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Liberalizzare anche i politici

  Caro Direttore, della politica non possiamo fare a meno. Quindi — di­cevamo qualche tempo fa — quel che fa la differenza è la qualità della politica.
 
Quando questa sembra convinta di quello che fa, disposta a prendere qualche rischio (anche piccolo), appa­re immediatamente più vicina e com­prensibile. Non necessariamente condivisibile ma almeno intelligibile. In fondo è anche questa la differenza che passa fra il vertice politico di Caserta e la «lenzuolata» liberalizzatrice di qualche giorno fa (una differenza che, si noti, sta già nel suono delle pa­role).
 
Si dirà che è solo un primo passo e che si sono colpiti interessi tutto som­mato minori. Si ironizzerà sui parruc­chieri e gli estetisti, i facchini e le gui­de turistiche. Si dirà che è ben strano liberalizzare fissando per legge singo­le componenti dei prezzi dei servizi (e valga per tutti l’esempio delle commis­sioni sulle ricariche dei telefonini). Ma, insomma, un Paese in cui si possa fare il pieno lì dove si fa anche la spesa è certamente migliore di un Pae­se in cui questo non accade. Un Paese in cui il passaggio di proprietà di un’automobile non provoca necessariamente il mal di testa è certamente più vivibile di quello in cui ciò è la re­gola. Un Paese in cui aprire un conto in banca o sottoscrivere una polizza assicurativa non necessariamente in­duce a guardarsi le spalle è certamen­te più ospitale di quello in cui questo succede. Un Paese in cui il fisco guar­da con favore le imprese che escono dalla dimensione personale e familia­re è certamente più moderno di un Pa­ese che questo non fa. E dovremmo anche aggiungere che un Paese che considera il «fare impresa» un comportamento meritorio da garantire al­meno nei tempi è un Paese certamen­te più attraente di quello in cui ciò non accade. Ma su quest’ultimo pun­to il saggio consiglia di aspettare: re­golamenti attuativi, concerti ministe­riali e deroghe implicite sono spesso ostacoli assai più difficili da superare di un Consiglio dei ministri.
 
Ma questi ultimi giorni hanno por­tato un’altra notizia, forse ancora più interessante, sul fronte della qualità della politica. Era tempo, infatti, che non si vedevano due ministri competere non già a parole, a colpi di intervi­ste, ma nei fatti — a suon di provvedi­menti — su un tema non ovvio e non privo di rischi. Si dirà, anche qui, che è bene che ogni ministro faccia del suo meglio nell’ambito delle sue com­petenze. Ma si perderebbe il punto che è facilmente esprimibile come se­gue. Dopo queste ultime decisioni, co­me potrà il ministro dell’Economia acconciarsi ad una trattativa sul fron­te previdenziale in cui l’applicazione della legge (in chiaro, la revi­sione dei cosid­detti coefficienti di trasformazio­ne introdotti dal­la legge Dini) è, per alcuni, addi­rittura mercé di scambio? Come potrà il ministro competente per l’energia elettri­ca ed il gas esse­re da meno, in questi campi e in termi­ni di spinta liberalizzatrice, del suo omonimo ministro per Io Sviluppo economico? E come potrà il ministro proponente della riforma dei servizi pubblici locali non trovare a questo punto la forza per non cedere alle pressioni degli enti locali e non vedere così svuotato il proprio disegno? E, ancora, come potrà il ministro per le Riforme e l’innovazione nella pubbli­ca amministrazione accettare di con­segnare ad altri le riforme e tenere per sé i memorandum? Insomma, è pro­babile che la «lenzuolata» fosse rivol­ta agli acconciatori ed ai derattizzatori, ma essa potrebbe finire per tocca­re, liberalizzandolo almeno un po’, anche il nostro mercato politico.
 
E, visto che ci siamo, alla «lenzuola­ta» di governo si potrebbe pensare di accompagnare, a questo punto, an­che una «lenzuolata» politica in sen­so stretto. Perché, diciamocela tutta, non si può seriamente pensare di ele­vare la qualità della politica semplice­mente chiedendo una accelerazione ‘    del processo che dovrebbe porta­re al Partito democratico.   I tempi non sono irrilevanti ma camminare più in fretta sul po­sto, sul tapis rou-lant, può far be­ne al fisico ma ci lascia dove sia­mo. E qui, inve­ce, si vuole andare altrove e possibilmente lontano. E, d’altro canto, non si può fare in tre mesi quel paziente lavoro politico, quella sequenza di battaglie culturali che non si sono fatte negli ultimi anni e che si pretenderebbe oggi semplice­mente di sostituire strappando con maggior foga i fogli del calendario. No. L’unica cosa che si può oggi sosti­tuire a una costruzione che non c’è è qualcosa in grado di farla vivere pri­ma ancora che ci sia. E l’emozione.
 

Immaginate per un attimo che i lea­der dei Ds e della Margherita decida­no simultaneamente di sostituire alle proprie mozioni congressuali null’altro che il testo del Manifesto del Parti­to democratico che si va con qualche fatica scrivendo in queste settimane. (Attenzione: di sostituirlo alle pro­prie mozioni, non di farlo votare quando il congresso si sta per chiude­re e i delegati si mettono il cappotto e controllano gli orari dei treni). Con un solo gesto costruirebbero una cul­tura comune. Parlerebbero ai delega­ti ma non solo a loro. Legherebbero sul serio i propri destini ad un proget­to politico. Si assumerebbero in pie­no le conseguenze di un eventuale fal­limento. Libererebbero se stessi dal­l’ansia da prestazione congressuale. Darebbero il via ad una salutare cor­sa per la leadership. Farebbero nasce­re il Partito democratico, nei cuori e nelle teste degli elettori attuali e poten­ziali, già dal 21 o 22 di aprile. Dopo di che, poco importerebbe una fase co­stituente di sei mesi o di un anno. Il nuovo partito sarebbe già là, in cam­po, a rappresentare il futuro del siste­ma politico italiano

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