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Autogol

Ammesso che domani o doman l’altro passi an­che al Senato, il governo Prodi bis è già spostato al centro. I dodici punti che il no­stro premier ha preteso e che gli sono stati rapidamente concessi, pena il suo ritiro e lo scioglimen­to delle Camere, questo sono. E di questo è significativo il voto annunciato di Marco Follini. Ma è un equilibrio fragile. E non so­lo per i numeri, che pur qualco­sa significano, ma perché è venu­to in luce che quel che lo ha mes­so e lo tiene insieme è l’urgenza di togliere di mezzo la Casa della libertà, non una idea condivisa del che fare per l’Italia. La stessa urgenza lo ha ricomposto ades­so, a contraddizioni irrisolte.
 
E’ un caso particolare in Euro­pa, una coalizione di centronistra che ha bisogno di tutta la sinistra, incluso il voto dei movi­menti radicali, mentre quella del centrodestra non pone limiti a destra fino alle sue forme estre­me fasciste e razziste – cosa che non avviene in nessun altro pae­se dell’occidente europeo, tanto da produrre figure atipiche co­me Berlusconi o alleanze indigeste a Bruxelles come l’asse Berlusconi-Bossi. Sta di fatto che, co­me ha detto – non so se con qual­che rincrescimento – il presiden­te Napolitano, non appare possi­bile una Grosse Koalition fra due blocchi così opposti, nessuno dei due ha voglia di andare alle elezioni (malgrado gli stramazzi, anche il Cavaliere ha i suoi pro­blemi a tener insieme una divisa Casa della Libertà), né è maturo quel centro del quale si sente pre­cursore Marco Follini.
 
E tuttavia è in fibrillazione l’ar­ruffato bipolarismo italiano. Pri­mo, è ricorrente l’incapacità di quella che chiamavamo la bor­ghesia di darsi una leadership pu­lita almeno sotto il profilo democratico, ed è permamente la sua tentazione di ricorso a populi­smi come la Lega e la parte più vecchia di An. La così anomala presenza fin nelle istituzioni di personaggi fascisti viene di qui. E dopo gli anni ‘ 80 e la fine della Democrazia cristiana, i cosiddet­ti poteri forti più moderni oc­chieggiano alle ex sinistre per­ché siano loro a fornirgli una fi­gura di sostituzione. Secondo, e derivato, quando le sinistre tutte riescono a unirsi è per la priorità di togliersi di torno destra o cen­trodestra impresentabili, rimandando il confronto sulle discrimi­nanti non da poco che esistono fra loro. E’ un rinvio possibile fin­ché si è all’opposizione o in cam­pagna elettorale, ma diventa im­praticabile appena si è al gover­no, dove le scelte stringono e si è responsabili davanti alla propria base elettorale. E’ quel che è suc­cesso anche nel corso della pri­ma esperienza Prodi, e tenderà a succedere nella seconda.
 
I ricorrenti infarti dell’Unione non hanno origini secondarie. Malgrado il mare di personali­smi, imprudenze e pochezze di cui si sono circondati per il giubi­lo della stampa, hanno cause molto serie. Due di esse comuni a tutta l’Europa occidentale – la pressione esercitata dalla globalizzazione liberista sul «modello europeo», o renano, o come lo si voglia chiamare, che ha presiedu­to dal 1945 alla strutturazione delle nostre società – e la colloca­zione da assumere nei confronti degli Stati Uniti una volta caduta l’Urss e finita la guerra fredda. D terzo è del tutto italico, ed è il pe­so che esercita dopo il 1989 la chiesa cattolica sulla nostra sce­na politica.
 
E’ su questi problemi che ogni volta affiora una rottura; ed è su di essi che Prodi ha dato un giro di vite nel patto prendere-o-la-sciare in dodici punti. La prima volta è stato con la finanziaria, dove la priorità data al risana­mento del debito pubblico impo­sto dalla Banca centrale e dalla Commissione – strumenti conti­nentali della deregulation – ha messo limiti cogenti a un riequili­brio neEa distribuzione che sa­rebbe stato necessario alla base delle sinistre e del sindacato. Di fatto, da un lato ha significato bloccare la spesa pubblica e dall’altro non ha toccato in alcun modo le imprese, puntando su un aumento del salassato potere d’acquisto attraverso i risparmi che verrebbero dalle liberalizzazioni di settori secondari (Bersani, taxi, farmacie, eccetera) inve­ce che da un aumento dei salari, e garantendo loro il rifinanzia­mento attraverso la sottrazione del Tfr ai lavoratori e l’obbligo di versarlo ai fondi pensione – operazione geniale di persuasione dei medesimi che è meglio una gallina (eventuale) domani che un uovo (sicuro) oggi. Ma lo sco­glio più difficile da eludere sarà quello delle pensioni.
 
Paradossale, e determinato più da propensioni e idiosincra­sie interne che da un ragiona­mento sulle tendenze effettive della scena internazionale, la col­locazione dell’Italia rispetto all’amministrazione americana. Diversamente da alcuni anni fa, quando l’attacco dell’11 settem­bre e la risposta di Bush con la guerra all’Afghanistan e poi al­l’Iraq parevano obbligare il pia­neta al «siamo tutti americani», l’impantanamento in Medioriente, l’aggravarsi in Iraq della guer­ra civile e il degradarsi crescente della questione israelo-palestinese, nonché la scelta iraniana di dotarsi del nucleare civile, hanno gettato la quotazione di Bush al livello più basso mai raggiunto da un presidente Usa. Minoritario nell’opinione e nelle elezioni del Senato e del Congresso, è la sua escalation che è messa radi­calmente in causa, e le conse­guenze che il Patriot Act ha avu­to nella vita interna degli States e nei suoi rapporti con il resto del mondo.
 
E’ sembrato che Massimo D’Alema, come ministro degli esteri, cercasse di disincagliarse­ne senza una plateale rottura -così si è mantenuto l’impegno dell’Unione sul ritiro dall’Iraq, sono state rinviate al mittente le pressioni dei sei ambasciatori e si sarebbe dovuta articolare una discontinuità dall’Afghanistan, meno facile a causa della coper­tura che all’impresa aveva dato a cose fatte l’Onu – ma non è chia­ro, a chi è fuori dal palazzo, per­ché Romano Prodi abbia d’improvviso avallato la concessione di Berlusconi di una seconda ba­se americana a Vicenza e messo come condizione al suo restare in scena il rifinanziamento della nostra presenza in Afghanistan. Alla prima non lo obbligava al­cun trattato, contava solo la par­tecipazione a una Nato i cui com­piti saranno sicuramente ridi­scussi alla scadenza di Bush, e la seconda non tiene in alcun mo­do dei nuovi sviluppi della situa­zione in Afghanistan. Perché ma­nifestare disprezzo, egli stesso e Giuliano Amato, ai pacifisti di Vicenza, i cui voti gli erano stati ne­cessarissimi?
 
Ma qui si sono cumulati gli er­rori: perché, se il governo si è mosso con arroganza, non risul­ta che le sinistre in parlamento abbiano avanzato alcuna iniziati­va di discussione e aggiornamen­to sulla situazione internaziona­le che forse avrebbe portato a uno scontro, ma senza la quale non era possibile neanche una mediazione su un terreno, come si diceva una volta, più avanza­to. Il governo è stato per cadere all’ombra d’un Afghanistan men­tre – ma pare che nessuno lo ab­bia notato – Rarzai era oggetto dell’attacco non dei talebani ma dei signori della guerra suoi allea­ti, e come lui assassini di Massud, nonché, come lui, profittato­ri del papavero.
 
Con chi stiamo in Afghani­stan, per quale fine concreto ci siamo, quali alleanze sostenia­mo oltre che essere contro i talebani e fino a ieri – ma non sarà così domani – in zone relativa­mente difese dalla loro guerri­glia? Ne discute mai il parlamen­to, ne discutono fra loro i gruppi dell’Unione, ne discutono i parti­ti in qualche sede? Da fuori, l’im­pressione è che tutto, in Italia, si riduca ai numeri della politica in­terna e nient’altro.
 
Ultimo, per quale ragione fra i dodici punti voluti da Prodi sta il ritiro di quei Dico, versione edul­corata dei Pacs, dopo che era sta­to raggiunto un accordo fra le parti, la cattolica Bindi e la fin troppo mitemente laica Pollastrini? Quando i Pa
cs sono stati vota­ti in Francia i vescovi non erano contenti né lo era Giovanni Pao­lo II, ma non sono stati minaccia­ti fulmini e saette su chi li vota­va, eppure è un paese cattolico -di tiepidi cattolici, tale e quale noi. I soli ferventi di ubbidienza stanno, si direbbe, nel ceto politi­co, che dopo il 1948 aveva rifiuta­to di inginocchiarsi di fronte al sacro seggio e dopo il 1989 ha ri­cominciato a farlo. Più oltre, che idea ha l’Unione della separazio­ne dei poteri fra stato e chiesa, «abc» delle moderne democrazia? Ratzinger può tuonare tutti i giorni contro il governo italiano perché, differentemente da quel­lo francese e da quello spagnolo, questo dà all’oltretevere libertà di pascolo.
 
E’ in atto un raddrizzamento al centro del voto del 2006, cui danno fiato i grandi giornali, in primis La Repubblica e Il  Corrie­re della Sera. Essi premono espli­citamente su Prodi perché sbar­chi Rifondazione e i Comunisti italiani, convinti che questo faci­literebbe lo scioglimento del sa­cro vincolo della Casa della liber­tà. La gazzarra che s’è levata con­tro Turigliatto e Rossi, e il rispet­toso silenzio sul voto delle vec­chie volpi Andreotti e Cossiga (ti­pico l’editoriale dell’abitualmente ragionante Ezio Mauro) ha su­perato i limiti del ridicolo, pare­vano due inaspettati pugnalatoli della Repubblica. Chi sostituireb­be i voti di Rifondazione e Pedi? I grandi editorialisti non si soffer­mano su questa piccolezza, co­me se Berlusconi fosse un ostaco­lo minore. Né su chi sostituireb­be Prodi, che non è uomo per tut­te le stagioni: forse hanno già un candidato. La brusca accelerazio­ne del Partito democratico ne è un ulteriore segnale. Quel che conta è liberarsi di ciò che resta di rappresentanza del conflitto sociale, nelle istituzioni in modo da dare en passant anche un col­po decisivo ai sindacati.
 
E qui viene al dunque un di­scorso anche fra quelli di noi, per i quali visibilità e agibilità del conflitto sociale è la sola ragione di essere faticosamente ma anco­ra in scena. La storia del Nove­cento dovrebbe averci insegnato che una sinistra classista, sia pur vagamente marxista, in Italia è sempre stata minoritaria. Siamo un paese moderato che non ha mai dato una maggioranza nep­pure a comunisti, socialisti e so­cialdemocratici tutti assieme, e che sia stato così perché i comu­nisti erano troppo forti, è un ra­gionamento che lasciamo a il Ri­formista. E’ un fatto che, finché c’è stato, il Partito comunista ha condizionato dall’opposizione molti e decisivi sviluppi del pae­se, e appena si è liquefatto in me­no d’una socialdemocrazia sia­mo precipitati in un’inedita av­ventura di destra.
 
Adesso, all’inizio del terzo mil­lennio e in piene declamazioni li-beriste, da noi le sinistre radicali arrivano sì e no al 10 per cento del voto. Sono assai più forti nel­la società, perché, diversamente dalla massa atomizzata, sono for­temente motivate, ma quella sto­ria ci ha insegnato anche che non è augurabile eludere quell’esprimersi indifferenziato che è il momento elettorale, a rischio di degradare al di qua d’una de­mocrazia formale.
 
Non se ne deve conseguire che la sinistra-sinistra deve ope­rare principalmente sulla socie­tà, conoscendola, imparandone e conquistandola e badando in pari tempo che la scena istituzionale non degeneri? Essa infatti non le rappresenterà mai nella loro interezza e potenzialità ma può precluderne ogni spazio ed espressione. Anche a non preve­dere facili ritorni al fascismo, a questa chiusura siamo andati molto vicini con Berlusconi.
 
Ne viene, mi pare, che si tratta di muoversi sui due livelli senza confonderli. Alle camere i gesti eroici del tipo «Muoia Sansone con tutti i filistei» buttano di re­gola nella morte di Sansone e i fi­listei più vispi di prima. Sia detto senza offesa per nessuno, il voto dei due ribelli di Rifondazione comunista e dei Comunisti italia­ni, questo è stato. Siamo andati felicemente indietro. Inutile stril­lare; ma la destra, ma Andreotti, ma Prodi, ma D’Alema – non sia­mo nati ieri. Ancora più sciocco agitare la propria luminosa co­scienza. Chi vuole difendere quella in uno splendido isola­mento, non si metta in politica -che è un fare collettivo, o non è. Più seccamente, in Italia una sini­stra che conti va ricostruita, e cre­do anche altrove. La fine del secolo è passata su di noi come uno tsunami. Non ci ha distrutti. Minoranze importanti crescono. Ma minoranze. Vediamo di colti­varle invece che affogarle. Anche il lievito è minoritario rispetto al­la farina. Ma se non fa crescere l’impasto che lievito è?

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