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Ciampi ricorda Porta Pia: il sogno dell’Italia laica

ROMA — Sarà anche una coincidenza, ma certo non è casuale. Carlo Azeglio Ciampi sale con mille studenti al Vittoriano nel giorno in cui i giornali riferiscono l’ultimo affondo del cardinale Camillo Ruini nella politica italiana, a nome della Conferenza episcopale. Un intervento che il capo dello Stato deve giudicare alquanto inopportuno, anche perché si somma ad altri recenti episodi oggetto di polemica (il caso del cattolicissimo governatore Fazio, ad esempio).
Così, si preoccupa di arginarlo citando un anniversario vissuto ancora come una ferita, nonostante i Patti Lateranensi del ’29, in qualche irriducibile ambiente «papista ». Dice in diretta tv il presidente: «Mentre cantavamo insieme l’inno di Mameli, il mio pensiero è corso alla data di oggi, 20 settembre. E ho ricordato che il 20 settembre 1870 Roma divenne capitale dell’Italia unita e fu il compimento del sogno risorgimentale ».
Poche parole, ma pesanti. Perché quel mattino di 135 anni fa, oltre a completarsi l’unificazione del Paese, veniva sancita la fine del potere temporale della Chiesa e, appunto, la laicità dello Stato italiano. Una separazione che Ciampi aveva riaffermato lo scorso giugno al Quirinale, ricevendo Benedetto XVI, e sulla quale torna ora —con un cenno aggiunto al discorso lunedì sera — grazie alle concatenazioni del calendario. Di più: per sottolineare il concetto, fa portare una corona d’alloro a Porta Pia, in memoria dei 49 bersaglieri che morirono nello scontro con gli zuavi del Papa prima di aprire la fatidica breccia.
Un richiamo alle grandi battaglie del Risorgimento per evitare improprie battaglie oggi, tra una sponda e l’altra del Tevere. In questo modo il messaggio presidenziale viene subito interpretato anche da una larga parte del mondo politico. Lo dimostra l’«apprezzamento » espresso dal segretario dei radicali, Capezzone, e dallo stesso Pannella, oltre che dal diessino Violante e da Giordano, di Rifondazione comunista. «Condivisibile da ogni buon cattolico» lo giudica pure Buttiglione, che tuttavia vuole considerare «sfumatissimo» («posto che ci sia», puntualizza) il riferimento al cardinale Ruini.
Di fatto, questo è solo un passo dell’intervento di pedagogia civile del capo dello Stato, che si rivolge agli studenti per l’inizio dell’anno scolastico. Stavolta propone di concentrarsi sul doppio nodo immigrazione-integrazione. Tema difficile, come testimonia la prova di forza sulla scuola islamica di via Quaranta a Milano. Ciampi si dichiara esplicitamente contrario all’ipotesi di scuole confessionali: perpetuerebbero ghettizzazione ed esclusione. Eccolo dunque chiedere ai ragazzi italiani di «tendere la mano ai giovani stranieri che vivono in mezzo a noi», poiché così la scuola, «anche con questo aiuto, contribuirà a renderli cittadini responsabili della Repubblica».
Per farsi intendere, evoca esperienze concrete in quasi tutte le famiglie: «Sempre più spesso, sui banchi accanto a voi, siedono giovani i cui genitori, fuggendo da condizioni di miseria o in cerca di libertà, sono giunti qui da Paesi stranieri. Anche tanti dei nostri padri furono emigranti, affrontarono e superarono aspre difficoltà, paure e diffidenze. Oggi i loro discendenti sono parte viva della vita e della cultura di molte Nazioni. Non bisogna dimenticare mai quelle pagine della nostra storia». Alla fine, aggiunge, a uso di quanti tuonano contro «i rischi del meticciato»: «Conosciamo i pericoli e le tragedie che l’intolleranza porta con sé, conosciamo anche i benefici dell’incontro fra diverse culture. Ognuno di noi ha l’occasione di dare il proprio contributo alla comprensione e al rispetto reciproci… fate che la fiducia sia più forte della paura, il dialogo più forte dei timori che nascono dalle diversità».
Marzio Breda
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