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Bonino: "Non importa il passaporto dell'azionista di maggioranza"

  «La cosa più sconcertante, il paradosso di questa vicenda, è che siamo un Paese fortemente industrializzato, con una delle più alte densità procapite di telefonini e con la prospettiva di non avere un solo gestore ‘italiano”. Il problema allora non è Telecom, ma il nostro sistema paese nel suo complesso». Parte da qui l’analisi di Emma Bonino, ministro del Commercio estero e delle Politiche europee.
 
Cos’è che non va, ministro? E cosa va fatto?
«Abbiamo una realtà prevalentemente di piccole e medie imprese, bravissime, che però non riescono a fare il salto dimensionale. Ci vorrebbero regole chiare e trasparenti su quello che si chiede ai gestori. in particolare della rete fissa erede di quella “di stato”. Poi non importa il passaporto dell’azionista di maggioranza».
 
Ha ragione Sircana, che definisce “sacre” le scelte del Cda Telecom, o chi invoca il primato della politica sul mercato?
«Condivido le parole di Sircana. E’ evidente che deve essere il mercato a regolare queste vicende, nel rispetto della trasparenza, senza nulla cedere a vecchie tentazioni stataliste. La Telecom è una società per azioni quotata in Borsa. Saranno dunque gli azionisti a fare le proprie scelte sulla base del prezzo, del piano industriale e delle prospettive di sviluppo. Tutto deve essere chiaro, nessuna
opacità e niente patti segreti. Spetterà poi alle autorità indipendenti garantire comportamenti da mercato capitalista maturo».
 
Bertinotti invoca un pronunciamento del Parlamento e, in caso contrario, parla di «sovranita lesa»: esagera?
«In una moderna democrazia è importante che vi sia una distinzione di ruoli e di funzioni. Ognuno deve svolgere le proprie: Parlamento, governo, autorità di controllo. Ma nessuno deve alterare il libero dispiegarsi della concorrenza e del mercato. Cerchiamo anche di dare una giusta dimensione agli avvenimenti. E ricordiamo che mentre noi strepitiamo, Enel sta scalando la principale azienda dell’energia spagnola; Finmeccanica si sta espandendo all’estero; la stessa Telecom ha condotto nel passato brillanti operazioni oltreconfine. E in quei Paesi che dovevano fare? La verità è che questi eventi sono l’essenza del mercato e della globalizzazione».
 
Sinistra e sindacati temono rischi occupazionali.
«Ma qui siamo ancora nella fase pre iniziale! Tutto dipenderà dalle scelte del piano industriale e dalle prospettive di sviluppo. Peraltro, non è che oggi la situazione fosse tranquilla. Si sapeva già della necessità di riorganizzazione aziendale e, in questi casi, vi sono sempre ricadute occupazionali. Comunque, come per qualsiasi altra acquisizione, vi sarà una trattativa anche con i sindacati e si valuterà a quel punto».
 
Con la vendita a investitori stranieri, cosa può cambiare per gli utenti?
«Credo che la speranza possa essere quella di una maggiore efficienza da parte dell’azienda, di un servizio più esteso – buona parte del Paese non ha ancora accesso alla banda larga – e a costi più bassi per cittadini e per le imprese. In effetti, l’italianità non ci ha messo al riparo da notevoli disfunzioni e inefficienze. Aggiungo l’augurio che Telecom possa tornare leader nei mercati internazionali. Oggi questi obiettivi sono compromessi. L’arrivo di nuovi capitali può significare più investimenti».
 

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