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Consiglieri aggiunti? Sì, ma ancora senza il diritto di voto

Dopo lo scioglimento del Consiglio comunale dell’aprile 2006, sono decaduti dall’incarico anche i 23 Consiglieri aggiunti, rappresentanti delle comunità straniere presenti a Roma, eletti per la prima volta il 28 marzo 2004. Il Consiglio comunale e i Consigli municipali saranno “monchi” ancora un po’ della loro presenza. Almeno fino al 10 dicembre 2006,  giorno in cui i cittadini stranieri residenti a Roma, come vuole statuto e regolamento, si recheranno nuovamente alle urne per eleggere i loro rappresentanti.

Ma facciamo un passo indietro. Dopo l’istituzione della Consulta cittadina per la rappresentanza delle comunità straniere, il Consiglio comunale di Roma è andato “oltre”. Ha infatti istituito un altro organismo: quello dei Consiglieri aggiunti, per dare una rappresentanza più diretta ai cittadini stranieri che vivono a Roma.

I Consiglieri aggiunti sono stati eletti a suffragio universale dai cittadini di nazionalità straniera non comunitaria residenti a Roma o domiciliati nella capitale per ragioni di studio o di lavoro. In totale si tratta di 23 cittadini extra comunitari, 4 dei quali eletti nel Consiglio comunale  e 19 negli altrettanti Consigli municipali. A loro è attribuita la funzione di rappresentanza della cittadinanza straniera, allo stesso modo dei consiglieri ordinari italiani. Gli stranieri che vivono a Roma, si sa, ormai provengono da tutte le parti del mondo e per questo il Consiglio comunale, come si legge in una sua vecchia nota, “al fine di garantire la dinamica democratica della rappresentanza”, ha provveduto ad assicurare almeno al proprio interno, la presenza di un rappresentante per ogni continente, tranne l’Australia.

Il senso dell’operazione che ha voluto la creazione di questi nuovi organismi – rimbalzato più volte da Campidoglio in questi ultimi tempi – è che tutti i cittadini non italiani, al di là del loro luogo di nascita, si sentano e siano da tutti percepiti come parte integrante della comunità romana.

Così, per la prima volta, negli gli scranni dell’aula Giulio Cesare, per due anni hanno trovato posto Aziz Darif,  Ionut Gabriel Rosu, Santos Taboada Zapata e Irma Toblas Perez, eletti in rappresentanza, rispettivamente, dei cittadini dell’Africa, dell’est Europa, delle Americhe. Sorprendente il lavoro svolto, sia livello di competenze che di presenza nelle commissioni.

Il 10 dicembre ciascuno di loro spera di essere riconfermato dalla propria comunità, possibilmente in una prospettiva di allargamento delle proprie attribuzioni.

Ora, che i nuovi istituti rappresentino un ulteriore  passo in favore di una maggiore integrazione è fuori discussione. Ma il passo, a quel punto, non si poteva fare più lungo? Resta infatti da spiegare in che modo i Consiglieri aggiunti possano concretamente rappresentare la loro comunità senza il   diritto di voto. A che serve la loro puntuale presenza nelle varie commissioni se non ad esprimere idee per far decidere altri. Visti i solenni proclami fatti in nome della democrazia partecipativa, forse – dice qualcuno – lo statuto comunale doveva essere più conseguente. Il fatto è che quando si giunge, con gran fatica, ad abbattere i principi della discriminazione, qualche paletto (chissà perché) lo lasciamo sempre ben conficcato. E’ questa la strada dell’integrazione o piuttosto quella dell’emarginazione “elegante” fatta in nome dei valori della democrazia partecipativa?

Altro significato, secondo noi, avrebbe avuto riconoscere piena parità di diritti coi consiglieri italiani, magari con l’adesione ad un gruppo politico. I Consiglieri aggiunti sarebbero entrati a pieno titolo dalla porta principale della politica.

La sala di Giulio Cesare e le sale dei consigli municipali hanno veramente bisogno di funzioni ornamentali?

Consiglieri aggiunti? Sì, ma ancora senza il diritto di voto
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