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«Fonti rinnovabili, Italia pecora nera»

 

In Italia serve una chiara inversione di rotta sulle fonti rinnovabili se non si vuole buttare a mare una grande occasione. Chicco Testa, ex presidente dell’Enel, un passato da ambientalista Doc, oggi presidente del Comitato organizzativo per il congresso mondiale dell’energia “Roma 2007”, lancia un nuovo grido d’allarme. Il tema c’è: a livello mondiale l’Agenzia internazionale per l’energia stima che servirebbero 16 mila miliardi di dollari, entro il 2030, per saziare la fame di elettricità del pianeta.

  C‘è spazio in Italia per l’energia pulita?
 «Sì, certamente. Le tecnologie ci sono, i capitali da investire anche, italiani ed esteri. Parliamo di diverse centinaia di miliardi interessati ad un allocazione proprio nelle fonti rinnovabili. C’è anche un regime di prezzi incentivati favorevole: nel solare, l’eolico, le biomasse ed il geotermico mentre nel biodiesel abbiamo qualche difficoltà».

  Eppure?
 «Eppure le fonti rinnovabili non decollano a causa della lentezza delle autorizzazioni e dei veti che arrivano a livello locale. Ogni volta si spostano in là i problemi senza risolverli».

  Il mondo ha fame di energia. Quale ruolo possono avere le fonti rinnovabili?
 «Non possono sostituire le fonti tradizionali, come il termoelettrico, il carbone o il nucleare che in Cina e India sta avendo un forte sviluppo. Ma soprattutto con il petrolio alle stelle, le fonti rinnovabili possono integrarsi utilmente con gli impianti tradizionali. E poi c’è un altro vincolo da tenere in considerazione: il protocollo di Kyoto».

  Ovvero?
 «L’abbattimento della Co2 impone a tutti l’acquisto di carbon credits e sono proprio le rinnovabili a fornire questa opportunità. La Ecf, la Cassa depositi e prestiti francese, compra carbon credits dalla Cina per rivenderli in Europa e molti vengono da fonti rinnovabili. Insomma si è creato un meccanismo finanziario virtuoso per sostenere gli investimenti in fonti rinnovabili in altre parti del mondo».

  Nonostante questo…?
 «..l’ltalia ha 1000 addetti nel solare tòtovoltaico, la Germania 6 mila e il Giappone 15 mila. Produciamo ogni anno 30 milioni di tonnellate di rifiuti che finiscono al 70% nelle discariche mentre la Danimarca ne utilizza il 60% per il recupero energetico. Per un piccolo impianto idroelettrico servono da 3 a 5 anni per le autorizzazioni, è assurdo. Sull’eolico è lo stesso, senza contare la moratoria totale in Sardegna».
 
 La soluzione?
 «Dare pareri entro tempi certi, per esempio facendo leva sul silenzio assenso».
 
 Insomma, le rinnovoabili sono un’occasione sprecata?
 «Completamente, no. Piuttosto, direi, un’occasione colta al 30-40%».

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