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Tra i tanti temi in difesa di D'Elia preferisco la certezza del diritto

  Ho conosciuto Sergio D’Elia all’inizio del ’92, in via di Torre Argentina: con un gruppetto di persone stava dando vita a quella che sarebbe poi divenuta “Nessuno tocchi Caino”, in quel momento ancora «Lega mondiale di parlamentari e cittadini per l’abolizione della pena di morte entro il 2000”. C’era Maria Teresa Di Lascia, che poi sposò Sergio, appena prima di scoprire il tumore che la portò alla fine in pochi mesi. C’era Paolo Cesari, il “Gufo” di Lotta Continua, c’era Tommaso Staiti, da poco uscito dal Msi insieme al sottoscritto, c’era Emilio Targia, redattore di Radio Radicale e qualcun altro. Era forse la prima volta nel dopoguerra che gente dai percorsi così diversi si incontrava non solo per discutere ma per fare una cosa insieme, una cosa nuova, senza chiedersi i pedigree, senza dover dare conto di ciò che si era stati. Eppure le nostre biografie erano l’elemento significante di quella scelta: non partivamo da un’astrazione giuridica, da una pregiudiziale ideologica, per noi c’era una ragione esistenziale, a noi sarebbe potuto succedere veramente di esser condannati alla pena capitale. La scelta fu dunque non quella di promuovere campagne di opinione, di ”sensibilizzare” coscienze, di inseguire il rischio dell’errore o la certezza di una morale extragiudiziaria ma di operare sul piano della formazione e della trasformazione del diritto, di attribuire alla legge il suo giusto primato, erga omnes.

 

 

 

 Inizio un percorso che, con ricambi di personale, con momenti di entusiasmo e ostacoli apparentemente insormontabili ma con una ostinazione senza cedimenti da parte di Sergio, di Elisabetta e di tanti altri ha portato in 14 anni al consolidarsi di una lobby internazionale che coinvolge Stati, istituzioni sovranazionali, gruppi di opinione, singoli politici o giuristi, dagli Usa al profondo dei paesi islamici, dalla Russia alle nazioni di nuova formazione. E che ha saputo incidere profondamente nella nascita di un nuovo diritto internazionale come di quello interno di molti ordinamenti, facendo passare in una decina di anni i paesi abolizionisti di fatto e di diritto in maggioranza rispetto a quelli che mantengono la pena di morte.

 

 

 

 In Italia, oltre a stabilire principi innovativi nella reciprocità tra Stati, l’associazione, è riuscita ad ottenere l’unanimità delle forze politiche (con l’eccezione della Lega) nella richiesta della moratoria universale per la pena di morte, e ha annoverato tra i propri iscritti non pochi parlamentari, da Rifondazione ad An e, tra questi, anche chi aveva firmato a suo tempo la proposta di Almirante di reintrodurre in Italia la pena capitale. Basterebbe quest’azione a riscattare le gesta di un ventenne precocemente resosi conto del proprio errore?

 

 

 

 Di Sergio si potrebbero però descrivere anche i tratti di umanità, di pacatezza, di umiltà che lo distinguono in un mondo, quello della politica, in cui fanno di solito premio il cinismo, l’arroganza, la furbizia. O parlare del suo stile di vita da militante estraneo ad ogni logica di potere, quasi un missionario, ma sarebbe ancora un amico a parlare e le parole di un amico non valgono come riabilitazione. Si potrebbero anche invocare i numerosi precedenti di parlamentari di destra, di sinistra e di centro colpiti da condanne passate in giudicato e non sempre scontate per reati a volte più infamanti o più gravi. O ricordare come nella Camera e nel Senato abbiano seduto persone che 60 anni or sono imbracciarono le armi gli uni contro gli altri, sicuramente spararono, probabilmente uccisero. Ma il paragone non tiene solo perché spesso l’accostamento stesso farebbe torto alla biografia di Sergio. Potrei anche aggiungere che nemmeno durante la peggiore campagna d’odio del dopoguerra, quella contro l’Msi, quando pure se ne contestava la legittimità politica all’esistenza e se ne chiedeva lo scioglimento per via giudiziaria e si additavano a bersaglio i suoi esponenti, nessuno si è mai sognato di mettere in discussione la legittimità dell’elezione di un singolo parlamentare di quel partito o il suo diritto a ricoprire una carica all’interno del Parlamento.

 

 

 

 Credo tuttavia che nessuno di questi argomenti coglierebbe il cuore del problema e non farebbe altro che rimandare ad ambiti inadeguati, a ragionamenti fuorvianti. C’è una sola cosa che conta, che è urgente sottolineare, ed è, una volta di più, la certezza del diritto, che risiede nella forma e nell’applicazione della legge. Al rispetto di tale principio concorrono una serie di ingredienti: la realizzazione di tutte le condizioni perché il colpevole venga individuato, la sicurezza che sia affidato alla giustizia e giudicato da un giudice imparziale il quale si dia come compito solo quello di applicare la legge. Infine che il colpevole, una volta riconosciuto tale, sconti la pena che gli è stata inflitta. Ma la certezza del diritto risiede anche nel fatto che una volta che il colpevole ha pagato e, secondo legge, ha estinto il suo debito con la società esso rientri nel consorzio civile con diritti identici agli altri liberi e senza che a nessuno sia consentito di revocare in dubbio tale condizione. Ogni azione contraria non è solo un offesa al pieno godimento dei suoi ricostituiti diritti, è un attentato questo sì terroristico alle fondamenta stesse della nostra civiltà giuridica. Almeno a quello che ne resta.

Tra i tanti temi in difesa di D'Elia preferisco la certezza del diritto
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