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Il partito tassa e spendi

Caro direttore,

 

pochi osservatori hanno notato che il combinato disposto del primo «decreto Tesoretto», della legge Finanziaria, del secondo decreto e dell’accordo sul Welfare comportano circa 37 miliardi di spesa pubblica, sostanzialmente senza nessun taglio reale di spesa, e ovviamente senza nessuna riduzione di entrate. Il partito del «tassa e spendi» ha quindi vinto ancora una volta la sua battaglia. Se poi teniamo conto del fatto che non esistono strumenti parlamentari preposti a esaminare con obiettività la quantificazione delle spese, a questo si aggiungono flussi non marginali di spese occulte, che lasciano sul campo tanti cocci che pesano sulle tasche del cittadino.

 

 

A fronte di ciò ho lanciato ripetuti segnali di allarme, come sto facendo in questi giorni in relazione alle spese aggiuntive palesi e occulte che comporta il testo del disegno di legge sul welfare così come presentato dalla Commissione Bilancio della Camera (quanto ad esempio ai lavori usuranti). Ma mi sembra giunto il momento a questo punto di un’analisi più strutturale del profondo radicamento del nostro Paese, nel centrosinistra con maggior forza (specie nelle sue frange estreme) ma anche nelle altre parti politiche, di un vero e proprio «partito unitario della spesa pubblica », annidato specie nelle Regioni e negli enti locali. La seconda Repubblica in teoria doveva basarsi sui principi del sistema maggioritario, ma mi sembra che il «proporzionalismo all’italiana» non sia mai venuto meno. E «proporzionalismo all’italiana » significa partitocrazia invadente.

 

 

 

Il suo giornale da tempo è molto attento alla questione del «costo della politica» e non si può cogliere alle radici il fenomeno del costo della politica senza tenere conto degli effetti della partitocrazia. Il meccanismo operativo della partitocrazia è infatti quello della lottizzazione, e da esso trae origine il fenomeno — solo italiano — dell’esercito fatto di decine di migliaia di persone, di consiglieri di amministrazione, consulenti e quant’altro annidati in quelle migliaia di cellule del «socialismo reale all’italiana» che sono le migliaia di enti, aziende pubbliche e municipalizzate.

 

 

 

È lì che operano quelli che si possono definire «i funzionari della partitocrazia», tutti soggetti che giustificano, motivano e consolidano la propria ragion d’essere nel chiedere e generare flussi di spesa pubblica aggiuntiva. I deficit di molte aziende sanitarie locali, enti pubblici e municipalizzate sono lì a dimostrarlo. D’altronde, come si spiegherebbe il fatto che ad esempio il disegno di legge sulla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali è stato sostanzialmente snaturato in Parlamento e ancora giace al Senato? Siamo quindi in presenza di una rete capillare diffusa nel territorio che attinge il proprio sangue ai mille rivoli della spesa pubblica, sacrificando l’interesse dei cittadini ad una minore pressione fiscale all’interesse loro e dei propri partiti alla moltiplicazione della spesa.

 

 

 

Mi pare che si tratti della questione delle questioni che attraversa il nostro sistema economico e il nostro sistema politico. Eppure nessuno ne discute e nessuno, tra le classi politiche, mostra intenzioni serie di affrontarla. Né possono bastare i timidi segnali volti a ridurre la dimensione dei consigli di amministrazione di qualche tipo di enti pubblici. Qualche osservatore nei giorni scorsi ha evidenziato che in presenza di due grossi partiti a sinistra e a destra, che sembra vogliano andare nuovamente verso una legge elettorale proporzionale, si aprirebbero le porte verso una terza Repubblica. Prima di questo eventuale passaggio, non è il caso di porsi il problema di aggredire dalle fondamenta le questioni connesse e intrecciate del modello del «tassa e spendi » e del modello della partitocrazia? Personalmente, e con i miei amici liberaldemocratici, non abbiamo alcuna intenzione di prescindere da tali cruciali questioni.

NOTE

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