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La battaglia di Pedrizzi: difendere i permessi auto della casta parlamentare

«All’armi! All’armi! All’armi siam autisti / terror dei comunisti…» Per muovere all’assalto del sindaco rosso Walter Veltroni l’onorevole ca­merata Riccardo Pedrizzi ha dato una rispolverata al ca­ro vecchio inno della «falange ardita». E ha mandato una lettera a tutti i colleghi per chieder loro un’adunata, una marcia sul Campidoglio o almeno una lettera corale di protesta: come si permette, il Comune di Roma, di dare ai parlamentari un solo permesso di accedere in macchina nel centro storico e non più tre a testa come prima? C’è da capirlo: di Alleanza nazionale, il partito che voleva spazzare via gli odiosi favoritismi della Prima Repubblica, è il responsabile per la famiglia. Volete che non pensi alle mogli, ai figli, alle suocere e alle cognate degli onorevoli che con le nuove regole boscevico-veltroniane non potranno più avere via libera ai varchi delle zone a traffico limitato per fare le spese o andarsi a bere un caffè a Piazza di Spagna? Da qui, l’appello: rivolta! Prima, perché nessuno pensi che lui parli per i propri interessi, mena qualche manganellata sulla scelta munici­pale di alzare il prezzo dei permessi di accesso per i resi­denti «da 19,78 euro per due auto senza scadenza a 55 per un’auto quinquennale» (quasi 3 centesimi al giorno: un esproprio proletario!). Poi concretizza: «Le nuove di­sposizioni oltre a penalizzare i residenti penalizzano ol­tremisura tutti i parlamentari che ve­dono condizionati i loro movimenti e soprattutto quello di recarsi a Mon­tecitorio e Palazzo Madama con le vetture di cui dispongono. Infatti co­me è noto fino al 31 dicembre scorso ciascun parlamentare aveva la possi­bilità di estendere il proprio permes­so ad altre due targhe». Qualcuno storcerà il naso? Riccardo Pedrizzi, gajardamente, se ne infi­schia. Negli ultimi anni ha proposto l’ordine dei Cavalieri della Patria da dare anche ai repub­blichini di Salò (compresi gli autori di stragi nazifasciste?), invocato la scomunica per don Gallo, benedetto la legge sulla fecondazione assistita perché «si oppone al ritorno di logiche degne di Hitler e del dottor Mengele», bollato il referendum sul tema come il «referendum di Erode», attaccato la tivù e il mondo dei mass media di­cendo che «ormai ha abdicato a parlare delle persone normali, delle famiglie normali, delle tendenze sessuali normali e da udienza, spazio e visibilità solo a gay, lesbi­che, bisex, travestiti e viados».

 

 

 

Volete che arretri davanti alla paura di rendersi ridico­lo sul privilegio dei tre-permessi-tre? Mai: tira diritto! Alla sua protesta ha quindi allegato una lettera da girare ai questori della Camera invitando tutti i colleghi a sotto­scriverla. Dice: «Vogliamo esternarVJ tutto il nostro mal­contento riguardo le nuove disposizioni attuate dall’Am­ministrazione comunale di Roma in merito all’acces­so…». Quindi, con maschia indifferenza per la grammati­ca, va al nocciolo: «Come ben sapete i nuovi provvedi­menti penalizzano oltremodo i parlamentari che non hanno più la possibilità di accedere alla zona a traffico limitato ad esclusione della (sic) propria autovettura au­torizzata, causandone (sic) notevoli difficoltà a raggiun­gere Montecitorio». «È evidente», prosegue, «che non vogliamo sottrarci all’obbligo di introdurre nel centro storico non più di una singola auto per volta ma soltanto avere la possibilità di utilizzare a seconda delle esigenze l’auto di cui si dispone».

 

 

 

Perciò si diano una mossa, i cari questori, per «rivede­re il piano di accesso al centro storico per la categoria dei parlamentari». Ma camerata onorevole, usi la parola giu­sta: casta. Non «categoria»: casta.

La battaglia di Pedrizzi: difendere i permessi auto della casta parlamentare
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