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Famiglia e diritto canonico

SOMMARIO: La CEI tornerà ad occuparsi di divorzio mentre noi continuiamo ad affermare che la stessa convenienza politica sconsiglierebbe di coinvolgere la Chiesa in una battaglia che non la riguarda, come afferma anche una rivista vicina al Cardianal Lercaro, “Il Regno”. Per il diritto canonico è sufficiente che uno dei due coniugi non creda nell’indissolubilità del matrimonio, o non intenda rimanere fedele all’altro coniuge oppure non abbia voluto aver figli perché il matrimonio possa essere dichiarato nullo. Questo dimostra che noi abbiamo molto più a cuore la famiglia di quanto non l’abbia la Chiesa, per la quale dovrebbero essere dichiarati nulli la maggior parte dei matrimoni italiani. Se una legge civile recepisse questi motivi, una legislazione civile non la potrebbe recepire.

(BATTAGLIA DIVORZISTA N. 5, marzo 1967)

 

All’inizio di aprile la Conferenza Episcopale Italiana (cioè l’organismo che dirige il clero del nostro paese) tornerà ad occuparsi di divorzio.

Speriamo che cardinali e vescovi si renderanno conto almeno che la stessa convenienza politica sconsiglia loro di coinvolgere la Chiesa in una battaglia che non la riguarda e nella quale sarebbe necessariamente sconfitta. E’ questo quanto una rivista vicina la Cardinal Lercaro, “Il Regno”, ha cercato di far loro capire; speriamo che essa trovi orecchie più attente di quelle che hanno sinora ignorato i nostri ammonimenti.

Per quanto ci riguarda, dopo un anno di attività, possiamo ripetere quanto sin dall’inizio siamo andati dicendo: se il movimento divorzista s’organizza, se ciascuno compie il suo dovere, avremo ben presto il divorzio. Se non basteranno ancora i dieci mesi che ci dividono dalla fine di questo quinquennio parlamentare (e potrebbero bastare!), saranno sufficienti pochi, pochissimi anni: il giorno stesso della apertura della nuova legislatura ripresenteremo il progetto Fortuna, e faremo in modo che vi siano molti più deputati decisi e fidati che oggi. Prendiamone assieme, fin da ora, l’impegno.

Cadono ogni giorno le obiezioni e gli ostacoli che ci vengono frapposti. Gli argomenti dei nostri avversari si sono ben presto venuti bruciando, con la stessa rapidità con cui erano avanzati. Questo mostra ancora una volta che senza ragioni, senza convinzioni, non si può vincere nessuna grande battaglia politica, né si può riuscire a far barriera contro il progresso.

Avevano dapprima affermato che non eravamo che pochi anticlericali e separati, incapaci di rassegnarci ad un condizione che veniva presentata come necessaria e insuperabile: oggi le stesse statistiche fatte da organizzazioni cattoliche affermano che fra le donne cattoliche praticanti che lavorano nel Nord-Italia, circa la metà sono favorevoli alla riforma che propugniamo.

Avevano sostenuto l’incostituzionalità del progetto Fortuna: la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati ha tagliato corto a questa tesi. Avevano tentato di coinvolgere la fede religiosa del divorzista e negli stessi ambienti della Chiesa si è sentito il bisogno di ricordare che gli atti del Concilio, l’atteggiamento dei cattolici in tutto il mondo, la stessa ricerca teologica non consentivano questa misera e abusata falsificazione.

Continuano, è vero, ad affermare che vogliamo distruggere la famiglia, e non invece limitare i danni che derivano dalla morte irrimediabile di tanti vincoli familiari. A questo punto è forse bene dire ai nostri avversari alcune parole chiare ed alcune verità, per amare e crude che siano.

Essi pretendono di discutere della bontà o meno del progetto Fortuna: è un loro diritto, e siamo ben lieti che siano costretti a farlo, dopo avere per dei decenni soffocato ogni dibattito in proposito. Ma essi stessi, cosa propongono? Quali sono le loro vere posizioni in tema di matrimonio e di famiglia? In genere, ne parlano poco, limitandoci ad attaccare le nostre proposte. Andiamo allora a controllare cosa ci dice il loro diritto canonico.

Chiunque possa dimostrare che, al momento del matrimonio, non credeva nella sua indissolubilità, o non intendeva restare fedele al proprio coniuge, o non avrebbe voluto aver figli, può ottenere l’annullamento: quel matrimonio, per la Chiesa, non è mai esistito.

Quanti uomini, in Italia, si sono sposati con la ferma volontà di restare sempre fedeli alla propria moglie?

Quante persone, nello sposarsi, ritenevano ingiusto ed impossibile il divorzio, ed erano decisi a non invocarlo nel caso in cui la legge lo avesse permesso? Quante altre, per i più vari e validi motivi, non si sono sposate escludendo o comunque non desiderando di aver figli?

Ciascuno può rispondere agevolmente a questi interrogativi. Ma la conseguenza è comunque questa: per il diritto canonico, sono nulli e non avvenuti la maggior parte dei matrimoni italiani. Non interessa, infatti, al diritto della Chiesa (ma cosa c’entra, con la fede, con la religione, il “diritto” attributo sovrano dello stato?) che siano poi nati dei figli, che siano passati magari anni, lustri o decenni, che la prole abbia dei diritti, che si possano creare così tragedie, e proprio per il coniuge non colpevole ed in regola sia con la legge umana che con quella “divina”: se quel giorno, a quell’ora, hai mostrato in qualche modo di non credere all’indissolubilità, di non volere essere a qualsiasi costo fedele, di non volere figli, sei libero, non hai famiglia, perché quel matrimonio non è mai esistito. Potrai subito dopo, sol lo vuoi, convolare a più giuste nozze. Il coniuge, i figli si arrangino.

Se qualche deputato ci proponesse una legge che recepisse nella nostra legislazione i motivi di nullità previsti dal diritto canonico mi sentirei di affermare (quale che possa essere il grado di tiepidezza che si ha rispetto alla esaltazione sistematica della famiglia) che ci troveremmo dinanzi ad un caso di irresponsabilità criminale. All’on. Fortuna che ci propone casi di scioglimento che sono molto meno ampi di quelli riconosciuti, per esempio, e praticati dalla Chiesa Cattolica ortodossa, sulla scorta delle sacre scritture, si osa poi rimproverare, magari dinanzi ai giudici di Sacra Romana Rota che queste cose le sanno bene, la sua giusta, moderna, necessaria, umana iniziativa.

 

BRAMOSIA DI POTERE TEMPORALE

 

I clericali che pretendono ancora di usare la religione per serbare al Vaticano la giurisdizione civile sui fedeli, e non solo su di loro, la smettano dunque di evocare la salvezza della famiglia come pretesto alla loro bramosia di potere temporale ed alla loro vecchia ostilità contro lo Stato e le sue leggi. S’occupino, piuttosto, di quel che li riguarda, e non trascinino la fede religiosa in così avventate e inique avventure.

Nei giorni scorsi monsignor Pericle Felici è stato incaricato di curare la riforma dei codici canonici. Gli suggeriamo dunque umilmente d’occuparsi di quella parte che concerne il diritto familiare vaticano. Urge lì una riforma per tutelare la famiglia.

Ma forse la migliore soluzione, la più logica, sarebbe quella di rinunciare ad avere un diritto positivo vaticano ed ecclesiastico sulla famiglia e sui matrimoni. Fino a nuovo ordine, infatti, il clero, visti i solenni voti di castità cui è tenuto, non può essere interessato all’argomento; ed i cattolici di tutto il mondo sono innanzitutto dei cittadini che hanno le leggi dei loro paesi, alle quali sole debbono obbedienza e dalle quali solo possono vedere tutelata la loro personalità civile ed i loro diritti in tema di matrimonio e di famiglia.

 

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