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La spesa gonfiata dai partiti

L’onda dell’illegalità in Italia è diventata uno tsunami. Lo attesta il rapporto di Transparency International, appena pubblicato: siamo penultimi in Europa per grado di corruzione pubblica e privata, precipitiamo dal 40° al 45° posto su scala planetaria, peggio della Giordania o del Botswana. Intanto lievita il conto che ci presenta la politica: secondo un’indagine di Salvi e Villone sfiora i 4 miliardi di euro, che impinguano le tasche di 427.889 addetti a tale redditizia professione. C’è un nesso tra questi fenomeni? Sì, e chiama in causa la struttura dei partiti e il cancro che vi si è annidato.

Anche a scapito della legalità Intendiamoci: la democrazia ha un costo che non è possibile azzerare. I partiti sono pur sempre l’«ossatura politica» del popolo, come diceva Montesquieu. Ma soffrono d’una malattia degenerativa indicata già nel 1949 da Giuseppe Maranini: la partitocrazia, la presa dei partiti su ogni ganglio della vita sociale, la loro trasformazione in corpi burocratici, impermeabili per chi non ne sia cliente. Nel passaggio alla Seconda Repubblica questo morbo si è aggravato. I vecchi partiti di massa hanno ceduto spazio a un nugolo di partiti personali, dalla Lista Bonino a Di Pietro, a varie altre che spesso durano il tempo d’un fiammifero. Le sedi sono vuote di militanti, rimpiazzati tuttavia dall’esercito dei consulenti, dei portaborse, dei famigli degli eletti. Si è svuotata pure la fiducia degli italiani nei partiti: ci crede ancora solo il 4,4% della popolazione, secondo una rilevazione Censis 2000. Ma in compenso ne è cresciuto a dismisura il numero, a ogni elezione troviamo sulla scheda verdi di destra e di sinistra, cattolici doc in varie sigle, o il paradosso di due partiti comunisti l’un contro l’altro armati.

Affonda qui la radice del problema. E’ il numero dei partiti che gonfia la nostra spesa pubblica, anche a scapito della legalità. Se invito tre o quattro commensali, di pur robusto appetito, non mi ripuliranno la dispensa come se ne avessi invitati una ventina, quanti sono i partiti oggi in Parlamento. E infatti la misura dei contributi pubblici ai partiti si è impennata del 968% in un decennio. Il costo di Camera e Senato è cresciuto del 15% e del 39% nell’ultima legislatura, ben oltre l’inflazione. Il governo Prodi ha battuto ogni precedente record quanto a scranni di ministri, viceministri, sottosegretari: 102. In questa Finanziaria di lacrime e sangue Palazzo Chigi costa 17 milioni in più rispetto all’anno scorso.

Tagliare quell’idra a cento teste D’altra parte se ti tocca governare con una coalizione di 9 partiti, ciascuno dei quali ha potere di vita e di morte sul tuo esecutivo, devi soddisfarne ogni pretesa. Non puoi sbaraccare per esempio gli enti inutili, giacché ai partiti sono utili per distribuire prebende. E allora non ti resta che imporre nuove tasse. Ma una pressione fiscale intollerabile stimola di fatto l’evasione: secondo un’indagine Eures del 2004, per il 60% degli italiani ne è la prima causa. La questione partitica si converte dunque in questione morale, l’illegalità si propaga dal Palazzo ai cittadini. Da qui l’urgenza di ridisegnare questa scena politica sin troppo affollata d’attori e comprimari. Da qui, in breve, la modifica della legge elettorale come autentica emergenza nazionale. Ma è possibile un suicidio di massa dei partiti? Quando il riformatore coincide con il riformato, l’esperienza insegna che la riforma non vedrà mai la luce. Sennonché c’è un referendum già depositato in Cassazione, e il suo primo effetto è di tagliare quell’idra a cento teste che è ormai il nostro sistema dei partiti. Forse il partito democratico, o quello delle libertà nel centro-destra, nasceranno sulla scia d’un referendum.

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