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«Così fan tutti» Clemente tra Moro e Totò

  Un pizzico di Aldo Moro, del fa­moso discorso «noi de non ci fare­mo processare nelle piazze». L’aveva esplicitamente citato, a New York, lo scorso 8 novembre. Un pizzico di Bettino Craxi, nell’inascoltata arringa a difesa di politica e partiti, alla Camera che lo considerava Belzebù. Ma anche un pizzico di Totò, quando am­mette che parla un po’ da terrone ed è un tipo sui generis. Così Cle­mente si autodifende, ieri. Stretto tra l’abbraccio dei suoi, fuori dall’ufficialità dell’aula parla­mentare. Non più ministro, ma anzi annunciando la conferma a Prodi della volontà di tenersi le mani libere. Ogni tanto la lingua gli slitta sulla frizione, se giunge a paragonare Clemente e Sandra martirizzati alla coppia Clinton, Bill e Hillary. L’Arkansas degli affari immobiliari che tanto oscurarono all’inizio la carrie­ra della coppia presidenziale ameri­cana non sono proprio eguali alla monnezza, alla malasanità e al clien­telismo epidemico che gravano sulla palude della politica campana.

 

 

 

Ma al di là di qualche comprensi­bile eccesso di tono più che di parole – più misurate, ieri, nei confronti del­la magistratura di quanto fossero state il giorno prima annunciando le dimissioni – non si può negare che Gemente si batta con vigore. Si at­teggia a un certo punto ad agnello sacrificale, parla addirittura di «Pa­squa dolorosa», ed è tutto quel che resta dell’esplicito accostamento ai valori cattolici che Donna Sandra il giorno prima aveva indicato come vero motivo della presunta persecuzione giudiziaria ai danni della famiglia, affiancata a Benedetto XVI ban­dito dalla romana La Sapienza. Cle­mente è più accorto, solidarizza col Papa e domenica sarà naturalmente a San Pietro coi suoi udeurrini tutti intorno, come ieri a Benevento e a Ceppaloni, in raccolta solidarietà con il leader che li ha condotti oltre il 10% in Campania e dritti dritti a es­sere pilastro essenziale – da ieri ancor più essenziale, con le mani rese mezze libere dall’appoggio esterno – dell’intero centrosinistra. Ma, dopo aver dato a Cossiga del profeta vete­rotestamentario che ben lo aveva avvisato, appena assunto l’incarico di Guardasigilli, della famelica on­data di intercettazioni che la magi­stratura avversa gli avrebbe riserva­to, pur di scalzarlo dalla carica, dalla politica e dall’onor del mondo, ecco che Clemente abbandona le para­bole evangeliche.

 

 

 

Inizia rudemente a rivendicare l’onore proprio, della famiglia e dell’Udeur: immedesimandoli in un solo abbraccio, che da solo rende giustizia e ragione dell’estrazione meridionale che Mastella non nega e anzi rivendica. Di fronte alle accuse di quell’imbarazzante figuretta da commedia vernacolare che si è rive­lato davanti alle telecamere il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere Maffei, la rivendicazione mastelliana dell’immedesimazione as­soluta famiglia-partito è la sua per­sonale e sublime ripulsa di quel fa­milismo amorale del Sud che esattamente cinquantanni fa il discusso sociologo americano Edward C. Banfield descrisse nel suo “Le basi morali di una società arretrata”. Per Banfield, la tendenza tipica della cultura meridionale e mediterranea, secondo la quale gli individui di una comunità appartenente a tale cultu­ra cercano di massimizzare sola­mente i vantaggi materiali e imme­diati del proprio nucleo familiare, era la dannazione simbolo e limite dell’arretratezza del nostro Sud. La piccola cittadina del Sud Italia, tutta famiglia e niente corpi intermedi della società civile, Banfield la chia­mò convenzionalmente “Montegrano”. Forse, oggi la chiamerebbe Ceppaloni, dove la famiglia-partito dei Clinton sanniti ha più del 50% dei voti. Ma i Mastella reagiscono con durezza a questi luoghi comuni. Altro che familismo “amorale” per­ché manca di morale pubblica. Viste e considerate le intercettazioni tele­foniche su cui è costruito l’atto di ac­cusa che ha portato alle ordinanze di custodia cautelare e agli avvisi di ga­ranzia, Mastella afferma fuori dai denti che di nomine e patronage è fatta la politica in quanto tale: al Nord, come al Sud e come dovun­que. «Non ho preso un solo denaro in tangenti in tutta la mia vita», scan­disce Clemente. «Vorrei sapere per­ché per una nomina io sarei concussore, mentre per tutte le altre non ci sarebbero né concussi né concussori». E poi vai con la moralità di San­dra, «che proprio per questo è stata pure vittima di un attentato». E poi ancora ad attestare la moralità del partito, «il mio gruppo parlamenta­re non ha alcuna persona attualmente inquisita in Parlamento, ed è uno dei pochi».

 

 

 

«Può non piacere il sistema che sta dietro ai giochi della politica, ma questo è», declama Mastella. Evo­cando scientemente il «voi come noi» di Bettino. Ha ragione, Mastel­la? Sì, se le carte e le prove della Pro­cura che lo indaga come partito-fa­miglia son solo quelle che sinora si è visto. Può non piacere. A noi non piace, per esempio. È chiarissimo a tutti noi che in Italia interi segmenti della pubblica amministrazione co­me dei servizi pubblici, dai vertici delle aziende sanitarie a quelle degli ottomila enti e società pubbliche, siano di nomina politica e partitica. Il problema è che poi i nominati do­vrebbero essere in grado di risolvere almeno decentemente i problemi. Cosa che la politica e l’amministrazione, la sanità e la nettezza urbana campana patologicamente sono in­vece incapaci di fare: a danno dei cit­tadini locali e di noi tutti contribuen­ti, che ce ne sobbarchiamo il costo.

 

 

 

È una difesa della politica come essa concretamente si fa in Italia, fuori da ogni velleitarismo ideale, quella di Clemente, il martire da ieri a mani libere. Lui è sempre stato co­sì, all’idealismo preferisce la realtà, per quanto spiacevole e gretta possa apparire. In questo, è più onesto di Prodi e di tantissimi nobili cavalieri dell’ideale del centrosinistra. Parla del suo caso come di «ben più di una crisi politica: una crisi di sistema». E ha ragione Clemente, se s’intende che «certi gip» si riservano di abbat­tere a colpi di manette solo questo o quello indicandoli come cricca di delinquenti, se alla base delle in­chieste non c’è altro che la regola generale della relazione di fedeltà per­sonale e partitica in cui si risolve il 90% della politica italiana. Però Mastella non può davvero illudersi, proprio perché è un uomo pratico, che questo centrosinistra ferito a morte possa riservargli l’udienza e il rispetto negati a Moro e a Bettino, con tutto il rispetto per paragoni troppo sopra le righe. Il rischio per lui è di finire come il sindaco del rione Sanità di Eduardo, ferito a morte e neppure compianto da sodali che praticano regole ormai drammati­camente diverse dal quel malinteso senso di onore in cui Mastella risolve la sua credibilità di uomo, marito e leader di un’idea che si è fatta clan.

«Così fan tutti» Clemente tra Moro e Totò
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