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IL SILENZIO DEGLI OBBEDIENTI

La domenica dopo che p. Thomas J. Reese SJ ha lasciato il suo posto di direttore della rivista gesuita America, p. James Martin SJ, condirettore della rivista, è andato a messa nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, non lontano dagli uffici di America, nel centro di Manhattan. In seguito, diversi parrocchiani gli hanno espresso il loro disappunto per il fatto che Reese se ne dovesse andare. “La gente piangeva”, dice.
Qualche giorno dopo, Martin era ad un pub con alcuni amici. “Il barista irlandese ha scoperto che ero un prete”, racconta. “E non sapendo dove lavorassi, ha detto: ‘È terribile quello che è successo a padre Reese. Sembrava una persona così in gamba”.
La settimana successiva, Martin era in visita presso il monastero delle suore domenicane nel Bronx. Una delle sorelle gli espresse il suo dispiacere per Reese.
“Dal barista irlandese alla suora domenicana”, afferma Martin, “da un estremo all’altro dello spettro, abbiamo proprio un’ottima indicazione di quello che la gente provava”.
Ed era solo l’inizio. Nelle settimane successive, America ha ricevuto 1.200 lettere ed e-mail, la maggior parte delle quali da persone che avevano sentito voci sul fatto che Reese pagava il prezzo di aver condotto la rivista su una strada che il Vaticano trovava inaccettabile.
I 45.000 lettori di America conoscevano Reese come un intellettuale la cui impronta editoriale era piuttosto moderata e la cui rivista aveva ospitato intellettuali sia di estrazione conservatrice che progressista.
Ma le voci erano vere. Poiché nessuno – né lo staff di America, né Reese né i vertici vaticani – ha mai annunciato che Reese era stato silurato, alcuni osservatori hanno affermato che lui aveva lasciato volontariamente il suo posto e che non vi era motivo di accusare i vertici della Chiesa di censura. In realtà la partenza di Reese da America è stata il culmine di una lotta quinquennale tra la rivista e le autorità della Chiesa. Reese è diventato l’emblema di una lotta più ampia all’interno del giornalismo cattolico riguardo alla natura della sua missione.
America fu fondata da un gruppo di gesuiti nel 1909, ed oggi i preti dello staff vivono e lavorano presso la sede del giornale, un’elegante ma sobria palazzina sulla 56.ma Strada. Reese, che ama descrivere il mix di firme di America in temi di politica, teologia, e contenuto devozionale come una “Pbs cattolica”, divenne direttore di America nel 1998. Nel 2000, lamentele da parte del Vaticano erano già arrivate allo staff della rivista. Anche se non si facevano nomi specifici, una cosa era chiara: i borbottii di disapprovazione erano iniziati nella Santa Sede, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, il dicastero del Vaticano che difende gli insegnamenti della Chiesa. Per ventiquattro anni, prima di essere eletto papa, il cardinale Joseph Ratzinger ha guidato quella Congregazione.
Nel 2002, Peter Hans Kolvenbach, superiore generale dei gesuiti, disse ad America che la Congregazione aveva posto obiezioni a diversi articoli pubblicati sulla rivista, affermando che avevano aperto discussioni su temi che in realtà la Chiesa considera chiusi. Tra gli articoli in questione, ve n’era uno che, alla luce della crisi sull’Aids, riconsiderava la moralità della condanna della Chiesa riguardo alla distribuzione di condom. Un altro criticava la Dominus Jesus, documento vaticano del 2000 sul primato della Chiesa cattolica, come un passo indietro nel dialogo ecumenico. Reese ricevette un avvertimento: la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva nominato una commissione per tenere sotto osservazione America. Se Reese avesse continuato a pubblicare articoli che sfidavano l’insegnamento della Chiesa, sarebbe stato estromesso.
Reese afferma di aver preso sul serio le rimostranze. Nel periodo in cui la rivista era sotto osservazione, lo staff raddoppiò i suoi sforzi per spiegare la posizione della Chiesa sui temi più sensibili. Invitò vescovi conservatori a scrivere articoli; lo stesso Ratzinger scrisse un pezzo sull’importanza della Chiesa universale rispetto alle Chiese locali.
Nel 2003, la rivista ricevette la notizia di non essere più sotto osservazione da parte del Vaticano. Ma il successivo documento dottrinale pubblicato dalla Chiesa condannava il matrimonio gay. Lo staff di America considerò quale risposta dare. Un anno dopo la rivista pubblicava un articolo che appoggiava la posizione vaticana, seguito da risposte ad esso, e, poi, da risposte alle risposte. Il dibattito tra studiosi, sacerdoti e giornalisti rappresentava un ampio spettro di vedute e Reese venne a sapere che i vertici della Chiesa disapprovavano uno degli articoli, nel quale si appoggiava il matrimonio gay. Quando, nel 2005, Ratzinger è stato eletto papa, Reese ha capito che il suo rapporto con lui non avrebbe aiutato la rivista, così ha comunicato allo staff che avrebbe rassegnato le dimissioni. Lo staff lo ha convinto a non farlo. Ma quando Reese lo ha detto al suo superiore, p. Brad Schaeffer, superiore dei gesuiti negli Stati Uniti, è stato informato del fatto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva già chiesto le sue dimissioni.
Per coloro che seguono gli orientamenti della stampa cattolica, ciò che è avvenuto ad America non è certo una sorpresa. In altri due casi ben noti, la Congregazione aveva contestato articoli apparsi su Stimmen der Zeit, pubblicazione gesuita tedesca nata 134 anni fa, e U.S. Catholic, rivista pubblicata dai Claretiani. E se i direttori di altre pubblicazioni gestite da religiosi hanno avvertito le scosse della censura dopo l’allontanamento di Reese, quelle scosse provenivano da una scarica sprigionatasi masso scagliato ben prima che Reese lasciasse America. Era soltanto l’ultimo capitolo di un dibattito di decenni sulla missione della stampa cattolica.
Padre Richard John Neuhaus, notissimo intellettuale cattolico conservatore e direttore della rivista ecumenica First Things, afferma che una pubblicazione gestita da religiosi è simile ad un organo interno di una società, in cui vengono prima gli interessi dell’organizzazione. “Ogni direttore con la testa sulle spalle sa che lo scopo della pubblicazione è di far progredire quegli interessi”, afferma Neuhaus. L’i-deale giornalistico “equo ed equilibrato” verso cui tende la stampa laica qui non si applica.
“Che cos’è l’equilibrio?”, dice Neuhaus. “Se sei una rivista che vuole far progredire la missione della Chiesa cattolica, è equilibrio pubblicare materiale per il 50% a favore e per il 50% contro? Non è equilibrio, è una minaccia alla missione della rivista”.
Reese, ora libero docente alla Santa Clara Uni-versity nella Silicon Valley, afferma che il paragone con un organo interno di una società non è attinente; la Chiesa non è una società ma “una comunità di credenti”. I cattolici di oggi vivono in un mondo politicizzato. Temi come il matrimonio gay e l’aborto non esistono in un vuoto di insegnamento della Chiesa. “Nei secoli passati, quando i laici non ricevevano un’istruzione, questi temi erano trattati dal clero”, afferma Reese. “Beh, le cose oggi non funzionano così. È molto salutare per la Chiesa permettere libertà di stampa e libertà accademica”. Reese e altri sostengono che dissenso e dibattito all’interno della Chiesa hanno portato ad alcune delle più importanti riforme (si pensi al Vaticano II) nella lunga e complicata storia del cattolicesimo.
“L’idea che una pubblicazione cattolica debba pubblicare soltanto quello su cui Roma è d’accordo è essenzialmente non cattolica”, ha detto Tom Roberts, direttore del settimanale cattolico indipendente National Catholic Reporter. “La nostra tradizione dimostra, anche se la gente non lo ammette volentieri, che la Chiesa ha cambiato posizione su temi molto significativi”. Il settimanale di Roberts, che ha una copertura nazionale, e Commonweal
, quindicinale cattolico, hanno entrambi criticato il siluramento di Tom Reese sulle proprie pagine editoriali. Ma, a differenza di America, entrambi sono pubblicati da laici, non da ecclesiastici, e quindi non sono soggetti alla disciplina imposta dalle autorità ecclesiali.
Le pubblicazioni gestite da religiosi non hanno voluto raccogliere la sfida. Nel maggio 2005, ad un incontro della Catholic Press Association, Meinrad Scherer-Emunds, direttore esecutivo di U.S. Catholic, ha proposto che i membri pubblicassero una dichiarazione ufficiale per esprimere la propria preoccupazione per l’allontanamento di Reese. Ma l’asso-ciazione è composta per lo più da giornalisti di pubblicazioni gestite da religiosi, e alcuni membri si sono tirati indietro. “All’inizio sembrava che la gente appoggiasse il documento”, ha detto Scherer-Emunds. “Poi l’atmosfera nella stanza è cambiata e si è avvertito un senso di paura. Diversi direttori stimati si sono espressi contro di esso, e alla fine è stato bocciato”.
Negli Stati Uniti vengono pubblicati circa 170 giornali diocesani, ed anche se sono accomunati dallo scopo di dare notizie ecclesiali, il loro obiettivo e il loro contenuto variano notevolmente da uno al-l’altro. Alcuni sono poco più che bollettini, con cui i cattolici vengono informati su eventi ecclesiali e che contengono fotografie di vescovi che sorridono da tutti gli angoli della prima pagina. Altri sono più orientati alla notizia e più ambiziosi.
A differenza di America e di U.S. Catholic, i giornali diocesani hanno un interesse locale, e i loro lettori sono un gruppo composito, con diversi interessi e livelli di istruzione. Il vescovo locale è l’editore di ogni testata, e la Chiesa dà al vescovo la responsabilità di usarla per informare ed evangelizzare, nel modo che ritiene più opportuno. Ma ogni vescovo si comporta in modo diverso, e talvolta un cambio di vescovo comporta un cambiamento drastico nella linea del giornale.
Quando Robert Finn è diventato vescovo di Kansas City ed editore del The Catholic Key all’inizio di quest’anno, è andato a sostituire il vescovo Raymond J. Boland, che era stato alla guida del giornale per dodici anni. Durante la gestione Boland, il giornale ha vinto più di trenta premi e all’inizio di quest’anno ha ricevuto il 2005 Bishop John England Award, un onore che la Catholic Press Association conferisce annualmente a vescovi impegnatisi in modo eccezionale nella difesa dei diritti del primo emendamento. Albert de Zutter, che è stato direttore e general manager del The Catholic Key dal 1990, ha detto che la filosofia di Boland – cioè che i giornali non esistono solo per rigurgitare la dottrina della Chiesa – gli ha consentito di scrivere editoriali da premio che hanno acceso il dibattito su temi ecclesiali delicati. “Il vescovo Boland avrà detto un centinaio di volte ‘se vuoi un catechismo, vai a comprare un catechismo. Un giornale non è un libro di catechismo’”, spiega de Zutter. In un editoriale del settembre del 2004, nella sezione opinioni del giornale, de Zutter affermava che i cattolici non devono giudicare i politici soltanto a partire dalla loro posizione sull’aborto. Nel 2001 e nel 2002, in diversi editoriali sugli scandali degli abusi sessuali, ha chiesto più responsabilità da parte della Chiesa.
Boland, però, ha annunciato il suo pensionamento sull’edizione del 27 maggio del The Catholic Key, e fino all’inizio di ottobre la parte locale della sezione opinioni era comparsa solo una volta, sotto la gestione Finn: uno sguardo accigliato sull’acquisto di materiali scolastici. Finn ha anche eliminato una rubrica fissa tenuta da padre Richard McBrien, scrittore progressista dai toni spesso incendiari.
Finn afferma che gli articoli su notizie che comprendono molteplici punti di vista su un tema sono una cosa, ma gli articoli di commento sono un’altra. “Per uno che non sa cosa credere, il ruolo della stampa cattolica non può essere quello di occuparsi di qualcosa che è chiaramente definito nel magistero autentico della Chiesa e porlo accanto al pensiero di qualcun altro che crede in altre cose”, ha detto.
La filosofia editoriale di Finn è all’estremo dello spettro, ma non è affatto un caso unico. Nel 2003, un vescovo di Raleigh, in North Carolina, ha silurato il direttore di un settimanale diocesano che aveva pubblicato un’intervista a un teologo che criticava la Chiesa. E vescovi di tutto il Paese hanno chiesto che i giornali non pubblicassero più gli articoli di McBrien.
Alcuni ritengono che la libertà della stampa diocesana abbia avuto il suo picco dopo le riforme progressiste del Vaticano II, e che negli anni successivi la libera espressione sia poi declinata. I vescovi nominati nel corso degli ultimi due papati conservatori sono meno disposti a permettere il dibattito all’in-terno della Chiesa sui giornali diocesani.
Alcuni fatti suggeriscono che lo sforzo dei vescovi di liberare i giornali diocesani dal dibattito potrebbe essere controproducente. In risposta ad un recente sondaggio in U.S. Catholic, l’80% degli intervistati ha detto che concordava sull’affermazione “i giornali cattolici che restano estranei a temi controversi o difficili hanno contribuito alla perdita di credibilità che la Chiesa ha subìto negli ultimi anni”. Solo il 5% ha affermato di aver letto la maggior parte delle notizie sullo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica dai giornali diocesani; molti si sono affidati ai media laici. È impossibile dire se queste tendenze riflettano con precisione le opinioni di tutti i cattolici, visto che il campione era piccolo e gli intervistati erano tutti lettori di U.S. Catholic, ma la nettezza delle cifre suggerisce che vi è, come minimo, una corrente sotterranea di insoddisfazione nei confronti della stampa diocesana.
Margaret O’Brien Steinfels, condirettrice del Centro sulla religione e la cultura alla Fordham University dei gesuiti a New York, afferma che la rigidità della stampa cattolica può renderla passibile di fraintendimenti di fronte ai media laici. “Penso che sarebbe nell’interesse dei vescovi pensare seriamente alle conseguenze del fatto che i media più importanti siano il principale mezzo di propagazione dell’informazione cattolica”, afferma Steinfels.
Ma per le pubblicazioni nazionali cattoliche come America, il ruolo dei leader della Chiesa è più complicato. La censura non parte dai vescovi locali; il suo filtro viene esercitato attraverso una complessa catena di comando che comincia dalle autorità vaticane. Reese è convinto che l’approccio rigido della Congregazione per la Dottrina della Fede al dissenso può avere molto a che vedere con il dibattito culturale così come ha a che vedere con la dottrina cattolica. I cattolici in Europa, ha detto Reese, possono dissentire sull’insegnamento della Chiesa, ma il modo stridente con cui gli americani fanno sentire la propria disapprovazione sarebbe un anatema per molti europei, compresi quanti stanno a Roma.
Il successore di Reese, il veterano di America p. Drew Christiansen, è un uomo meno visibile di Reese (Reese frequentemente spiegava la Chiesa cattolica alla stampa laica) e afferma di avere una linea editoriale diversa.
“Probabilmente sono più interessato alle intersezioni della Chiesa con il mondo che alla politica interna della Chiesa”, afferma. “Mi occupo maggiormente del modo in cui la Chiesa statunitense si relaziona con la Chiesa nel mondo. Probabilmente darò un’impronta più internazionale. Voglio che gli americani sappiano che cosa succede nella Chiesa più ampia. Dopo l’elezione di Ratzinger a papa ma prima dell’allontanamento di Reese, questa linea era apparsa in un editoriale pubblicato su America: “Una Chiesa che non può discutere apertamente è una Chiesa che si ritira in un ghetto intellettuale”. La rivista ha affermato che, su questo principio, non avrà esitazioni. Lo spostamento di linea di Christiansen dal dibattito interno alla Chiesa può placare un po’ la tensione tra America e il Va
ticano. Ma lui sa di trovarsi in una situazione delicata. “Staremo attenti, ma cercheremo anche di offrire contenuti certi”, afferma. “Speriamo di essere un giornale serio che esprime opinioni serie su temi di interesse per la Chiesa”.
Non sarà una strada facile da percorrere. Per esempio, a settembre, è trapelato un nuovo documento del Vaticano che è finito in mano a diversi grandi giornali. Esso parlava di un’ispezione nei 229 seminari degli Stati Uniti. Una sezione del documento, quella che parla di un divieto di accesso dei gay ai seminari, ha provocato una forte critica da parte di coloro che vi vedono una caccia alle streghe.
Le ispezioni toccheranno molte comunità negli Stati Uniti e i giornali diocesani (e i vescovi che li pubblicano) dovranno decidere come parlarne. Lo staff di America ha già pensato la propria risposta: Christiansen ha commissionato diversi articoli sul tema. In conseguenza dell’allontanamento di Thomas Reese, il mondo gli terrà gli occhi addosso. n

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