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Come noi radicali ricevemmo nel 2002 un Sos da un certo P. Welby

Chi era Welby e cos’è stato per me lo può anche capire il lettore acquistando in libreria il suo libro: Lasciatemi Morire! (edizioni Rizzoli, 9 euro). Un libro testimonian­za che una carissima amica mi aveva sottolineato che sarebbe stato difficile da regalare per il Santo Natale. Ritengo che, me­diante i media, il caso Welby ora sia abbastanza conosciuto e di­venterà sempre più imbarazzante per chi desidera la pace sociale. Con il mio Comandante Piero, ov­vero il Calibano, io umile skipper e tutto l’equipaggio di questa zat­tera di pazzi e di dannati siamo riusciti a denunciare all’opinione pubblica il tema della tecnologia medica che permette agli organi di vivere creando corpi funzio­nanti ma senza intelletto oppure, come   nel   caso   di Welby, corpi inanima­ti ma con cervelli do­tati di sensazioni e di progetti, di ansie e di dolori spesso insop­portabili.
 
I primi ad avverti­re un senso di impo­tenza sulla battaglia di Piero sono stati proprio i medici anestesisti che, in scienza e co­scienza, sanno bene quando sa­rebbe opportuno staccare la spina ma temono di essere lasciati soli di fronte a eventuali denunce di pa­renti intristiti e impreparati al te­ma di una tecnologia medica aguzzina che ti spaccia spesso spe­ranze impossibili. In questi ultimi mesi nei quali Welby non poteva più arricchire il nostro diario di bordo internettiano parlando di caccia, di pesca, di animali, cibo, vi­no, sesso, amici, musica, tutti noi abbiamo vissuto il suo dramma e quello di sua moglie Mina. Il no­stro affetto non è stato più di osta­colo a questa maledetta distrofia muscolare progressiva che la ri­cerca medica sembra ancora im­potente nel debellare. Alcuni gior­ni fa ebbi un incubo notturno. Mi trovavo in un deserto di sabbia e allineati, uno vicino all’altro, vidi gente sepolta, con la sola testa li­bera esposta al sole. Non poteva­no nemmeno asciugarsi una lacri­ma. Erano uomini di Chiesa, politici, medici, avvocati, gente comu­ne. Stavano provando le medesi­me sofferenze che da numerosi anni il mio amico Piero subiva per colpa di questo maledetto morbo giunto ormai all’ultimo stadio. «Come sta il mio Comandante?», chiesi pochi giorni fa a sua moglie Mina. Risposta: «La vita è diven­tata difficilissima. Viviamo da mo­mento in momento, aggrappati al­la zattera. Un bacio e un forte ab­braccio a tutti. Piero e Mina». Pie­ro amava la vita, come era possi­bile rispondergli che la sofferen­za è arricchimento, è un ritrovar­si con i parenti, è un sacrificio positivo, quando la maggioranza di noi nutre la speranza di arri­vare all’ultimo approdo attra­verso una dolce morte?
 
Molti anche oggi mi hanno chiesto come ho conosciuto Piero. I radicali da sempre sostengono che gli unici bombardamenti che desiderano sono quelli «dell’infor­mare per deliberare» e sono stati tra i primi a utilizzare internet oltre che Radio Radicale per cerca­re di conoscere per deliberare. Così nel nostro sito www.radicali.it venne aperto un forum, un agorà telematico, dove chiunque può entrare per discutere, obietta­re, litigare e dare voce a tutte le problematiche presenti in questo mondo globalizzato. Tutti noi naviganti, più o meno esperti in link, copia e incolla e quant’altro alle ore 22 e 02 del 1° maggio 2002, mentre passavamo da un thread all’altro, ricevemmo un S.O.S. da un certo P. Welby, con titolo “Eutanasia” e con su scritto: «Tutto fermo? Altro che deserto dei Tartari… mentre si scruta l’oriz­zonte… i terminali come me… invi­diano gli Olandesi… SVE-GLIAAAA!». Ancora una volta, un cittadino si rivolgeva a noi radi­cali per «farsi strumentalizzare», come direbbe qualcuno, per tra­sformare in battaglia politica un tema scottante e difficile da gesti­re. Piero sapeva che il tema del­l’eutanasia più volte era stato negli anni riportato a galla da Marco Pannella ma con il suo richiamo nel forum voleva riproporcelo do­po la morte di Emilio Vesce. La battaglia di Luca Coscioni, il Ma­ratoneta, diventò radicale alla fine degli anni novanta ma Luca corre­va per la libertà laica nella ricerca scientifica mentre Welby, uscito da poco dal coma, e con un tracheotubo, che non avrebbe mai voluto, parlava di eutanasia. Questa sve­glia serale ci fece subito interagire con questa specie di naufrago che richiamava l’attenzione di tanfi forumisti tra i quali anche Gabriella Gazzea Vesce, che non molto tem­po prima aveva condotto la batta­glia per interrompere lo stato ve­getativo permanente di suo mari­to. Numerosi sono stati i visitatori e in questo momento che scrivo ci sono circa 500.000 letture e oltre 19.500 interventi. Molti si sono fermati come gabbiani a riposare in cima d’albero della zattera, altri sono diventati equipaggio, altri so­no morti e altri ancora, animati da fervore religioso, a volte integrali­sta, hanno cercato e cercano di soddisfare la loro missione richia­mando con la loro pietas l’alto va­lore della sofferenza capace di guadagnare il Paradiso.
 
Ricordo una giovanissima Sa­ra Piccardo, ligure non vedente, che ci entusiasmava con la sua giovinezza, perché in internet tutti gli handicap svaniscono. Un gior­no Piero ci chiese cosa avremmo fatto se ci avessero detto che era­vamo condannati a morire ed io ricordo, da grande amante della vela, che dissi, alla fine di maggio del 2002, che avrei voluto salire a bordo della barca, puntare al largo lontano da specchi che rifletteva­no il mio decadimento come Lord Chichister fece con la sua barca, e così in modo spon­taneo si decise di creare una “zattera” per chi voleva salire a bordo parlando di qualsiasi cosa, come fa un equipaggio, sia duran­te la bonaccia sia durante la tem­pesta: l’importante era navigare, come voleva Piero, non rimanere in darsena! Il grande Comandan­te ci parlò così del “Vascello dei Pazzi” del visionario J. Bosch. Co­me per qualunque Comandante che si rispetti conoscere la vita di Piero è sempre stato graduale: un ragazzo alto un metro e novanta, con capelli lunghi e biondi e carat­teristiche somatiche prese dal pa­dre, scozzese ed ex giocatore di pallone in serie A nella Roma Calcio. Nei suoi anni giovanili po­teva fare solo strage di belle don­ne, mi disse, una volta, orgogliosa sua madre Luciana, in una delle visite con mia moglie, mostrando­mi bellissime foto da ragazzo dei fiori. Amante della caccia e della pesca, grande esperto di cani, una cultura enciclopedica che mi ha fatto fare pace con la filosofia sor­bita al liceo dal momento che fece salire a bordo, con noi, antichi pensatori e poeti che nei loro in­terventi dimostrarono di essere molto più moderni di tanti contemporanei. Plutarco, ad esem­pio: nella let­tera al nostro presidente Napoli­tano, Piero descrive la morte di un giovane come un «naufragio» mentre la morte di un anziano è il «naturale approdo» della vita. In questo nostro navigare inter­nettiano il Comandante era un abilissimo navigante, con il solo movimento della mano poteva uscire rapidamente dalla sua stanza: ed io Skipper e gli altri, come equipaggio, potevamo non accettare la sua sfida?
 
Da quella lontana sera di maggio quotidianamente e a qual­siasi ora dialogammo, discutem­mo animatamente, litigammo, ri­demmo. Siamo perfino andati sul­l’isola diTonga con questa zattera, dando sfogo alle più belle fantasie sessuali. Il massimo feeling con Piero si verificava quando, insie­me con Tabar, famoso bracco ita­liano bianco arancio, rientravo dalla passeggiata serale riminese che ci porta fino in cima alla “Pa­lata” del porto felliniano e gli rac­contavo delle bellezze femminili che avevano accarezzato il cane, dei mutamenti della stagione del­la riviera romagnola e del rientro dei pescherecci, e a volte, in diret­ta con il telefonino, gli facevo ascoltare il rumore del mare oppure il fascino della sirena che lancia l’ululato al calare della nebbia. La sua malattia, diagnosti­cata intorno ai vent’anni, l’ha ac­compagnato gradualmente e pro­gressi
vamente in questi 40 anni. Sua moglie, Mina, nativa dell’Alto Adige, incontrò il suo amato durante un viaggio parrocchiale a Roma e fu un colpo di fulmine. La madre di Piero su questo amore mi confidò, in una visita, che ave­va detto alla sua futura nuora qua­le sarebbe stato il calvario del mio Comandante cercando, così, di farla desistere ma Mina, cattolica e credente fece telefonare dal suo parroco alla madre di Piero dicen­dole che se ci fossero stati ostacoli alla loro unione lei sarebbe anda­ta missionaria in Africa! Chiedo scusa a Mina ma vorrei che fosse chiaro al lettore su quale basi nac­que la loro unione. Il corpo di Pie­ro, purtroppo, col passare del tem­po, gradualmente, rifiutava di se­guire la sua mente e fu fatto un patto con Mina. Se lui avesse avu­to una crisi respiratoria lei non do­veva chiamare soccorso perché Welby, come ha fatto poi Luca Coscioni non voleva assoluta­mente accettare la tracheotomia. Infatti quell’atto chirurgico cruen­to, sapeva, lo avrebbe reso schiavo di un ventilatore polmonare. Ma quel giorno del 1997, mi sembra un sabato, scrisse Piero nel forum, Mina non riuscì ad accettare di perderlo, l’ambulanza trovò tutti i semafori verdi, nessuna fila d’atte­sa al Pronto Soccorso e lui subì l’intervento. Il racconto del suo periodo in ospedale, delle infermiere che parlavano   dei   loro amori pensando che lui fosse incosciente, che lo lavavano pro­vocandogli inavverti­tamente delle scariche elettriche perché si inumidiva anche il campanello, stretto nella mano, fanno parte dei racconti presenti nel fo­rum e sicuramente un giorno una bellissima storia verrà scritta. La tracheotomia fu considerata subi­to una sfortuna da Piero però sen­za di questa non avrei potuto co­noscerlo, ma sia chiaro a credenti e laici che il mio Comandante non ha avuto carenza di affetto, non ri­conosceva nella sofferenza la con­quista del Paradiso, lui desiderava riappropriarsi del suo corpo, vole­va la libertà di poter scegliere, da regista, il momento della sua mor­te. Qualche anima benpensante ha affermato che Piero era uno strumento di noi radicali ma tran­quillamente vorrei ricordare che lui divenne subito membro della nostra associazione Luca Coscioni condividendo tante battaglie radicali e penso che fino a quando Luca fu in vita e fino a quando, ri­fiutando la tracheotomia, decise di terminare il suo calvario, Welby preferì essergli di supporto. Il peg­gioramento delle sue condizioni che l’hanno portato in questi ulti­mi mesi a privarsi della possibilità di scrivere i bellissimi interventi con lo pseudonimo del Calibano io li avvertii mentre ero veramen­te in barca a vela in Croazia, nel mese di luglio di quest’anno. Mi accorsi subito che Piero non era così entusiasta delle mie cronache di bordo che gli inviavo. Seppi co­sì che il mio Comandante non po­teva più staccarsi dal respiratore, non poteva alimentarsi adeguata­mente, alcune infezioni lo stavano debilitando e i suoi interventi nel forum diventavano sempre più scarni e che la morte di Luca l’a­veva intristito e sempre più tena­cemente voleva parlare nel forum solo di eutanasia. Così verso la fi­ne di luglio, si alzò alla grande, con forte vento, la sua richiesta al pre­sidente della Repubblica Napoli­tano. Adesso, con la morte di Pie­ro saranno altri a dover fare la lo­ro parte in regata! Da parte mia avrei voluto tanto portarlo a Ri­mini camminare con lui sulla bat­tigia insieme con Tabar: un viaggio questo che riteneva troppo rischioso, si sentiva protetto solo nella sua stanza. Ricordo che per il referendum contro la legge 40, lui, con un atto di coraggio, decise di uscire, dopo anni, da casa per recarsi al seg­gio a votare pur rimanendo collegato al re­spiratore.
 
Questi 4 anni e mezzo di amicizia so­no stati stupendi e so­no accessibili a chiun­que volesse salire sul­la nostra zattera e numerose volte ho affermato che chi si è arricchi­to maggiormente navigando con lui è stato il suo equipaggio perché Piero ha fatto amare di più la vita e temere di meno la morte. Sono anche convinto che quel suo ap­pello del 2002 e la sua richiesta di aiuto siano stati utilissimi per non farlo rinunciare a vivere ma so per certo che ora era esausto, molto stanco e il non poter continuare a fare degli ottimi interventi con lo pseudonimo del Calibano (visita­te il suo blog) lo deprimeva tre­mendamente. Però lui ora si è riappropriato della “sua” vita le­gata alle macchine riacquistando la libertà nella sua morte. Per con­cludere la mia storia di e con Pie­ro vorrei ricordare quando, dopo una lunga conversazione sull’esi­stenza, mi appellò come «Sergio dal pensiero libero e dissacrante come il personaggio di Turgenev in Padri e Figli di nome Eugenij Vasil’ev Bazarov, un medico eroe della negazione, polemico nei confronti dell’avito immobilismo russo, uno di quei personaggi della letteratura di cui avrei voluto essere amico e ora lo incon­tro sul web e mi accorgo che il tempo non esiste ma la mia realtà esiste nel tempo. Sergio, oggi per due gambe due braccia e frattaglie varie darei tutto ciò che ho amato di più: le mie lettu­re» (9 giugno 2002).
 
Questo era e rimane per me Piero Welby che ringrazio ancora di essere esistito. 

Come noi radicali ricevemmo nel 2002 un Sos da un certo P. Welby
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