Niente di nuovo sul fronte occidentale /3

Di Veronica Alfonsi.

“Se un italiano a Londra o un cinese a Milano ce la possono fare da soli, perché un ghanese a Berlino o un congolese a Trieste non possono fare lo stesso? Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello”.
Così scrive Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, regista di “Io sto con la Sposa”, in una lettera idealmente indirizzata al Presidente Gentiloni.

Le riflessioni di Del Grande devono stimolare la riflessione, devono spingerci a interrogarci.
Perché esiste una metà del mondo che ha il diritto di muoversi, di spostarsi, di seguire suggestioni, passioni, famigliari lontani, la felicità, mentre all’altra metà è sistematicamente impedito l’esercizio, proprio degli uomini e garantito dalle costituzioni di tutto il pianeta, del libero arbitrio?
Oggi, qualunque giovane occidentale al di sotto dei trent’anni sa bene che la globalizzazione è una realtà assodata, una conquista avvenuta. La maggior parte di noi hanno fratelli che vivono all’estero, amici a Parigi, a Berlino, ad Amsterdam. Nessun ventenne pensa seriamente di trascorrere la sua intera esistenza nella città, nella regione, nella nazione in cui è nato. Esiste un principio di mobilità tra le giovani generazioni che rende gli abitanti della parte occidentale del pianeta cittadini globali con diritto di circolazione, di sconfinamento, di fuga, di scelta.
Perché dovrebbe essere diverso per chi ha avuto la sfortuna di venire al mondo nella metà sbagliata del nostro emisfero?

“Caro Gentiloni - continua Del Grande - avendo passato dieci anni della mia vita a contare i morti lungo la rotta libica, mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata. Arrestate duecentomila persone l’anno a Tripoli, e l’anno dopo ne avrete altrettante diniegate dagli uffici visti delle Ambasciate UE in Africa e pronte a bussare alla porta del contrabbando libico. E se non sarà Tripoli, sarà Izmir o Ceuta. Perché questo è il problema. I visti!

Il problema in effetti non è chiudere le frontiere, bloccare le persone sulle spiagge libiche, il problema non è costruire muri, non è respingere al mittente vite umane fuggite dalla guerra e dalla povertà, il problema non è impedire ad ogni costo lo spostamento di esseri umani, il problema semmai è legalizzare quello che oggi è merce proibita: la libertà.

“Riscrivete le regole dei visti Schengen, allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. E se funziona, estendete il programma. Iniziate dai paesi più interessati dalle traversate: Eritrea, Somalia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Gambia, Mali, Niger, Senegal, Egitto e Tunisia. Visti di turismo e ricerca lavoro, validi sei mesi in tutta la UE, rinnovabili di altri sei mesi e convertibili in permesso di lavoro dopo un anno senza bisogno di nessuna sanatoria. Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo.”

E’ necessario e urgente sedersi a un tavolo e riscrivere le regole del gioco. Il dossier di Radicali Italiani spiega molto bene i termini della questione in Italia. Le leggi sull’asilo sono insufficienti, hanno creato e alimentato sacche di illegalità e marginalità, anziché governare i flussi migratori hanno ostacolato, con inutili rigidità, l’integrazione, costringendo molti, nel nostro paese da mesi o addirittura da anni e magari già in possesso di un lavoro, a vivere comunque nell’illegalità.

Ecco alcune delle nostre proposte: implementazione dei programmi di reinsediamento già previsti dell’Agenda europea sulle migrazioni, creazione di corridoi umanitari attraverso la concessione di visti umanitari (vedi progetto pilota Mediterranean Hope), possibilità di trasferimento e presa in carico per ricongiungimento familiare, oggi procedura ancora troppo lenta e farraginosa, permesso di soggiorno temporaneo (6 mesi) da rilasciare a lavoratori stranieri selezionati da intermediari sulla base delle richieste che arrivano dal mercato del lavoro italiano, regolarizzazione su base individuale degli stranieri che si trovino in situazione di soggiorno irregolare se in presenza di un’attività lavorativa.

Oggi è necessaria una riforma sostanziale del sistema di asilo che aiuti a snellire le procedure, che apra le porte dei consolati e degli aeroporti e che metta in comunicazione la richiesta e l’offerta di lavoro permettendo da una parte ai paesi ospitanti di sfruttare risorse a loro indispensabili e dall’altra a chi cerca un’altra vita di trovarla senza correre inutili rischi, senza dover attraversare un deserto o il mare aperto su barconi che sembrano appartenere a un’altra storia, a un Medioevo lontano, a una Preistoria antica, certo non alla modernità che - con le parole di Del Grande - “è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole”.

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