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9 milioni di processi pendenti sono «il più vasto problema sociale italiano». Più di 600 partecipano al satyagraha.

Le precedenti battaglie per la legalità costituzionale: plenum della Camera e della Consulta, potere di grazia del Presidente della Repubblica. Lo stato italiano è «in flagranza delittuosa o criminale rispetto alla funzione costitutiva della legittimità storica dello stato». E’ una «bellissima balla» che la Rosa nel Pugno non abbia fatto lotte per questioni sociali, ma dà l’occasione di ripetere cosa vuol dire Blair-Fortuna-Zapatero. La condizione criminale dello stato italiano rispetto alla propria costituzione sta nei 9 milioni di processi di sofferenza, «il più vasto problema sociale italiano». Non ci si rende conto di cosa voglia dire un processo per persone semplici, magari per recuperare una casa o dei crediti. L’amnistia è il «solo modo per non consentire allo stato di violare non solo la propria legalità ma la propria legittimità, e non incarognirsi nella flagranza di reato in cui si trova». L’amnistia è «l’unico strumento che consente di dire che abbiamo quanto meno interrotto la flagranza criminale che dà un esempio antropologico e culturale» agli italiani. Anche l’indulto per interrompere una flagranza di violazione dei principi e delle ragioni costituzionali della detenzione.

I partecipanti al satyagraha

Citazioni dal Rapporto di Alvaro Gil-Robles, Commissario europeo per i diritti umani, sulla sua visita in Italia del 10-17 giugno 2005

Malgrado il livello in genere elevato di protezione dei diritti umani offerto dalla sua legislazione, l’Italia contribuisce tuttavia notevolmente a determinare il sovraccarico di lavoro della Corte europea dei diritti dell’uomo. E’ infatti il quinto Stato per il numero di ricorsi dinanzi alla Corte ed è il primo in termini di condanne. Inoltre, è il paese che registra il numero maggiore di mancata esecuzione delle sentenze. (…)

Altro motivo di preoccupazione sono le condizioni delle carceri, il cui degrado è più rapido della loro ristrutturazione, e che sono sottoposte alla pressione del continuo aumento del numero di detenuti. (…)

La giustizia è un elemento fondamentale dell’organizzazione sociale, poiché determina la realizzazione e la protezione dei diritti degli individui. La sua disfunzione incide negativamente sull’insieme della popolazione e, per quanto taluni possano trovarvi un interesse o trarne un vantaggio, la maggior parte ne subisce gravi conseguenze. Nel corso dei procedimenti giudiziari, i diritti degli individui, siano essi convenuti o ricorrenti, sono limitati, ostacolati fino alla decisione finale dei tribunali. L’insieme della società italiana subisce le ripercussioni dirette o indirette provocate dalle storture e dall’inerzia della giustizia italiana. (…)

Soltanto per il periodo che va da gennaio 2001 a dicembre 2004, tra le 998 decisioni e sentenze rese dalla Corte europea relative all’Italia, 799 riguardavano l’articolo 6 della CEDU, nella maggior parte dei casi in relazione a ritardi del procedimento giudiziario.
Nel 2004, in base alle informazioni fornite dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, la durata media dei processi, fino alla decisione della corte di appello, era di otto anni nei processi civili e di cinque anni nei processi penali. Al 30 giugno 2004, oltre nove milioni di casi erano in attesa di giudizio: 4,7 milioni dinanzi alle giurisdizioni civili e circa 3,4 milioni dinanzi alle giurisdizioni penali. Ad essi bisogna aggiungere i 100.000 casi pendenti soltanto dinanzi alla Corte di Cassazione. In base a tali cifre, circa il 30 % della popolazione italiana è in attesa di una decisione giudiziaria. (…)

Le conseguenze disastrose di tali ritardi possono talvolta rivelarsi drammatiche, dal momento che l’incapacità di garantire il diritto alla giustizia in tempi ragionevoli incide sulla possibilità di garantire altri diritti, in particolare i diritti fondamentali. Per quanto concerne le cause penali, le conseguenze sull’accusato sono evidenti, segnatamente per gli innocenti, che devono in particolare sopportare il danno prolungato alla loro reputazione. Oltre a tali conseguenze per gli accusati, la lentezza dei procedimenti nega ugualmente alle vittime il diritto alla giustizia e contribuisce in modo più generale a favorire una certa impunità, che indebolisce lo stato di diritto e la pubblica sicurezza. Tra i procuratori con i quali mi sono intrattenuto a colloquio, sono numerosi quelli che lamentano il fatto che la lentezza dei procedimenti non consenta di prevenire i casi di recidiva, e che abili manipolazioni del complesso diritto procedurale italiano permettano a certi avvocati di fare interrompere le azioni giudiziarie che si estinguono per prescrizione.

Anche la lentezza dei procedimenti civili comporta conseguenze pregiudizievoli per le parti. Nei contenziosi sul lavoro, per esempio, la durata media in prima istanza era di 698 giorni nel 2004, registrando una progressione del 14% rispetto al 2003. In appello, per lo stesso contenzioso, erano necessari in media 686 giorni per ottenere una decisione. Il che rappresenta, per tutti, una durata decisamente troppo lunga prima di ottenere una sentenza. Tuttavia, nel caso di uno straniero, il cui rinnovo annuo del permesso di residenza è condizionato dalla possibilità di dimostrare di disporre di un contratto di lavoro, tale termine gli impedisce di contestare un licenziamento, o perfino di azzardarsi a protestare per un trattamento ingiusto. Per i fallimenti, le parti devono aspettare 3.359 giorni, in altre parole circa 10 anni, prima di ottenere una decisione di prima istanza 1 nel corso dei quali sono sospesi certi diritti del fallito: diritti economici – diritto di gestire dei beni o di disporre di un conto bancario -, ma anche diritti civili e politici. Tali constatazioni si applicano sfortunatamente anche alle controversie in materia di divorzio o di esecuzione delle decisioni. E’ inaccettabile che per contenziosi talmente essenziali, per i quali una, o perfino le due parti, hanno bisogno di una decisione rapida, tali tempi siano diventati la norma.

9 milioni di processi pendenti sono «il più vasto problema sociale italiano». Più di 600 partecipano al satyagraha.
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