RADICALI ROMA

Capezzone: dico no a una legge che porta solo nuove imposte

  Daniele Capezzone, presidente della commissione Attività produttive della Camera e segretario dei Radicali italiani, cosa non le è piaciuto della Finanziaria uscita venerdì dal Consiglio dei ministri?
«C’è una cosa che per me è la più grave ed è una questione di fondo. Qualche mese fa in estate il governo ha presentato il Documento di programmazione economica e finanziaria e il Parlamento lo ha approvato. E quel documento diceva che la Finanziaria avrebbe dovuto
contenere riforme strutturali, in particolare sul lato della spesa. Cioè pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale. Adesso ci ritroviamo con una manovra che non è sul lato della spesa e delle riforme, ma solo su quello delle tasse. Io non ci sto. E bisogna che il governo ci spieghi il perché di questo cambiamento».

A parte la rinuncia a tagli e riforme c’è un’operazione importante sulle imposte sui redditi. E le cronache pre Consiglio dei ministri parlano di scontri tra i moderati e la sinistra della maggioranza…
«Mi si può anche dire, e forse è vero e forse no, che in fondo si è alzato da 70 a 75mila euro lo scaglione che paga l’aliquota massima; che ci sono detrazioni. Ma alcune aliquote sono state alzate anche ai redditi più bassi e questa è una cosa enorme. Poi l’economia vive anche di psicologia e se si dà il segno che si interviene sulle tasse si dà inevitabilmente una botta ai consumi proprio quando c’è una pur flebile ripresa».

Parole quasi da esponente del centrodestra. Per questo chiede accordi bipartisan per cambiare la manovra?
«Io lancio un’iniziativa politica. Le posizioni contrapposte fanno parte del gioco. Giusto che il governo difenda la sua manovra; giusto che l’opposizione protesti duramente. Io però cercherò con chi vorrà farlo, con i liberali dei due schieramenti, di capire come è possibile cambiare questa manovra che, vivaddio, non è scritta sulle Tavole della legge. Spero che nessuno si
senta Mosè che scende dalla montagna».

Però voi della Rosa nel pugno questa partita l’avete già giocata nel governo e nella maggioranza e l’avete persa…
«Io non so chi ha vinto e chi ha perso. Io so che così perde il Paese».

Pensa sia possibile far passare una linea di riforme dentro questo governo?
«Guardi, io a Prodi ho ricordato un episodio. E lui ha avuto la correttezza di confermarlo. Nel 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi, l’esecutivo fu indotto a cancellare la riforma delle pensioni dalla Finanziaria. Romano Prodi firmò un appello lanciato da Franco Debenedetti che invitava il premier a mantenere la riforma previdenziale. Dodici anni dopo siamo nella stessa
situazione, ma a parti invertite».

E ora vorrebbe convincere i leader dell’opposizione a fare appelli al premier Romano Prodi affinché faccia le riforme?
«Io vorrei evitare due errori: uno del governo, nel caso dovesse confermare una Finanziaria che ha il segno delle tasse, e uno dell’opposizione se dovesse decidere di limitarsi solo a protestare. Io comprendo che la tentazione di mobilitarsi è forte e ci sono le motivazioni per
farlo. Però bisogna che i liberali dei due schieramenti si sforzino di fare una battaglia insieme. Se poi qualcuno dirà no si assumerà le sue responsabilità».

Si potrebbe obiettare che la responsabilità della Finanziaria ricade sul governo che l’approva. E
che sembra difficile fare cambiare il segno a questa manovra…
«Certo, ma io per il momento mi accontenterei di evitare un grande errore. Anche perché questa è la prima Finanziaria della legislatura e cade in un momento in cui la congiuntura è positiva. Se non si fanno le riforme ora, qualcuno pensa che avremo la forza di farle dopo? Tutto questo mi ricorda un errore».

Quale?
«Temo che si stia ripetendo l’errore di quel congresso Ds del ’98-99. Venerdì parlò D’Alema e fece un discorso blairiano, sabato arrivò Cofferati e domenica ci fu il cedimento alla Cgil. Queste occasioni perse, alla fine, si pagano».