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"Caro Romano, dicci se il governo è solo un monocolore comunista"

«Senza minacciare alcunché, dimissionio altro…». No, Emma Bonino non è persona che lascia le cose a metà. Però reclama chiarezza sulle pensioni. E dunque, intorno al tavolone della sede radicale di via Torre Argentina, circondata solo dalle donne che contano nel partito – la segretaria Bernardini, la tesoriera Zamparutti, la signora Coscioni e la signora Welby – annuncia di voler rimettere il suo incarico nelle mani del premier perché vuole sapere da Prodi se la sua presenza nel governo è compatibile con le posizioni «conservatrici, quando non reazionarie, della sinistra comunista e sindacale». A chi le ha parlato, aggiunge: «Ci deve dire se il governo è un monocolore comunista, se l’ala riformista conta qualcosa e lui intende ternerla in considerazione».
Ed è diversa, la Bonino ministro, che adesso scrive al premier, da quella di una volta. Quando se ne è stata tre mesi in Afghanistan per l’Onu. Quando faceva la spola tra Roma e il Cairo per imparare sulla sua pelle quanto è difficile parlare l’arabo. Quando girava per l’Africa nera. Quando sperimentava su se stessa le mosche di Kigali, le prigioni di Castro, l’ameba del Ruanda, i campi minati di Kabul, i 48 gradi centigradi dell’Iraq. Quando andava a Mostar, Tuzia, Sarajevo. E poi le avventure: in Somalia le hanno sparato contro; in Sudan le hanno bloccato l’aereo. Nell’Atlantico l’hanno calata dall’elicottero su un peschereccio, i talebani dell’Afghanistan l’hanno trattenuta per un paio d’ore. A New York distribuiva siringhe e l’enorme poliziotto che l’ha fermata voleva sapere se era Cicciolina. Ha perfino ballato il boogiewoogie a Canale 5 per sollecitare finanziamenti per i radicali…
Altri tempi. Adesso la signora deve occuparsi di pensioni. Così, «dopo le univoche, convergenti prese di posizione» della Ue e di «qualificate istituzioni internazionali», dopo i rilievi della Corte dei Conti e quelli del governatore Draghi, che «suffragano la trentennale posizione troppo a lungo solitaria di noi radicali», sente il bisogno di rivolgersi al premier: «E` come se gli avessi detto: sta attento. Nel governo non ci sono solo Ferrero e Giordano». Ma nulla di più: non lascia sbattendo la porta, non fa quelle che lei stessa chiama «scelte strampalate». Semplicemente vuole capire che sta succedendo tra scaloni, scalini e finestre e lo vuole sapere dal premier in persona, che poi è quello che deve dire l’ultima parola sulle pensioni. Perciò: «Ti serviamo? Abbiamo un ruolo? Se sì, faccelo sapere». E poi, più nel dettaglio, lei è intimamente convinta che il riordino del sistema previdenziale non può non tener conto delle compatibilità finanziarie e non può non riguardare anche le donne: lo ha detto in consiglio dei ministri e lo ripete nella missiva. Ma con i suoi più stretti collaboratori va anche oltre: «E` mai possibile che i pompieri si usurino a 57 anni solo in Italia? O forse stiamo perdendo la trebisonda?».
Bonino, ieri e oggi ma sempre con le regole in testa. Eccola allora in veste di commissario che fa irruzione negli studi della tv canadese per dire no, non si prende a cannonate un peschereccio spagnolo che avrà pure gettato reti in acque proibite, perché tra paesi civili semplicemente non si fa: esistono delle regole, appunto. Eccola che si sforza di aprire «corridoi umanitari» nel groviglio di sangue dello Zaire, cercando di superare le distrazioni dei governi, perché è giusto che sia così. O che cerca di mettere in piedi il tribunale permanente sui crimini contro l’umanità (con relative minacce di morte) praticamente solo con l’aiuto dei suoi vecchi compagni, perché non ci sono alternative. E oggi, nella sua ottica e sul tema caldo della previdenza, proprio le regole sarebbero in forse, «colrischio che, sulla spinta della sinistra comunista e dei leader sindacali, il nostro Paese, unico nel contesto europeo, operi persino per una riduzione dell’età pensionabile con un aggravamento dei costi complessivi della previdenza».
Energica. Emotiva. Cosmopolita. L’attuale ministro delle politiche europee del resto ha una biografiche, dopo tutto, sembra fatta apposta per travolgere ogni calcolo di probabilità politica: allevata da Pannella, nominata all’Ue dal Polo, richiesta come ministro da Massimo D’Alema, proposta da Famiglia cristiana «Personalità Europea dell’anno», candidata alla presidenza della Repubblica. Così, con i suoi, adesso sipuò sfogare: «Io non sfascio. Io non minaccio niente, non annuncio voti contrari in consiglio dei ministri, non mi dimetto perché la politica del tanto peggio, tanto meglio non mi appartiene».
Ma vuole sapere dove Prodi «vuole portare questo paese». Perché la riforma delle pensioni, così come sta venendo fuori dopo giorni e giorni di negoziati, è convinta che alla fine vada contro «i non garantiti», i giovani e chi vuole continuare a lavorare. E dunque che possa trasformarsi in qualcosa di «iniquo», in una «ipoteca sociale, economica e umana» per un paese già gravato da un enorme debito pubblico. «Queste cose contano al di là di me», spiegava ieri ai suoi collaboratori. Naturalmente, essendo a suo modo generosa, dice anche che ha scritto la missiva a Prodi «per lui e per Tommaso Padoa-Schioppa: spero che lo abbiano capito». E così deve essere se il premier a stretto giro diposta le ha rinnovato la fiducia.

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