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Cossiga: la Cei si pronunci e valuti il «male minore»

  Cara Rosy,

 

 

 

ho letto l’intervista da te concessa al Corriere della Sera, nella quale tu con grande serietà, chiarezza, sincerità e coraggio esprimi il tuo motivato giudizio su alcuni delicati problemi la cui trattazione rientra nell’ambito della competenza del ministero che ti è stato affidato, tra le altre le unioni di fatto, la revisione della legge sulla procreazione assistita. Credevo che mi fosse stata data autorevole assicurazione, prima che io esprimessi il mio convinto voto a favore della concessione della fiducia al governo Prodi, che in queste materie non vi sarebbero state iniziative del governo, ma solo iniziative parlamentari dei gruppi parlamentari o di singoli parlamentari dell’Unione, compreso l’Ulivo. Di questa assicurazione mi ero fatto tramite presso autorevoli vescovi, membri della Conferenza Episcopale Italiana in svolgimento in questi giorni in Roma. Ma avevo compreso male.

 

 

 

Prendo ora atto dalle tue precise e responsabili parole che da ministro ritieni evidentemente, prendendo precise posizioni costruttive e propositive, che questi siano argomenti di competenza del governo, e cha al governo spetti quindi prendere iniziative in dette materie, iniziative legislative naturalmente, trattandosi di materie coperte da “riserva di legge”.

 

 

 

Le tue tesi sulla soluzione del problema delle copie di fatto, anche non eterosessuali, da ricercare sul piano non del semplice diritto privato pattizio, ma su quello del diritto pubblico, e cioè del diritto di famiglia, era stata da me già esposta in un articolo su Il Riformista. Ma poi ritrattai questa affermazione, e mi ritrassi da questa posizione, quando mi fu autorevolmente obiettato che le mia tesi, così come in materia di legge sulla procreazione assistita e così anche la tesi sull’adottabilità di bambini anche da non eterosessuali, single o uniti in coppie di fatto, erano in contrasto con la dottrina cattolica, come espressa e confermata in numerosi documenti di Papa Giovanni Paolo II o della Congregazione della Dottrina della Fede, cui in forza della Lettera Apostolica data Motu Proprio di Papa Giovanni Paolo Il, Ad tuendam fidem, con la quale vengono inserite alcune norme nel Codice di Diritto Canonico e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali per difendere la fede della Chiesa Cattolica contro gli errori che insorgono da parte di alcuni fedeli, la quale richiede l’assenso  esterno ed interno dei fedeli all’insegnamento anche ordinario della  Chiesa, quale quello contenuto nei  documenti sovra indicati.

 

 

 

Vi furono poi gli interessanti interventi di uno dei maggiori canonisti  viventi, a favore di una soluzione sul  piano meramente pattizio-privatistico del problema delle unioni di  fatto. E questa era sembrata essere,  almeno fino ad oggi, la soluzione fatta propria nel programma dell’Unione. Ma ora il problema è da te riaperto, con il consenso di molti eminenti parlamentari cattolici della Margherita e non può non interessare i parlamentari cattolici  che militano nell’Unione ed anche  chi, cattolico, cattolico-liberale e democratico cristiano indipendente come me, non certo membro dell’Unione, ha peraltro votato la fiducia al governo dell’Unione ed intende sostenerlo.

 

 

 

Con chiari, puntuali e duri interventi il Papa Benedetto XXI ha ribadito l’insegnamento tradizionale  della Chiesa in modo difforme a  quanto da me in parte — limitatamente cioè al problema del riconoscimento delle unioni di fatto —prima sostenuto, e poi ritrattato, e da  quanto invece da te oggi con vigore  e coraggio di laica cattolica e di ministro di uno Stato laico, vigorosamente affermato. Ho sempre affermato che in una situazione complessa ed articolata quale è quella della  Chiesa Cattolica nel mondo ed in particolare in Europa, è difficile dare direttive generali. Non dimentichiamoci della «insurrezione» dei vescovi tedeschi, in materia di esistenza di consultori cattolici nel procedimento autorizzativo dell’interruzione della gravidanza, che richiese un  brusco richiamo all’obbedienza da  parte di Papa Giovanni Paolo II, poi con umiltà ubbidito. Occorre quindi, a mio avviso, che specie dopo il tuo autorevole mtervento, la Conferenza Episcopale Italiana esprima il suo pensiero e dia, se lo creda, direttive ed istruzioni, anche in relazione alla concreta situazione italiana ed alla posizione che per le leggi dello Stato laico Essa ha nel nostro Paese: sistema concordatario nelle relazioni tra Stato e Chiesa, contributo sulle finanze pubbliche dell’otto per mille alla Chiesa, contributi pubblici indiretti alle scuole cattoliche, collocamento in ruolo a spese dello Stato e con lo stesso trattamento giuridico degli altri professori, degli insegnanti della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Fermi i principi, si tenga presente che la dottrina morale dell’«agire pratico» in politica, conosce anche il criterio del «male minore»: ed accettare posizioni teoricamente riduttive rispetto all’integralità della dottrina morale per evitare una «guerra di religione» tra laici e cattolici, ed anche tra cattolici, potrebbe costituire oggi un «male minore». Un grande teologo morale tedesco, Joseph Pieper insegna che: ”Invero la prudenza è la misura del volere e dell’agire…. E quindi la preminenza della prudenza significa anzitutto il conformarsi del volere e dell’agire alla verità; inoltre però significa il conformarsi del volere o dell’agire alla realtà obiettiva. Il bene è anzitutto prudente; prudente però è ciò che è conforme alla realtà”. Il mio consiglio al governo è che affronti subito questi problemi. Il mio consiglio alla Conferenza Episcopale Italiana è che si pronunci «secondo prudenza», ed enunciati e ribaditi i principi, si affidi alla «retta e prudente coscienza» dei parlamentari cattolici per le scelte legislative che saranno chiamati ad operare. Il mio consiglio è che la maggioranza e l’opposizione — dove certo non vi è univocità di giudizi in materia data la forte presenza in essa di una componente laicistica, accordino libertà di voto su queste materie ai propri parlamentari. Per quanto mi riguarda, quale parlamentare cattolico democratico cristiano indipendente, io mi atterrò comunque strettamente, ad tuitiorem coscientiam, alle direttive ed agli indirizzi, anche concreti, della Conferenza Episcopale Italiana, se essa riterrà opportuno darli, e del mio Vescovo, che è il Vescovo di Roma, o del Suo Vicario, non possedendo io quella “coscienza informata e formata” da una forte conoscenza della teologia ecclesiale e morale e dell’etica naturae, tale che mi possano permettere, salva la Fede!, quella libertà, in  nome del primato della coscienza,  anche nei confronti degli insegnamenti del Papa e dei vescovi, che a  te potrebbe essere invece, a mio avviso, legittimamente permessa, anche come, e perché, membro di una  coalizione laica e in larga parte laicista, ed inoltre e per di più l’essere tu ministro di uno Stato laico. 

 

 

 

Con amicizia  

Cossiga: la Cei si pronunci e valuti il «male minore»
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