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Statali, larghe intese antifannulloni.

  Licenziare almeno una parte dei dipendenti pubblici che non lavorano? La proposta, avanzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Pietro Ichino, ha suscitato grandi polemiche. Alcuni esponenti del mondo dell’economia e della politica (compreso lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi) hanno detto di condividerla. Mentre altri, specie nel sindacato, l’hanno definita una «sciocchezza » o, tutt’al più, una «provocazione ».

 

 

 

Tra gli italiani nel loro insieme l’idea suscita una larga approvazione. E, ciò che è più significativo, il consenso è presente tra tutte le categorie, con una accentuazione tra i più giovani e tra chi possiede un titolo di studio più elevato. Ancoramaggiore è l’adesione tra i residenti nel Nord-Est. Com’è ovvio, l’idea di licenziare trova minor plauso nell’elettorato di centrosinistra. Ma anche qui resta maggioritaria: persino tra chi si definisce di sinistra tout-court, il 62% condivide la proposta di Ichino. Unorientamento così diffuso trae origine dalla visione che, a torto o a ragione, gli italiani si sono fatti del settore pubblico. Giudicato dalla maggioranza (quasi il 60%) meno efficiente di quello privato (anche se il 14% – che diventa il 24% tra chi si dichiara di sinistra tout-court – lo ritiene viceversa più efficiente).

 

 

 

Al sostanziale accordo con l’idea di licenziare i «lavativi», si accompagna però la convinzione che il giudizio sull’efficienza dei singoli debba essere espresso da criteri oggettivi: la proposta, sempre avanzata da Ichino, concernente l’indicazione degli inefficienti da parte di altri lavoratori accusati di scarso rendimento, trova consenso solo in una minoranza (17%). Quasi tre italiani su quattro (anche in questo caso, specialmente i giovani), viceversa, suggeriscono una più estesa e puntuale applicazione dei sistemi di misurazione della produttività anche ai lavoratori pubblici.

 

 

 

Alcuni, pur condividendo il suggerimento di Ichino, ne hanno sottolineato la difficoltà – secondo qualcuno l’impossibilità – di implementazione, sia per le resistenze interne alla stessa P.A., sia per gli intrecci tra quest’ultima e il mondo della politica. Forse anche per questi motivi, gran parte degli italiani, benché persuasa dalla proposta in sé, non ritiene che la sua attuazione possa rendere davvero più efficiente il settore pubblico. Per questo, la maggioranza auspica, da subito, una più ampia riorganizzazione dell’intero comparto. Si tratta, certo, di una richiesta fondata.

 

 

 

E’ del tutto evidente, infatti, che, oltre a sollevare conflitti sociali rilevantissimi, specie in certe zone del Paese (una larghissima parte della popolazione meridionale vive, come si sa, del «pubblico »), il licenziamento degli inefficienti non garantirebbe di per sé il ritorno al buon funzionamento del settore. Che necessita di interventi organizzativi e normativi di più vasta portata. Resta il fatto, però, che la reale introduzione, anche nel settore pubblico, della possibilità di licenziare, costituirebbe, secondo la maggioranza degli italiani – anche di quelli residenti al sud – un segnale forte di svolta e di rinnovamento.

Statali, larghe intese antifannulloni.
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