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All'Onu con i Nobel contro la pena di morte

  Ho scritto una lettera aperta ai 55 premi Nobel che nelle settimane scorse mi avevano rivolto un appello per giungere rapidamente al­l’approvazione di una moratoria universale sulla pena di morte, in vista della sua completa abolizione. Ho illustrato loro i passi che l’I­talia ha compiuto nelle ultime settimane e quelli che intende com­piere alle Nazioni Unite nei prossimi giorni. Li ho pregati di conti­nuare a sostenere questa battaglia di civiltà. Li ho invitati a New York il 28 settembre prossimo per testimoniare il loro impegno insieme a noi, all’interno del Palazzo di Vetro.

 

 

 

All’inizio della 62ma sessione dell’Assemblea Generale delle Na­zioni Unite che si apre in questi giorni, l’Unione europea e vari paesi in rappresentanza di ogni regione del mondo presenteranno insieme una Risoluzione per la moratoria uni­versale. L’obiettivo è giungere al più presto alla sua approvazione. L’Italia è da sempre impegnata in questa battaglia e ha svolto anche in questi mesi un ruolo decisivo perché si formasse il più ampio consenso possibile, in Europa e nel mondo. La giustizia oggi, come tutto il resto, è questione planetaria. Durante il primo anno e mezzo di governo ho affrontato questo tema con leader internazionali, alle Nazioni Unite e all’Unio­ne Africana, facendomi portavoce dello sconcerto e della speranza di chi auspica un riscatto.

 

 

 

Perché quella contro la pena di mor­te è una battaglia sentita da tutti nel nostro Paese: dall’opinione pubblica, dal Parlamento, dai Governi che si sono succeduti in questi anni a prescindere dalla loro natura politica.

 

 

 

Negli ultimi mesi la politica e la di­plomazia italiana hanno inten­sificato gli sforzi. Avvalendosi del sostegno delle Associazioni, a comin­ciare da Nessuno tocchi Caino, che da anni combattono questa battaglia. Dopo aver convinto nel giugno scorso l’Unione europea a procedere compatta – bisogna ringraziare per questo Massimo D’Alema – si è messo a punto in questi giorni un testo di Risoluzione che ci apprestiamo a depositare e far votare alle Nazioni Uni­te. Insieme al Portogallo, che detiene la presidenza di turno dell’Unione euro­pea, abbiamo organizzato una riunione al Palazzo di Vetro dei Ministri degli Este­ri, il prossimo 28 settembre, proprio per ampliare su di essa il consenso.

 

 

 

Ho voluto invitare 55 Premi Nobel a questa riunione di New York perché il loro impegno anche durante queste giornate decisive sarà una testimonian­za straordinaria di uno sforzo comune in favore della sempre più piena realiz­zazione dei diritti umani universali. Sappiamo che non possiamo farci illu­sioni. Quella contro la pena capitale è una battaglia difficile perché molti paesi ancora la praticano. Ma siamo pronti ad assumerci i nostri rischi per tentare di vincerla. Le condizioni ci sono, abbia­mo ragioni per sperare: a cominciare dal sostegno dei principali organismi inter­nazionali, dell’Unione europea, dell’o­pinione pubblica mondiale e di un nu­mero sempre crescente di paesi che ri­pudia l’uso di questa pratica crudele e inumana. Dai continenti più martoriati, penso all’Asia e all’Africa, continuano a giungere, anche in questi giorni, segna­li incoraggianti. La stessa Cina sta av­viando una riflessione di lungo periodo sull’uso della pena di morte che mi sem­bra andare al di là delle preoccupazioni contingenti legate al fatto di ospitare le Olimpiadi a Pechino l’anno prossimo.

 

 

 

La pena di morte è un atto estremo, contrario ai più elementari prin­cipi di convivenza civile, che si è alimentato nei secoli grazie alla logica della violenza che chiama violenza in una catena senza fine. Oggi abbiamo un’occasione unica per affrancarci, per provare a spezzare questa catena. Sul significato della pena capitale è stato scritto tutto. E proprio la tradizione ita­liana, a partire dall’Illuminismo di Ce­sare Beccaria, è stata protagonista del dibattito etico e filosofico attorno a que­sto tema. Mi limito perciò a ricordare che approvando una Risoluzione all’Onu potremmo rendere evidente un principio importantissimo: quello cioè che l’essere umano non è solo capace di compiere progressi nella scienza, il che è sotto i nostri occhi, ma anche in campo etico – circostanza questa su cui guardando quello che succede in giro per il mondo si può legittimamente nu­trire qualche dubbio.

 

 

 

Una Risoluzione delle Nazioni Unite contro la pena di morte potrebbe in­somma dimostrare che l’uomo di oggi è migliore di quello di ieri anche sotto il profilo etico e morale. Sarebbe un risultato enorme, destinato a incidere sulla nozione stessa di progresso. Un risulta­to che aprirebbe le porte a un futuro più giusto, in una società che finalmente si emancipa dalla spirale della vendetta fratricida di Caino e Abele. Una società che dimostrerebbe di aver compreso l’ammonimento che ci viene dalla sag­gezza antica ricordato recentemente da Zygmunt Bauman: «se vuoi la pace, cu­ra la giustizia».

All'Onu con i Nobel contro la pena di morte
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