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De Gennaro non é né Pollari né Speciale

Divisa in decine di partiti, la politica italiana è concorde soltanto nel comune odio per l’obiettività nella polemica. Il confronto politico patisce sempre i fatti. Regolarmente s’inabissano al primo rumore. Non è un’eccezione la coda di confuse baruffe che segue l’annuncio della fine del mandato di Gianni De Gennaro, capo della polizia. Nella contesa contro il governo ingaggiata dal centrodestra, Berlusconi in testa, si frullano, in apparenza – soltanto in apparenza – a difesa del poliziotto, argomenti che combinano in un unico gomitolo i comportamenti e i destini degli alti burocrati della sicurezza che, negli ultimi mesi, sono stati allontanati dal loro incarico.

Occorre avere memoria dei precedenti e saper separare il grano dal loglio, se si vogliono evitare altri e inutili strappi istituzionali.

Gianni De Gennaro non è Roberto Speciale, il comandante della Guardia di Finanza “licenziato” da Padoa-Schioppa. De Gennaro non è Nicolò Pollari, il direttore del Sismi (l’intelligence politico-militare) rimosso dalla sua responsabilità tra le divisioni nel governo. Le opacità e l’infedeltà contestata a Speciale e Pollari non trovano alcuna simmetria nel lavoro svolto dal capo della polizia nei sette anni del suo incarico.

Roberto Speciale è stato accusato dal ministro dell’Economia Padoa-Schioppa di “opacità di comportamenti”, di avere gestito il Corpo “senza alcun rispetto delle regole” fino a creare addirittura “una separatezza”, una “forte discrasia tra la Guardia di Finanza e il potere politico che deve dare gli indirizzi”. Il governo non ha ritenuto quel comandante “più idoneo a svolgere la funzione di generale della Guardia di Finanza”.

<!–inserto–>Ancora più critica la condizione in cui l’ansia di potere ha cacciato il capo delle spie. Nicolò Pollari, al di là delle sue responsabilità dirette o indirette nel sequestro di un cittadino egiziano, ha organizzato un ufficio di dossieraggio illegale, da lui stesso guidato (nessuno contesta la circostanza). I suoi uomini migliori erano parte integrante di un network spionistico che si è avvalso delle tecnologie e della collaborazione della Security di un’impresa privata, la Telecom (pure qui, nessuna contestazione del fatto). Anche per Pollari dunque, e al di là delle sue responsabilità penali, si può parlare di un abuso di potere nello svolgere le mansioni che gli erano state affidate dalla politica e dalle istituzioni.

Il bilancio professionale di Gianni De Gennaro è radicalmente diverso. I suoi sette anni da capo della polizia non lasciano intravedere “separatezze”, “discrasie”, spionaggi e dossier illegali, manovre storte nel sottosuolo della politica né alcun tentativo per condizionarla. Ha fatto il suo lavoro come meglio ha potuto, restandosene – come si dice – “al suo posto”.
Spesso fin troppo rispettoso dei bizzarri e contraddittori indirizzi dei governi, sempre alla ricerca dei migliori risultati per l’interesse pubblico.

Risultati che non sono mancati, dall’arresto di Bernardo Provenzano all’annientamento del rinato nucleo delle Brigate Rosse, all’arresto degli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi. Soddisfatto del suo lavoro, da maggio il capo della polizia prepara il suo addio concordando con l’esecutivo che, dopo sette anni, tre governi e sette ministri, un’opportunità istituzionale consiglia di passare la mano. E non per occupare una seggiola ancora più influente nel territorio della sicurezza, ma per cambiare del tutto ambiente, se è vero che Gianni De Gennaro sarebbe stato il commissario per gli Europei di calcio, se l’Italia non si fosse persa per strada l’organizzazione dell’evento. E oggi nell’orizzonte di De Gennaro pare che ci sia l’U. N. I. R. E. (Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine).

<!– do nothing –>Il solo vulnus – grave – della lunga stagione di De Gennaro è la violenta inefficienza dimostrata dalla polizia durante il G8 di Genova. Se si esclude parte della sinistra radicale, nessuno gliel’ha mai rimproverato in questi anni, nemmeno la magistratura di Genova che, soltanto l’11 giugno scorso, ha contestato un'”istigazione o induzione alla falsa testimonianza” di un questore testimone. L’indagine è in corso e si vedrà. Tuttavia, è soltanto un trucco polemico, e di mediocre polemica, sostenere che De Gennaro fa fagotto per quell’avviso di garanzia o che la sua parabola di “uomo delle istituzioni” possa accompagnarsi alle lune nere che hanno orientato i comportamenti di Nicolò Pollari e Roberto Speciale. È un accostamento che De Gennaro non merita. E che nasconde un rischio: la sottovalutazione della cultura della sicurezza e di una generazione di eccellenti “quadri” che De Gennaro ha saputo costruire e allevare. Le fragili istituzioni nazionali non sembra che ne abbiano bisogno.

<!– do nothing –><!– fine TESTO –>

De Gennaro non é né Pollari né Speciale
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