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Il coraggio di scegliere

Oggi il presidente del Consiglio espone al Senato il suo nuovo programma, costruito sulla base dei dodici punti che egli ha definito «non negoziabili». L’altro ieri il ministro Santagata — che sarà il responsabile dell’attuazione di questo programma — ha aggiunto che rispetto a quei punti vi sarà qualche novità. La debolezza numerica del governo e la grande diversità di opinioni che esiste tra i partiti della maggioranza richiedono che Prodi eviti le affermazioni di principio e che le sue dichiarazioni siano le più specifiche possibile. Se qualcuno nella maggioranza non condivide un determinato provvedimento, meglio saperlo subito: ritornare fra tre o quattro mesi al punto in cui ci siamo trovati la scorsa settimana non aiuta, né mi pare sia questo lo spirito con il quale il presidente della Repubblica ha chiesto al governo di ripresentarsi in Parlamento.

Per essere concreti: in tema di pensioni non basta dire, come è scritto in uno di quei punti: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». L’aliquota di equilibrio, cioè il contributo che ciascuno di noi dovrebbe pagare per azzerare il deficit dell’Inps, è oggi vicina al 45 per cento. (Vedi Brugiavini e Boeri lavoce.info)

Come si può chiedere a un giovane di trasferire quasi la metà del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 anni di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione — in rapporto all’ultimo salario — del 20-30 per cento inferiore a quella di chi oggi beneficia dei suoi contributi? La riforma aggiornerà i «coefficienti di trasformazione» per tenere conto della accresciuta longevità? (Su questo intervento la Cisl, ieri, ha espresso il suo veto). Introdurrà riduzioni attuariali per chi va in pensione prima dei 65 anni? Estenderà a tutti il regime contributivo
pro rata, che al momento si applica solo per la parte di contributi versati dopo il 1996 e comunque solo per i lavoratori che in quell’anno avevano meno di 18 anni di contributi?

Il settimo dei punti elencati da Prodi prevede «Azioni concrete e immediate per la riduzione significativa della spesa pubblica». Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Negli ultimi cinque anni le retribuzioni pubbliche sono aumentate, complessivamente, di quasi il 15 per cento più di quelle del settore privato. «Gli aumenti maggiori — ricorda su lavoce.info Carlo dell’Aringa, ex presidente dell’Aran, l’agenzia che negozia questi contratti — sono stati ottenuti attraverso la contrattazione integrativa a livello di singola amministrazione e sono stati concessi prevalentemente sotto forma di promozioni dei dipendenti. Promozioni tutte contrattate col sindacato e decise, tranne rare eccezioni, con criteri basati poco sulla valutazione dei singoli e molto sulla semplice anzianità di servizio». Pietro Ichino ha proposto la creazione di un’Autorità indipendente con il compito di misurare l’efficienza della pubblica amministrazione al fine di premiare i comportamenti virtuosi e punire i casi di negligenza. Arrivando, se necessario, al licenziamento o al trasferimento dei dirigenti e dei dipendenti per responsabilità oggettive. L’Agenzia fa parte del nuovo programma di governo?
«Impegno forte per scuola, università, ricerca, innovazione», si legge al punto 2. Che cosa significa in concreto?

 

Per rinnovare davvero l’università occorre cominciare da due cose (atteso che mi pare nessuno abbia il coraggio di affrontare il nodo del valore legale del titolo di studio). Primo, alzare in modo cospicuo le tasse di iscrizione — che oggi costituiscono un trasferimento dai poveri ai ricchi — e utilizzare i nuovi fondi per assegnare borse di studio «vere» ai meritevoli. Secondo, attribuire i fondi pubblici alle università in modo competitivo, sulla base della valutazione della loro ricerca. Queste valutazioni già esistono, ma il ministro Mussi si rifiuta di considerarle perché furono richieste dal suo predecessore. Invece il ministro ha creato una nuova Agenzia per la valutazione che, se tutto andrà bene, produrrà i suoi primi risultati fra un paio d’anni. Nel frattempo il governo utilizzerà le valutazioni che già esistono, oppure continuerà ancora per due anni ad assegnare i fondi a tutti gli atenei in modo indifferenziato?

Quinto dei dodici punti: «Prosecuzione delle liberalizzazioni nell’ambito dei servizi». Parliamo in concreto di televisione. Il progetto di legge Gentiloni cerca di superare il duopolio Rai-Mediaset ridisegnando un mondo
che grazie alla tecnologia già non c’è più. Adotta, come ha scritto Franco Debenedetti sul Sole 24Ore, «un modello interpretativo del sistema della Tv che era già vecchio quando c’era solo la Tv analogica, e che non ha più senso quando le piattaforme sono tante — analogico terrestre, digitale terrestre, satellite, cavo, telefonini, Internet — compresenti nelle case, e tutte in grado di offrire contenuti editoriali che concorrono a conquistare la vera risorsa critica: il tempo e l’attenzione delle persone». Il nuovo programma conferma quel disegno di legge?

Ancora al quinto punto: «Prosecuzione della liberalizzazione delle professioni». Parliamo in concreto di giustizia civile e di avvocati. Il governo ha presentato in Parlamento un progetto di legge per l’introduzione anche in Italia delle «azioni collettive» ( class action).
Ottima cosa ma, come scrive Alberto Cavaliere su lavoce.info, «la fortuna della class action negli Usa è legata al sistema di remunerazione degli avvocati. Se il cliente vince la causa, versa all’avvocato una percentuale del risarcimento ottenuto. Se invece perde non paga nulla. In Italia non solo questo non è possibile, ma in caso di sconfitta il cliente può essere chiamato a pagare anche le spese legali del suo avversario. Ciò rende una causa molto più rischiosa per un consumatore che per un’impresa impegnata in una molteplicità di cause». E’ evidente che senza intervenire sulle tariffe degli avvocati la class action rischia di non funzionare. La riforma delle professioni affronterà questo tema, e in che modo?
Insomma, Prodi ha di fronte a sé due possibilità. Proporre un discorso simile al Manifesto del partito democratico — grandi principi e poche indicazioni concrete — oppure avere il coraggio di essere specifico. Nel primo caso il suo governo sopravvivrà per alcuni mesi, ma cadrà quando si verrà al dunque delle pensioni o dei contratti pubblici. Molto meglio rischiare oggi.

 

 

 

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