmaceutica si legge in due capitoli – ed è lo stesso dato di fatto, ovvero l’invecchiamento della popolazione, a chiamare due risposte contrarie e configgenti. Tenere sotto controllo la spesa è una necessità dettata dalla crisi dei modelli del welfare, che è la vera cornice nella quale qualsiasi strategia di governo dovrà inserirsi, perlomeno nelle socialdemocrazie occidentali. Quando la popolazione attiva si asciuga, pensioni e sanità diventano bombe a orologeria. Agire sulla spesa farmaceutica, con misure di contenimento di per sé arbitrarie, sicuramente non serve a procrastinare indefinitamente quest’esplosione, ma è una strategia familiare alle classi politiche – anche perché ben più comoda che incidere sui nodi più significativi. Tamponare le falle costa meno, in termini di consenso, che ristrutturare tutto un sistema.

 

 

 

D’altro canto, però, dall’industria farmaceutica ci si aspetta molto. E’ lo stesso invecchiamento della popolazione, che è un viver più a lungo ed assieme un viver meglio, che ci porta a pretendere farmaci sempre più efficaci contro patologie nuove e vecchie – per quanto linearmente continui possano essere i progressi della ricerca. Come questi progressi possano esserci in qualche modo assicurati restringendo le risorse a disposizione di un settore industriale, è davvero misterioso.

 

 

 

La soluzione europea è stata quella di fare free riding sul consumatore americano. I costi della ricerca farmaceutica sono stati riversati su quel mercato, la cui (relativa) maggiore libertà consente all’industria un certo agio. Uno studio dell’International Trade Administration del Dipartimento del Commercio statunitense, esaminando i regimi tariffari in diversi paesi dell’OCSE stima che i calmieri contribuiscano a ridurre le entrate globali dell’industria farmaceutica di una cifra stimabile fra i 17,6 ai 26,7 miliardi di dollari annui. Per questo, in virtù della sua ampiezza di regole meno opprimenti, il mercato americano resta la gallina dalle uova d’oro – che gli Stati europei si contentano di razziare, forti del fatto che la preminenza del ruolo dello Stato, come compratore di farmaci legittima i controlli sui prezzi.

 

 

 

La Germania è stata di recente un caso piuttosto seguito, vuoi perché è il più cospicuo mercato in Europa, vuoi per l’introduzione del reference pricing, misura di contenimento della spesa per eccellenza che però penalizza chi investe nella preparazione di medicine autenticamente “nuove”. L’idea è di utilizzare il prezzo del generico per determinare quello del farmaco invece innovativo. E’ facile notare come, se la stessa logica fosse stata applicata negli Stati Uniti, il generico non sarebbe disponibile perché il farmaco “nuovo”, che è il “generico” di domani, non sarebbe stato sviluppato in prima battuta. Pretendere una “innovazione senza incentivi” è troppo anche per i più fantasiosi leader europei – eppure questa polemica fino a ieri non era uscita dalla comunità degli specialisti, pure con frequenti puntate sulla pagina degli editoriali del “Wall Street Journal” (dove si ricorda una magistrale analisi di Doug Bandow), accompagnata dalla pubblicazione di qualche paper di peso (come un report del Boston consultino Group che proprio sul free riding europeo metteva l’accento).

 

 

 

Per questo è davvero una notizia che Angela Merkel, visitando la Berlin-Chemie, abbia parlato di abolizione del reference pricing definito a chiare lettere “ostacolo all’innovazione” adombrando parallelamente – riferisce l’edizione tedesca del “Financial Times” libertà di prezzo per i nuovi farmaci che vengono immessi sul mercato. La Berlin-Chemie è di per sé un esempio virtuoso, impresa privatizzata nel 1992, dopo la riunificazione, è stata rivitalizzata dal genio imprenditoriale di Alberto Aleotti, e fa parte ora del Gruppo Menarini. Ma anche un’azienda che cresce in queste condizioni lo fa meno ed in modo più sacrificato di quanto potrebbe essere altrimenti. La tendenza all’emigrazione verso l’America è consolidata, per le imprese europee. E l’incognita di una maggiore socializzazione della medicina oltreatlantico rischia di mettere in crisi quei processi che ci consentono, oggi, di essere parassiti dell’innovazione. Che la Merkel comprenda questo fatto, e intenda muoversi per garantire incentivi più appropriati anche in un grande stato europeo, è senz’altro un segnale positivo. Non è la grande riforma del welfare, che può cambiare il volto della domanda. Ma già assicurare la sopravvivenza dell’offerta, con questi chiari di luna non pare poco.

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