fbpx

La modernità in Europa si chiama socialismo

Prima Tony Blair in Inghilterra con i laburisti, poi José Zapatero in Spagna con il Partito socialista, ora Ségolène Royal in Francia sempre con i socialisti. Sono questi i leader, i paesi e i partiti dove, partendo da storie diverse, in modi diversi, con personalità diverse, sono stati avviati processi politici che sommariamente potremmo definire di liberalizzazione e la cui sintesi politica è il liberal-socialismo. Faccio riferimento a questi paesi e a questi leader perché sono quelli di cui si discute in Italia spesso con superficialità, ma sempre con la finalità di indicare una strada da seguire o da sbarrare. Aggiungo che processi politici e culturali, che hanno sconvolto assetti sociali consolidati da tempo, hanno interessato tutti i paesi scandinavi, fondati su sistemi economici, leggi e strutture di welfare plasmati dai governi socialisti. E proprio questi partiti sono stati il motore del cambiamento in direzione di liberalizzazioni coniugabili con nuove forme di protezione sociale. Ovunque la scuola e la ricerca, ad esempio, sono state considerate priorità del cambiamento. A chi si è distratto da questa realtà consigliamo di leggere gli inserti che sono dedicati al dibattito e all’evoluzione di questi partiti nella collezione della rivista Le nuove ragioni del Socialismo.
Ho ricordato questo quadro politico europeo per capire se il cosiddetto Partito democratico deve collocarsi in esso o no. Non è una quisquilia. E non è un «diversivo» parlarne come pensa Sergio Cofferati. Il quale sull’Unità di domenica scorsa ci fa sapere che «sulla collocazione internazionale del Partito democratico si è fatta una discussione surreale». Il sindaco di Bologna spiega: «Abbiamo messo in testa un problema enorme che va però risolto in coda». E dice di «avere la sensazione non gradevole che questo dibattito rappresenti la ricerca di un argomento per contrastare il processo». E ammonisce: «Chi non lo vuole (il Pd) è bene che lo dica apertamente». Forse, caro Sergio, c’è chi vuole discutere apertamente anche questo tema per argomentare apertamente la sua posizione. O no? Anche perché non è un tema da tenere “in coda”, ma in testa, non per motivi strumentali ma sostanziali.
Si tratta, infatti, di sapere se il nuovo partito vuole o meno collocarsi entro un processo di cambiamento, di liberalizzazione, di modernizzazione europeo. Questo processo, come ho accennato, oggi è messo in opera dai partiti socialisti europei. Non c’è nessun’altra forza che muove in questa direzione. I liberali centristi di Francois Bayrou, dove si trova la Margherita, sono con i conservatori di Chirac. Francesco Rutelli ha recentemente presentato a Prodi un progetto di liberalizzazioni interessante ma separato da tutti i temi che attengono alle libertà individuali, come se la società nel suo evolversi e modernizzarsi si ridefinisse solo nei confronti del mercato. E no, il cittadino consumatore di merci e servizi è anche un soggetto di rapporti inter-personali che dovrebbero essere regolati entro quei processi di liberalizzazione che comportano una laicizzazione dello Stato.
Questa visione unitaria, che ripropone il ruolo dello Stato e della persona, è il centro del riformismo socialista di oggi. Ed è questo il tema dei valori di cui tanto si parla. È possibile che su questi temi si trovi una sintesi virtuosa (non da mettere in coda) per transitare da un’alleanza elettorale a un rassemblement, come dice Tempestini, o ad un Partito unico come pensano altri? La verifica va fatta, democraticamente, nei congressi, nel dibattito pubblico, senza pregiudizi e sentenze preventive. E senza le ingiunzioni che abbiamo letto nel testo del nostro caro amico Sergio Cofferati.

La modernità in Europa si chiama socialismo
0 Condivisioni