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Se lo Stato fosse un'azienda

  «Favorire un’effettiva e graduale riduzione del personale pubblico rimane la sfida degli anni a venire». È il Governo a scriverlo, nel “Li­bro Verde sulla spesa pubbli­ca”. L’Italia, vi si legge, è agli ul­timi posti nella graduatoria di performance del settore pub­blico, la spesa pubblica aumen­ta più che negli altri Paesi.

 

 

 

Il debito pubblico che grava su tutto il Paese, autorizzereb­be a pretendere un di più di produttività dalla Pubblica Amministrazione. Perché non succede niente?

 

 

 

«Ritengo che … una vera ri­qualificazione dei conti pubbli­ci non possa essere compiuta senza la spinta congiunta di una passione politica e di una passione amministrativa»: a scriverlo, corsivo compreso, è il ministro dell’Economia. Ma come non è nella benevolenza del birraio che confidiamo per il funzionamento dei mercati, così non è dalla “passione” che ci attendiamo la soluzione, ma dalla volontà politica. Questa sembra far difetto.

 

 

 

ÀI Convegno Ambrosetti, Piero Fassino proponeva di scambiare le garanzie di stabili­tà del posto nella P.A. con la mo­bilità: ma secondo il Libro Ver­de che aveva sul tavolo, ” la mo­bilità tra Ministeri è inesisten­te” e, nell’ambito di uno stesso Ministero, “in sei anni, cioè un quinto della carriera lavorativa […], solo un dipendente su cin­que ha cambiato ufficio”. Nel 1997 i sindacati imposero che il “trasferimento”alle Province di 7000 dipendenti del Ministe­ro del Lavoro si riducesse al cambiamento delle targhette sulle porte: non una sola seggio­la si mosse.

 

 

 

Per il Ministro della Funzio­ne Pubblica, con l’informatica 4 su 10 dipendenti pubblici sa­rebbero Superflui: bene le visioni di lungo periodo, ma quello su cui si misura il Governo è la capacità di portare ad esecuzio­ne il piano di sfoltimento che viene annunciato.

 

 

 

Il Paese ha vissuto una tra­sformazione enorme, all’inter­no del settore manifatturiero e da questo a quello dei servizi, con una disoccupazione in calo. La mobilità da un’azienda all’altra non è stata opera di qualche pianificatore, ma si è attuata passando per il merca­to, con le sue opportunità e le sue durezze. Chiunque ha ristrutturato un’azienda sa che prima si riducono gli organici e poi si ottimizza il funzionamento. Se la “passione ammini­strativa” non produce la mobi­lità, è perché non basta. Se non è servito il blocco del turn over, è perché da solo non fun­ziona. Non hanno nulla da fare le 1.200 persone che ricevono uno stipendio dall’Arsenale di Taranto, né quelle impiegate nelle direzioni regionali dei Vigili del fuoco. La flotta della Forestale calabrese può navigare solo in un blog, il Pra, lo ha det­to il ministro Bersani a Cernobbio, non assolve più ad alcuna funzione. Perfino al ministero dell’Economia ci sarebbero, secondo autorevoli esperti, dire­zioni generali cancellabili sen­za conseguenze.

 

 

 

Riqualificare il lavoro di 4 mi­lioni di persone è compito im­mane. Il Libro verde giustamen­te comincia dal sistema di for­mazione del bilancio pubblico. Ma anche le difficoltà possono diventare pretesto per non fa­re: invece ci sono cose, magari minori ma di valore emblemati­co, che non richiedono né gran­di “passioni”, né approfonditi studi, né meditate riforme, ma volontà politica. Sì prova a schematizzare:

 

 

 

1. Il Libro verde assume come obiettivo la riduzione quantita­tiva del numero dei dipenden­ti. Bisogna andare oltre, farne uno strumento per la riqualifi­cazione da fare, non beneficio delle riqualificazioni a venire.

 

2. Gli strumenti, per creare l’analogo del mercato, con i suoi incentivi e le sue durezze, già esistono: il Testo Unico per il pubblico impiego del 2001 prevede trattamento degli esu­beri e ammortizzatori sociali. Vi sono anche indicate le responsabilità dei dirigenti sulla congruità delle spese. Dato che è per questo che hanno uno sti­pendio dieci volte superiore a quello dei loro “dipendenti”, la sanzione in caso di non raggiun­gimento degli obbiettivi può ar­rivare al licenziamento.

 

3. Sta cambiando il “comune senso del pudore” politico. Le insofferenze verso illegalità, insicurezza, pressione fiscale si sono conquistate la dignità di temi di primo piano: bisogna farne tesoro, anche per evitare di riconsegnarli ai populismi di destra e di sinistra. Servono iniziative come quella di Pietro Ichino: il suo progetto, un’Auto­rità per la valutazione delle strutture e del personale pub­blico, ha raccolto consensi co­me strumento per snidare i nullafacenti per scelta individua­le, ma è congegnato anche per i casi di uffici dove quella di nullafacente è la job description.

 

 

 

Non basta la razionalità di consulenti ed esperti. Quando ha la fortuna di poter contare sulla passione civile dei cittadi­ni, compito del politico è inter­pretarla e applicare la propria volontà a darvi risposta.

Se lo Stato fosse un'azienda
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