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Il governo non ha più soldi stop al ritorno dei ricercatori

MILANO – “Ci dispiace, il programma “Rientro dei cervelli” è stato congelato. Le domande quest’anno non possono essere presentate. Riprovi nel 2007. Forse”. I ricercatori italiani all’estero che contavano sul programma del ministero per poter tornare nel loro Paese hanno avuto una brutta sorpresa: “Sono finiti i soldi. I finanziamenti sono stati azzerati”, allargano le braccia al Ministero per l’Università e la Ricerca (Miur).Una novità passata inosservata tra le pieghe della Finanziaria: “Per il 2006 – è scritto all’articolo 5 del decreto ministeriale 207 del 28 marzo – le disposizioni di cui al decreto ministeriale 26 gennaio 2001 numero 13 e successive modificazioni, sono differite al 2007 ed in tale anno verranno valutate anche le proposte pervenute entro il 31 gennaio 2006”. Firmato: Letizia Moratti.
Una disposizione in stile burocratico, non facile da interpretare. In concreto: “Nel 2001 – spiegano al Miur – l’allora ministro Ortensio Zecchino aveva previsto un fondo per finanziare i ricercatori (italiani, ma anche stranieri) che operavano all’estero e volevano trasferirsi nel nostro Paese. In pratica le università assumevano con contratti a tempo determinato (da 6 mesi a 3 anni) studiosi che venivano a svolgere attività didattica in Italia. Il ministero poi finanziava l’operazione”. Un programma che in 5 anni è stato utilizzato da 466 tra ricercatori e professori. La metà delle domande sono state presentate da studiosi italiani che sono così rientrati in patria. L’altra metà da stranieri (soprattutto americani, inglesi e francesi).

Le discipline più interessate sono quelle tecnico-scientifiche: fisica (25%) e informatica (22%). “Ogni anno abbiamo finanziato il ritorno in Italia di circa 50 cervelli”, spiegano al ministero. Oltre trenta università (al primo posto La Sapienza di Roma) ne usufruivano per “importare” cervelli. Fino al 28 marzo, quando il governo ha congelato il progetto.

“Per le università è stata una finanziaria terribile”, sospira Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino. Aggiunge: “Il progetto per il “rientro dei cervelli” aveva molti limiti, ma era comunque utile. Adesso resta la possibilità dell’assunzione per “chiamata diretta” prevista dalla legge, ma per il momento non ci sono le circolari di attuazione. Ogni anno – spiega Profumo – l’Italia esporta 30mila ricercatori e ne importa solo 3mila. Questo significa che siamo in grado di formare studiosi, ma non riusciamo a trattenerli”.

Duro anche Silvano Focardi, rettore dell’Università di Siena: “Avevamo già preparato le domande e all’ultimo momento il programma è saltato. Ci aspettiamo un segnale opposto dal nuovo governo. In Europa in media si investe per la ricerca l’1,6% del pil. In Italia appena lo 0,8%”.

Augusto Palombini, segretario dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) e autore del libro “Cervelli in fuga” sembra rassegnato: “In Italia è quasi impossibile fare ricerca. Molti studiosi se ne vanno e chi resta non riesce a lavorare”.

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