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"I vantaggi della globalizzazione"

Globalizzazione: il più fenomenale fattore di progresso della storia
di Guglielmo Piombini

Il fatto più singolare degli ultimi tempi è che gli antiglobalizzatori sono riusciti a diffondere l’idea (con buon successo, si deve dire, visto che secondo un recente sondaggio su Repubblica il 45% degli italiani afferma di condividere le idee dei contestatori, pur deplorandone la violenza) che la globalizzazione capitalistica stia conducendo l’umanità verso l’abisso dell’autodistruzione, portando immensa miseria nei paesi più poveri, senza avere uno solo dato a sostegno di questa tesi. Tutti i dati disponibili dimostrano al contrario che l‚umanità sta vivendo una fase storica di trasformazione straordinaria: Peter Schwartz e Peter Leyden hanno calcolato che, e se i trend di liberalizzazione e i progressi tecnologici degli ultimi 20 anni procederanno con lo stesso ritmo, assisteremo ad un boom economico globale che non ha precedenti, entrando in un periodo di crescita sostenuta che potrebbe arrivare a raddoppiare il valore dell‚economia mondiale ogni 12 anni, portando crescente prosperità a miliardi di persone sul nostro pianeta. Se questa previsione si avverererà, gli storici guarderanno alla nostra era come ad un periodo straordinario; descriveranno i 40 anni tra il 1980 e il 2020 come il momento chiave di una trasformazione eccezionale. Nei paesi occidentali le nuove tecnologie determineranno il succedersi di continue ondate di innovazione tecnologica, in cinque settori principali: informatica, telecomunicazioni, biotecnologia, nanotecnologia, energie alternative. La radicale evoluzione tecnologica da un lato, e la nuova etica dell‚apertura trasformeranno il nostro mondo nel nucleo di una civiltà globale, una nuova civiltà delle civiltà che fiorirà per tutti il prossimno secolo. Naturalmente non è detto che questo scenario, per certi versi tanto esntusiasmante, si verificherà, dato che non è detto che si avveri il presupposto inziale, e cioè che i ritmi di liberalizzazione dei mercati e di sviluppo tecnologico continueranno con gli stesssi andamenti degli ultimi 20 anni. Esistono infatti all‚opera potenti forze politiche, ideologiche, e culturali, in parte incarnate dal cosiddetto popolo di Seattle, che potrebbero ostacolare questo processo, così come già alla fine dell‚800 un promettente inizio di globalizzazione venne bloccato e invertito con la prima guerra mondiale e i totalitarismi del secolo breve. I dati del rapporto annuale sulle libertà economiche redatto dall‚Heritage Foundation, ad ogni modo, sono impressionanti, e distruggono completamente le tesi degli antiglobalizzatori. Prendendo ad esempio la classifica di apertura ai mercati mondiali per il periodo 1980-1998, i primi dodici paesi sono stati, nell’ordine: Hong Kong, Singapore, Belgio, Panama, Inghilterra, Olanda, Lussemburgo, Svizzera, Stati Uniti, Malesia, Svezia, e Irlanda (l’Italia è quindicesima). I dodici paesi più chiusi ai mercati internazionali sono stati invece, partendo dal meno aperto: Birmania (novantunesimo), Bangladesh, Burundi, Iran, Sierra Leone, Siria, Algeria, Madagascar, Tanzania, Argentina, Brasile, India. Alcuni paesi chiusissimi, come Cuba e Corea del Nord (dove non a caso c’è stata una carestia che ha fatto milioni di morti per fame) non compaiono neanche nell’elenco. Ebbene, i primi dodici hanno avuto durante il ventennio preso in considerazione una crescita media del prodotto interno lordo del 2,5 % annuo (che è notevole: significa ingrandire del 64% la propria economia complessiva nell’arco del periodo), mentre i dodici paesi più chiusi ai mercati internazionali hanno avuto in media una crescita annua dello 0,3% (cioè quasi nulla: in vent’anni, ben che è andata, l’economia di questi paesi si è ingrandita solo dello 6% in termini assoluti). Dividendo poi tutti i paesi del mondo in cinque gruppi, dai più aperti ai più chiusi, si nota gli appartenenti al primo quinto hanno un reddito medio di 22.306 dollari procapite, il secondo quinto dei paesi più aperti al commercio con l’estero ha un reddito medio di 13.984 dollari, il terzo quinto di 6.397 dollari, il quarto quinto di 4.974 dollari, e l’ultimo quinto dei paesi più chiusi al commercio con l’estero ha un reddito medio di 2.916 dollari. E‚ dunque incontestabile che grazie proprio alle politiche di liberalizzazione e di maggiore apertura ai mercati globali enormi masse umane del terzo mondo (soprattutto in Asia) hanno migliorato in maniera notevole, e non peggiorato, il proprio tenore di vita negli ultimi dieci anni. Prendendo in considerazione il continente più investito dalla globalizzazione, l’Asia, risulta che nell’arco di una sola generazione ben 520 milioni di persone sono usciti dalla povertà, mentre la popolazione dell’area cresceva di due terzi: una delle più grandiose fasi di sviluppo della storia umana. Negli anni Ottanta le economie industrializzate crescevano più velocemente che i Peasi sottosviluppati e oggi in via di sviluppo. Negli anni 90, man mano che la globalizzazione diventava una realtà, le nazioni più povere sono cresciute ad un tasso del 3,6%, il doppio dei paesi più ricchi. Il merito di questo straordinario sviluppo, che in larghe zone del terzo mondo sta facendo compiere in pochi anni lo stesso percorso che per l‚occidente è durato secoli, si deve in larga misura proprio alla odiate multinazionali, i cui stipendi, è stato calcolato dall‚ economista Edward Graham, sono in media otto volte e mezzo quelli assicurati dalle industrie locali.

LA GLOBALIZZAZIONE COME ORDINE SPONTANEO
Non potendo contestare questi dati, i contestatori di Seattle cercano di confondere le acque ricorrendo ad una teoria che descrive la globalizzazione in termini cospiratori. Secondo la loro ricostruzione il processo di liberalizzazione degli scambi sarebbe guidato dagli interessi occulti di un gruppo ristretto di boss delle multinazionali, banchieri, finanzieri, e governi compiacenti, mentre il WTO e gli altri organismi sovranazionali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario agirebbero come bracci armati di questo gigantesco complotto planetario. A prima vista, questa spiegazione non pare più fondata di quella, in auge durante gli anni ‚30, che spiegava tutti gli avvenimenti politici ed economici ricorrendo ad una fantomatica congiura mondialista demo-pluto-giudaico-massonica. Infatti, lungi dall‚essere il risultato di un piano studiato a tavolino, la globalizzazione è sempre stata, in tutte le sue intermittenti fasi storiche di sviluppo, un tipico ordine spontaneo inintenzionale, risultante dalla combinazione delle azioni quotidiane di miliardi di persone. Oggi questo processo è enormemente facilitato da una serie di fattori culturali e materiali che hanno posto fine al mondo della guerra fredda: da un lato, il declino irreversibile delle ideologie socialistiche e collettivistiche; dall ‚altro, le rivoluzioni tecnologiche, informatiche, finanziarie, dei trasporti, e delle comunicazioni, che hanno messo nelle mani dei singoli individui strumenti eccezionali di liberazione dalle imposizioni statali. La forza principale che spinge il processo di apertura mondiale dei mercati non viene dall‚alto, ma dal basso: dalle richieste, provenienti da enormi masse umane, di poter accedere a nuovi prodotti, a nuovi consumi, a nuove letture, a nuove esperienze. La globalizzazione ˆ ha scritto Thomas Friedman ˆ emerge dal basso, dalla strada, dall‚anima della gente e dalle sue aspirazioni. Sì, la globalizzazione è anche il prodotto della liberalizzazione della finanza, della tecnologia e dell‚informazione; ma ciò che crea e determina questi tre fattori è l‚aspirazione umana a una vita migliore: una vita con maggiore libertà di scegliere in che modo procurarsi il benessere, cosa mangiare, cosa indossare, dove abitare, dove viaggiare, come lavorare, cosa leggere, cosa scrivere e cosa apprendere. La teoria complottistica degli anti-global ha un fondamento psicologico e ideologico: semplifica dei fenomeni estremamente complessi, e nasconde le reali motivazioni in gioco. Da un punto di vista psicologico, probabilmente la maggior parte della gente fatica a comprendere il funzionamento di un ordine “a rete” come quello dell’economia globale (senza un centro motore, e senza confini ben precisi), e si affida così a rozze teorie cospiratorie (o pseudoreligiose) in cui i fenomeni complessi vengono spiegati semplicisticamente come effetto della volontà cosciente e deliberata di un deus ex machina centrale. Dal punto di vista della strategia politica è altrettanto evidente la necessità degli anti-globalizzatori di ricorrere ad una teoria complottista, dato che è impossibile attaccare un ordine non pianificato. Per poter sconfiggere il proprio nemico reale, il libero scambio e il capitalismo globale, costoro hanno bisogno di mascherarlo con degli spauracchi più visibili (il G8, il WTO, l‚FMI). Sarebbe impossibile, infatti, coalizzare un agguerrito fronte di lotta contro un nemico astratto e impersonale qual è l‚ ordine spontaneo del mercato globale. Una cosa, infatti, è dichiarare di voler combattere i perfidi burattinai che tirano le fila della cospirazione mondialista; un‚altra cosa invece è ammettere di avere come deliberato obiettivo quello di vietare a miliardi di persone di scambiare liberamente tra loro idee, valori culturali, mode, beni, servizi, denaro, lavoro, o qualsiasi altra cosa: una battaglia così palesemente ignobile e reazionaria non avrebbe nessuna speranza di successo.

GLOBALIZZAZIONE DALL‚ALTO O DAL BASSO?
Se la globalizzazione è un ordine spontaneo inintenzionale e non un ordine pianificato, ne derivano conseguenze di rilievo anche per le strategie liberali miranti e favorire questo benefico processo. L‚azione delle organizzazioni come il WTO crea infatti l‚errata impressione, non solo tra i nemici ma anche tra molti sostenitori della globalizzazione, che l‚attuale rivoluzione dei mercati sia guidata dalle istituzioni governative sovranazionali. In realtà, ricorda l‚economista Ian Vazquez del Cato Institute, i dati dimostrano che il ruolo giocato da questi organismi nel processo di globalizzazione è stato fino ad oggi marginale, se non addirittura negativo. Decenni di prestiti concessi dal Fondo Monetario Internazionale o dalla Banca Mondiale a regimi retrivi e autoritari, ad esempio, hanno sicuramente rallentato la loro entrata nel mercato globale. Molti paesi, tuttavia, hanno liberalizzato e aperto unilateralmente le proprie economie, spinti dalle necessità politiche ed economiche, dopo che le precedenti politiche protezionistiche o interventiste si erano risolte in un fallimento. L‚evoluzione dell‚economia mondiale è il risultato di cambiamenti avvenuti molto più a livello nazionale che internazionale. Questo è vero anche per quei paesi che hanno aderito a trattati multilaterali, come il Messico o la CIna, che hanno ridotto le proprie barriere commerciali anni prima di aderire al Nafta o di chiedere di entrare nel WTO. In generale, gli accordi del WTO tendono più a preservare liberalizzazioni commerciali già avvenute che a promuoverne di nuove. Cercare di realizzare un ordine economico mondiale liberale dall‚alto, con un approccio costruttivistico, è pericoloso perchè permette un uso discrezionale ed arbitrario del potere alle organizzazioni incaricate di realizzare questo obiettivo, che non è affatto detto che venga usato per promuovere obiettivi liberali. Per i liberali tutti i governi, nazionali o sovranazionali che siano, devono limitarsi a proteggere i diritti naturali di libertà e proprietà degli individui, agendo entro regole generali, mentre queste organizzazioni sovranazionali finiscono col produrre, dopo complicate trattative, fitte regolamentazioni indirizzate a perseguire obiettivi politici specifici. Che le organizzazioni sovranazionali di stati e le burocrazie globali rapopresentino un ostacolo, anziché uno strumento favorevole alla liberalizzazione dei mercati, è dimostrato da numerosi episodi: 1) a Seattle, il vertice del WTO venne fatto fallire non dai contestatori nelle strade, ma dai paesi del terzo mondo (capeggiati dal Pakistan), quando Clinton aveva proposto, per accontentare la piazza, l‚instaurazione di un sistema di sanzioni per i paesi che non si adeguassero ad una serie di standard occidentali di lavoro, ambientali, ecc. 2) Recentemente l‚Ocse ha minacciato sanzioni a San Marino, Liechtenstein, e Cipro perché avrebbero tasse troppo basse e farebbero quindi concorrenza sleale agli altri paesi. 3) Anche all‚ultimo G7, i governi si sono impegnati a “combattere gli abusi del sistema finanziatrio internazionale, promettendo, con la scusa di intensificare gli sforzi per combattere il riciclaggio del denaro sporco, di prendere contromisure contro i centri finanziari off-shore, di vegliare sul commercio elettronico, e per limitare le pratiche fiscali “ostili” (cioè, verosimilmente, più basse delle loro). Le organizzazioni burocratiche sovranazionali, dunque, non solo ostacolano i processi di liberalizzazione delle economie mondiali, ma finiscono col rappresentare un facile bersaglio per i nemici della globalizzazione, che possono così dipingerla non come un ordine dal basso, ma come un fenomeno imposto dall‚alto secondo logiche imperiali. Quali sono invece le dinamiche con cui la globalizzazione si espande spontaneamente dal basso? L‚effetto più rivoluzionario della globalizzazione è che mette in concorrenza tra loro non solo le imprese di diversi paesi, ma anche tutti i governi tra loro. I flussi di ricchezze abbandonano i paesi illiberali poco rispettosi dei diritti di proprietà e dei contratti, che hanno creato un ambiente ostile alla produzione, e si dirigono invece nei paesi più liberali. Questa concorrenza creata dalla globalizzazione fa sì che, ad esempio, se un paese abbassa le imposte, anche gli altri sono costretti a seguirlo. E‚ evidente allora che questo processo mette fuori gioco le classi politiche nazionali, togliendo loro gran parte dei poteri di tassazione, regolamentazione, e controllo dell‚economia e della società. Consci di ciò, le classi politiche dei diversi stati sperano che, costruendo una sorta di embrione di governo dell‚economia mondiale, attraverso il WTO e ad altre istituzioni sovranazionali come l‚FMI e la Banca Mondiale, possano bloccare la concorrenza indotta dalla globalizzazione: tutte le proposte di “governare”, “guidare”, “regolare” la globalizzazione hanno comunque il fine di limitare o ridurre, a vantaggio delle classi governanti, questa benefica concorrenza tra stati. Da questo punto di vista gli antiglobalizzatori e il G8 vogliono esattamente le stesse cose: regole che possano tarpare le ali ai processi spontanei di globalizzazione dell‚economia. Anche la famigerata Tobin Tax, ad esempio, difficilmente potrebbe essere applicata se non da un governo sovranazionale, dato che, se applicata dai singoli paesi, i capitali speculativi si sposterebbero verso quei paesi che non applicano la tassa a svantaggio degli altri. E non è un caso che, in più occasioni, i paesi del G8, rispolverando la politica imperialista delle cannoniere, hanno minacciato di mettere fuori-legge i paradisi fiscali, la cui esistenza costringe tutti gli altri paesi del mondo a non eccedere nella pressione fiscale per non perdere gettito. In perfetta sintonia con le richieste del movimento antiglobalizzatore ATTAC La strategia migliore per favorire dal basso la globalizzazione economica è dunque quella di: 1) lottare contro ogni tentativo di arrestare l‚ innovazione tecnologica nei campi delle comunicazioni, dei trasporti, dell‚ informatica, nella finanza, e più in generale la ricerca scientifica: tutti processi che oggettivamente finiscono per aiutare la globalizzazione; 2) favorire le liberalizzazioni del mercato a livello dei singoli stati; 3) incoraggiare la concorrenza tra governi contrastando con forza le politiche di armonizzazione e i loro tentativi di creare cartelli unificandosi in organismi sovranazionali; 4) favorire il massimo pluralismo poltico, difendendo le piccole realtà, i paradisi fiscali, e i processi federalistici e secessionisti interni ai singoli stati. E‚ evidente infatti che la concorrenza politica è tanto più efficace e benefica, quanto più è alto il numero dei governi, e di conseguenza tanto meno facili sono le possibilità di accordi collusivi tra i governanti. In conclusione la globalizzazione capitalistica non va affatto guidata, regolata, o governata, ma va lasciata libera di esplicare tutti i propri benefici effetti all‚umanità, portando ovunque libertà, pace, benessere, e sviluppo.

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