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E se i romani decidessero di non prendere più i taxi?

  Alla fine, anche il buon Veltroni ha perso la pazienza. E dopo aver tentato per mesi di convincere i tassisti romani a sfruttare di più le licenze esistenti attraverso il meccanismo dei turni e il monitoraggio satellitare, ha finito col prendere atto di una triste realtà: con i tassisti, la concertazione funziona fino a un certo punto. Poi si finisce sempre con lo scontrarsi con un muro di gomma. E allora siamo alle solite. Con le autorità che brandiscono nuove licenze e i tassisti che reagiscono con i consueti scioperi, più o meno selvaggi. Per non parlare del clima di violenza latente che pervade qualsiasi tentativo di affrontare la questione, con i tassisti che minacciano di passare alle mani e gli amministratori che finiscono sotto scorta.

 

 

 

 Di fronte a questa situazione, sarebbe bello se, per una volta, a scendere in campo rivendicando i propri diritti, fosse il cittadino utente. Quello che paga (anche tanto, dato che le tariffe romane sono tutt’altro che basse) e ha diritto a un servizio (anche buono, anziché doversi sempre mettere in coda come una pecora). E allora perchè non pensare a uno sciopero contro i taxi? Le auto bianche tengono la capitale sotto scacco facendo affidamento sulla pigrizia dei cittadini. E se, per una volta, anziché cedere al tiepido abbraccio della rassegnazione qualunquista fosse l’utente a ribellarsi? Rinunciando, magari, a qualche confort fino a quando la vertenza dei taxi non sarà sciolta. Facendo un po’ più affidamento sui mezzi pubblici che avranno pure i loro difetti, ma che almeno non avanzano le loro rivendicazioni con i toni (e i comportamenti) da hooligan che contraddistinguono una larga fetta dei tassisti romani.

 

 

 

 Fino a quando non si svilupperà una forte corrente di opinione disponibile a sostenere, anche nei fatti, una politica di riforme per la modernizzazione del Paese sarà difficile rimproverare i nostri governanti per la loro mancanza di coraggio. Nessun esponente politico ha, per sua natura, vocazione al suicidio. I Bersani, le Lanzillotte e tutti gli altri riformatori che pure in questo governo ci sono (per non parlare dei Comuni) hanno bisogno di una base di consenso sulla quale appoggiare la propria azione. E allora, dato che siamo entrati nella democrazia continua, in cui il consenso non si esprime solo una volta ogni tanto attraverso il voto, ma continuamente attraverso i sondaggi, le trasmissioni  tv, le manifestazioni e quant’altro, sarà bene che anche l’opinione pubblica moderata si attrezzi per far sentire la sua voce di tanto in tanto.

 

 

 

 A torto o a ragione, i tassisti sono diventati il simbolo delle resistenze corporative al cambiamento. Non perché questa sia la battaglia più importante: al contrario, è evidente che le liberalizzazioni su altri fronti, dagli ordini professionali ai servizi pubblici locali, hanno ben altra rilevanza. In pochi altri casi, però, è così evidente la divaricazione tra l’interesse particolare di una corporazione e l’interesse generale. E chiaro, allora, che questa occasione non va sprecata. Se ci si arrende ai tassisti, l’idea che un qualunque altro privilegio corporativo possa essere scalfito diventa inconcepibile. In politica, qualche volta, un atto simbolico vale più di mille parole. Un bello sciopero contro i tassisti è il migliore strumento che gli utenti romani abbiano a loro disposizione per far capire a tutte le corporazioni che non accetteranno mai più di essere trattati come ostaggi.

E se i romani decidessero di non prendere più i taxi?
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