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Antinomie

Leggo: “L’identità non è negoziabile”, e resto sconcertato. Mi pare l’elogio dell’immobilismo, della Sfinge, forse addirittura del rigor mortis. Chi mai, tra gli umani, ha una identità non negoziabile? Forse – ma ne dubito – l’aborigeno di una tribù india sperduta nel Mato Grosso, ultimo clone di un ancestrale modello unico, stampigliato qualche migliaio di anni fa e da allora riprodottosi, se non per gemmazione, in un processo meramente biologico nel quale anche i nomi di padre e di figlio non hanno senso, perché il padre è identico al figlio, non ha una sua specifica e riconoscibile identità così come non l’ha il figlio. Eppure, ecco qui, c’è chi convintamene sostiene che ciascuno di noi, ciascun uomo, debba essere inchiodato a una identità definita una volta per sempre, come certificata e timbrata dall’ufficio di stato civile comunale. Ma no, noi non siamo solo quelli della fotografia formato tessera, siamo ben altro: siamo anche, per dire, quella identità che ci attribuiscono gli occhi di chi ci ama, e ci descrive e dipinge come ci vede e così ci ama come ci vede, e noi stiamo lì, ad ammirare beati il profilo di noi che colei (o colui) che ci ama ci presenta. E siamo anche, persino, l’identità che vedono in noi gli occhi di colui che ci odia e ci insulta e denigra in questa identità che a noi, fino a poco fa, era sconosciuta e che respingiamo, angosciati. Ognuno che parla di noi ci dà una identità diversa e pur vera, così come noi facciamo per ciascuno degli altri, i nostri interlocutori: grazie alla parola, il prodigioso “negotium” della parola, che ci apre a scambi infiniti e speculari, togliendoci dalla prigione di noi stessi.

 Apologia dell’occidente
 
Siamo o no gli apologeti dell’occidente? Dell’occidente nel suo significato cristiano, di civiltà non del progresso ma che nella storia progredisce, facendo di tale sua storicità il laboratorio della ascesi umana a Dio e della discesa di Dio tra e per gli uomini? Se è così, dobbiamo ancor più far nostro il principio – il valore – che ogni identità è e deve essere aperta, nell’abbandono assoluto alla voce alta del Dio che ci tenta, ci sollecita a superarci, a farci, in lui, altro dal noi di ieri: “Lascia ogni tua cosa, e seguimi”, dice Gesù a Pietro. E questa apertura, questa disponibilità assoluta al liberatore Dio cristiano cosa comporta se non l’impossibilità, il rifiuto di una identità fissa, impermeabile e immutabile? Nella visione cristiana della storia salvifica, l’identità non potrà che essere mutevole e variabile, pronta – anzi – al dono di sé, al sacrificio del sé, nel rinnovato incessante scambio di domande, di acquisizioni e di agnizioni, come anche di rinunce, di addii (e di relativismi): come è di colui che lascia cadere – pensiamo sempre a Pietro – la vecchia spoglia per farsi nuovo, farfalla che esce dalla crisalide. E pensiamo a Maria, la moglie di Giuseppe che accoglie, ignara, l’“altro”, l’Angelo che viene da un mondo altro, e diventa così, da piccola, anonima ebrea, l’Annunciata, la Madre e Sposa di Dio: la sua identità si è raddoppiata, moltiplicata, fino a toccare l’indicibile, appunto. Anche il pane e il vino, nell’eucarestia, si trasfigurano, assumono l’identità di carne e sangue di Dio. Ma già le metamorfosi ovidiane erano il policromo arazzo di un universo in cui ogni forma vive come “potenza” di altro, in una infinita specularità di forme, un intreccio di identità che plasticamente si arricchiscono nel mutare e nel mutarsi, nello sparire e riapparire.

 Laicamente, l’identità, la mia identità, vive intensamente nello “scarto” tra il mio essere e il mio dover essere, o voler essere, nel mio operare giorno dopo giorno per crescere e costruirmi, in un infinito progetto alchemico. Laicità è assunzione responsabile di questa precarietà del vivere, dell’esistere: riconoscimento del rispetto che sempre è dovuto a ciascuno di noi, a noi come all’altro, nella consapevolezza di quella che si può dire la “sacralità” del mistero identitario. “Individuum est ineffabile”, diceva san Tommaso, ineffabile e – aggiungo io – iridescente, irriconoscibile se non a Dio e di fronte a Dio. Chi dunque mai potrà desiderare per sé una identità non negoziabile?  

 

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