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Gay, la cosa veltroniana non li ama…

da Secolo d’Italia del 20 dicembre 2007, pag. 6. di Annalisa Terranova.

Unioni civili bocciate a Roma. E l’Unità mestamen­te registra le reazioni del “day after”, dando conto della furia di Franco Grillini, della rabbia di Enrico Boselli, del sarcasmo di tutta quell’area della sinistra che ha scel­to la bandiera arcobaleno dei gay di San Francisco per rifondarsi in alternativa al Partito democratico. Lo stesso Pd che ha votato nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio con il centrodestra contro il registro del­le unioni civili per il quale l’Arcigay raccoglie firme dal lontano 2003. Tutto da rifare, adesso, magari con un bel referendum comunale, come propongono radicali e sociali­sti. Alla prima prova simbolica sui temi etici la vetrina veltroniana presenta qualche  crepa  di troppo e non sarà facile, stavolta, fare finta di nulla.

 
Da giorni i siti del­le associazioni gay martellavano su quella bizzarra con­vocazione del segretario di Stato vatica­no Tarcisio Bertone, che aveva invitato a colloquio il sindaco di Roma. Un incon­tro che, secondo i fan dei Pacs in salsa capitolina, sarebbe stato il crocevia della madre di tutti tradi­menti.
 
Su Veltroni ha agito la vendetta del tempo. Nell’estate 2000, infatti, fu tra i più convinti e partecipi sostenitori di quel World Gay Pride che Giovanni Paolo II salutò come una “grave ferita” inferta alla città santa nell’anno del Giubileo. All’e­poca l’attuale sindaco e leader del Pd seppe ritagliarsi molto bene un ruolo nella grande rissa mediatica che accompagnò l’organizzazione del Gay Pride. Volle essere alterna­tivo all’allora premier Giuliano Amato, che dichiarò in aula quanto fosse inopportuna la sfilata omosessuale che però era garantita dal diritto di manifestare sancito dalla Costituzione. Volle essere alternati­vo rispetto a Francesco Rutelli, che all’epoca era il primo cittadino della Capitale, e che ritirò il patrocinio alla kermesse suscitando proteste, dibattiti e mugugni a sinistra. Volle presentarsi come leader illuminato dinanzi ai presidenti di Provincia e Regione (Moffa e Storace di An) che premevano perché il Gay Pride fosse rinviato. Volle recarsi al corteo a braccetto con Katia Bellillo, che nel 2000 era ministro delle Pari oppor­tunità e che promet­teva garanzie e bene­fici per le coppie omosessuali    che dopo sette anni anco­ra non sono arrivati da un governo di centrosinistra. Volle scavalcare Pecoraro Scanio (che proprio nel 2000 fece regi­strare il suo outing, dichiarandosi contrario alla sessua­lità “rigida” e favorevole a una con­dotta “bisessuale”).
 
Dunque Veltroni andò alla mar­cia, ma come registrarono i giorna­listi fu una toccata e fuga, si fece vedere alla partenza per poi filarsela dopo qualche secondo. La sua pre­senza fu però notata dai gay, che certamente lo hanno anche votato come sindaco proprio perché non disertasse sulla frontiera dei Pacs-Dico-Cus, lui che dopo la marcia ammoniva quelli del centrodestra: «Non siete venuti al Gay Pride per­ché in voi c’è il germe di una cultu­ra intollerante». Sette anni dopo, quelle battaglie per i “diritti civili” sono dimenticate, archiviate, rele­gate in un passato remoto.
 
Non è del resto la prima volta che Veltroni si spinge oltre il limite con­sentito per poi battere in ritirata come un diligente soldatino, richia­mato questa volta da papa Ratzinger e in gioventù da Enrico Berlinguer.
 
Nel libro di Marco Damilano Vel­troni, il piccolo principe (ed. Sperling&Kupfer) si racconta infatti che quando l’attuale leader del Pd era un dirigente romano della Fgci, l’or­ganizzazione giovanile del Pci, ela­borò un manifesto sul divorzio nel auale erano ritratti due ragazzi che si baciavano in un parco. Lo slogan era un inno all’amore libero e con­sapevole contro le costrizioni del contratto matrimoniale. Un modello di propaganda che fu sonoramente bocciato da Berlinguer, il quale impose un manifesto più rispettoso della tradizione italiana, fondata su un radicato familismo.
 
Oggi Veltroni non è più solo sin­daco, è il leader, come notava ieri la senatrice del Pd Magda Negri, di un partito multiculturale. Dove ci sono le Binetti e le Finocchiaro. E dove c’è un ministro come Vannino Chiti che dichiara a Radio Vaticana: «No ai matrimoni gay e all’adozione dì figli: un figlio è abituato ad avere un padre e una madre e non credo funzionerebbe con due madri o due padri». «So che su questo punto – ha insistito il ministro per le Riforme -si solleveranno polemiche a non finire, ma questa è la mia convin­zione».
 
Meglio allora cercare una scappa­toia, difendersi sostenendo, come faceva ieri un altro parlamentare del Pd, Franco Monaco, che la palla deve passare al Parlamento e che i Comuni non possono tappare ì buchi su cui le Camere si rifiutano di legiferare. Veltroni sul punto non commenta, ormai parla solo di leg­ge elettorale e si premura di confe­rirsi un’aureola di leader decisioni­sta, attaccando il vizio italiano del rinvio: «In Italia c’è il demone del non fare, si preferisce stare tran­quilli e non fare guardando con sospetto chi, invece, fa».
 
Ma se la battaglia per il registro delle unioni civili è fallita in Cam­pidoglio c’è chi subito intende riproporla alla Provincia, magari stavolta per mettere alla prova la laicità del presidente Enrico Gasbarra, anche lui confluito nel calderone multiculturale del Pd. Si tratta di Nando Simeone consigliere di Sinistra Critica alla Provincia di Roma. «La lotta per lo Stato laico continua – afferma Simeone – e per­sonalmente presenterò in consiglio provinciale un odg, della stessa spe­cie discussa in Campidoglio, affin­chè la Provincia si impegni per pro­muovere nei comuni del territorio la costituzione del registro per le unioni civili».

Gay, la cosa veltroniana non li ama…
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