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E Marini richiamò: troppa gente al centro

  «Du’ ggiorni perzi a parla’ der monno e bbastava chiede’ a Pallaro: ’a Palla’, che voti?». La battutaccia romanesca di Francesco Storace, che s’avvita in un siparietto finale perfino affettuoso con Rosy Bindi, è qualcosa di più di una spiritosaggine. E’ in qualche modo la sintesi di tutto. Di un gigantesco gioco dell’oca che per giorni ha scosso il mondo della politica, mobilitato il popolo ulivista, sollevato le ire della base comunista («un altro ’98 noooo!»), scatenato i cacciatori delle due fazioni a battere in cerca di una preda il territorio altrui, illuso gli elettori di destra su un insperato infarto del governo prodiano, messo in apprensione il Quirinale,mosso i dottori a visitare tutti i cagionevoli di salute per un check-up medico-politico, riempito pagine e pagine di giornali, allertato le ambasciate e le cancellerie straniere e tutto per cosa? Per tornare al punto di partenza: quel voterello in più che c’era fin dall’inizio della legislatura. Quando la risicatissima maggioranza venne messa subito alla prova sull’elezione di Franco Marini, minata per un paio di giorni dai «francesco tiratori».
 
E rideva, alla fine, Romano Prodi. E abbracciava tutti quelli che ci capitavano sotto accentuando quella risata rettangolare che gli tirò addosso dagli avversari il nomignolo di «Fra’ Giocondo». Nomignolo respinto con una risposta entrata nei «classici» del prodismo: «Mo sarà ben meglio somigliare a Fra’ Giocondo piuttosto che a Fra’ Incazzoso, no?» E intorno a lui era tutto un abbraccio e una pacca sulle spalle e un darsi di gomito e una strizzatina d’occhio su quella frase geniale scappata involontariamente poco prima a Franco Marini. Il quale, vedendo in difficoltà i senatori che si affrettavano alla «chiama» per rispondere «sì» oppure «no» alla fiducia e faticavano a solcare la folla che si era radunata in mezzo all’emisfero, se n’era uscito con un richiamo che pareva urlato dalla bocca di quei rifondaroli che vedono come la peste una svolta moderata: «Colleghi, colleghi! C’è troppo assembramento, al centro!» E poi tutti via, a sciamare verso l’uscita e le tavolate nei ristoranti dei dintorni e a dire: «Lo sapevamo che andava a finire così».
 
E quello rivendicava la scommessa vinta sul numero esatto dei voti a favore. E quell’altro rideva di Berlusconi che sotto ci aveva sperato sul serio e non si è reso conto, come ha detto in aula il mastelliano Tommaso Barbato, «che questa crisi è stata condotta da parte dei suoi alleati più contro di lui che contro Prodi». Dietro tanta euforia, che aveva spinto un gruppo di comunisti a precipitarsi alla buvette per un brindisi, vedevi però l’eccitazione stremata dei tifosi che fino all’ultimo avevano avuto il dubbio che la partita, miracolosamente raddrizzata dopo lo spavento iniziale, finisse per mettersi male. Come l’altra volta. Ricordate? Giuliano Ferrara che irrompeva in Transatlantico urlando a Previti: «Cesareee! Preparati che stavolta fai il ministro della Giustizia! »E un vecchio navigante come Gerardo Bianco sospirava affranto: «Ma come si fa? Come si fa a buttare via tutto così?» E Napoleone Colajanni scrollava il testone: «Doveva finire così, doveva. Non abbiamo la maggioranza nel Paese, una volta o l’altra doveva emergere il fatto che non ce l’abbiamo neanche qui dentro».
 
E Michele Ricci che sbuffava: «Col pallottoliere si va all’asilo, non si viene in Parlamento: si va all’asilo!». Anche l’altra volta Romano Prodi era rimasto appeso a un voto. Quello di Tiziana Valpiana, che stava con Bertinotti ma era spaventatissima all’idea di buttar giù il primo governo di sinistra e tenne tutti col fiato sospeso per ore: cederà? Non cederà? Che farà? E per un giorno il mondo intero sembrò ruotare intorno a lei e al siciliano Silvio Liotta che era stato eletto con la destra e poi si era spostato con Dini ma forse adesso tornava a destra e al tarantino Giancarlo Cito che a chi diceva che avrebbe votato col governo per non perder l’immunità mostrava gajardo il petto dicendo «Cito non ha paura dell’arresto! Cito se si vota viene rieletto pure da solo!» e al triestino Gualberto Niccolini che a un certo punto non si trovava più e certi suoi colleghi si erano convinti che stesse per tradire e pattugliavano i bagni battendo a tutte le porte: «Gualberto! Devi votare! » Chi le poteva dimenticare, a sinistra, quelle ore? Finite con la Valpiana scossa da un pianto inconsolabile dopo aver votato no e in fuga verso l’aeroporto dove sarebbe rimasta quattro ore a tormentarsi prima di prendere un volo? Per qualche ora anche ieri c’è chi avuto l’incubo che uno scherzo arrivasse da Luigi Pallaro.
 
Ed era tutto un vociare: «Hai visto Pallaro? ». «Dov’è Pallaro?» «Notizie di Pallaro?» Macché. Sparito. Finché, poco prima che si cominciasse a votare, il dubbio è stato rimosso da Renato Schifani. Che dopo avere improvvisato una variante maccheronica all’adagio latino errare humanum est, perseverare diabolicum in errare umanum est, perseverare inutilem, ha fatto capire che sì, insomma, il corteggiamento non era andato a buon fine. Ed ecco Marco Follini andarsene dopo aver incassato qualche «buuuh»ma anche i complimenti di chi aveva apprezzato quella citazione colta sul destino che, «come ammonisce il protagonista del romanzo “L’ombra del vento”, si apposta dietro l’angolo come un borsaiolo e non fa mai visite a domicilio ma bisogna andare a cercarlo e, forse, è arrivato il momento di cercarlo davvero». E Rosy Bindi filare via spiegando che lei pensava di aver fatto «un buon lavoro equilibrato» main fondo non le dispiace troppo che i «Dico» siano ormai diventati «direi». E Alfredo Biondi ammiccare: «Ve lo dirò in termini processuali: ormai è un governo di volontari, preterintenzionali e colposi ». Per lasciare l’ultima battuta al mastelliano Mauro Fabris: «Visto che se n’è andato De Gregorio ma è arrivato Follini, direi uno a uno e palla al centro. Sottolineo: al centro».

E Marini richiamò: troppa gente al centro
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