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La sinistra e il liberismo

 

Ho sincera ammirazione per Michele Salvati, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Nicola Rossi e altri studiosi di sinistra che si battono per una sinistra aperta al mercato, alle privatizzazioni, alla meritocrazia, alla riduzione della spesa e delle tasse, che essi chiamano «riformismo», ma che assomiglia molto al liberalismo.

 

 

Da liberale, ovviamente, mi auguro abbiano successo. Ma non sono certo che io stesso, se fossi un uomo politico della «sinistra reale», sarei della stessa idea. La sinistra post-comunista che, fino a ieri, militava nei Ds e, adesso, sta nel Partito democratico, non è più l’espressione di un’ideologia uscita sconfitta dalle «dure repliche» della storia. E’ una prassi di governo consolidatasi nel contesto di un sistema capitalistico all’interno del quale aveva già perso da tempo le sue antiche radici marxiane e ha assunto qualche cattiva abitudine. E’ uno strutturato sistema di potere, con le sue rendite di posizione, politiche, sociali, economiche, culturali. Non si tratta, dunque, di convincerla a prendere atto della sconfitta e della superiorità dell’economia di mercato come si fa nei convegni fra intellettuali. Ma che ha ragione Bernardino Caprotti quando lamenta di non poter aprire i suoi supermercati «Esselunga» nelle cosiddette regioni rosse, dove più stretto è il rapporto fra potere politico (le amministrazioni di sinistra) e potere economico (non solo le cooperative ad esso storicamente collegate). E convincerla a rischiare il crollo del proprio sistema di potere in quelle regioni e nel resto del Paese. Allora, la domanda che pongo a Salvati, Giavazzi, Ichino, Rossi è questa: pensate davvero che questa sinistra sia disposta a mettere in gioco il potere di cui dispone per diventare «un’altra sinistra », un potere meno invasivo e più debole, esposto ai venti del mercato anche dove adesso latita ed essa ne fa volentieri a meno? Dubito lo sia.

 

 

 

Nessun sistema di potere, politico, sociale, economico, culturale che sia, programma e realizza il proprio suicidio. Un interrogativo analogo a quello sollevato dall’apertura alla concorrenza pone, nelle stesse zone, la nascita del Partito democratico, altro tema caro agli intellettuali riformisti di sinistra. Il passaggio dall’essere — il sistema di potere fondamentalmente chiuso e quasi-monopo-listico degli ex diessini — al dover essere, il nuovo partito più aperto al mercato, solleva il problema della condivisione del sistema con altri. E’ proprio così scontato che ciò avvenga? Forse, se non vogliono correre il rischio di essere gli «ultimi utopisti» di sinistra, sia pure di una sinistra «rovesciata», una ripassatina al vecchio Marx — che di rapporti di potere se ne intendeva — non farebbe male agli amici in questione. Aprire al mercato significherebbe, infine, riconoscere che le «privatizzazioni » di certi servizi locali con rilevanza economica altro non sono che monopoli eterodiretti dal potere politico, di destra non meno che di sinistra, contro i quali si è battuta, uscendone non a caso malconcia, proprio un’esponente della stessa sinistra diessina, il ministro degli Affari regionali e delle autonomie locali, Linda Lanzillotta.

 

 

 

L’introduzione di parametri meritocratici nella Pubblica amministrazione, prologo al diritto di licenziamento dei «fannulloni», cara a Ichino, metterebbe in discussione il sistema di potere sociale e di veto dei sindacati, che neppure la destra al governo è riuscita a scalfire, e che trascinerebbe con sé quello politico della sinistra. Potrei continuare. Mi spiegate, allora, amici miei, come e perché la sinistra in carne e ossa, che sta in Parlamento e nelle amministrazioni locali e all’interno della quale convivono vecchi ideali e corposi interessi, dovrebbe rassegnarsi a sacrificare gran parte di ciò che ha per ciò che dovrebbe essere? Né mi pare si possa ragionevolmente sperare di convincerla a suicidarsi semplicemente definendo «di sinistra » il liberalismo, che le rimane ancora estraneo sia sul piano politico — dove, peraltro, un primo, timido compromesso è già stato consumato — sia, anche e soprattutto, su quello degli interessi economici concreti, e non solo nelle regioni rosse. Qui, non è in ballo una questione terminologica. Sono in gioco sistemi di alleanze, quattrini, consenso. In una parola, il potere. Cioè il governo del Paese.

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