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Il socialismo liberale e l’economia di stato

“IL socialismo riformista ha creduto in un’economia mista”, scrive Anthony Giddens (Il secolo Postsocialista, la “Repubblica”, 29 Agosto), un compromesso in cui i settori chiave dell’economia restavano sotto il controllo dello Stato, e che “era sembrato in grado di funzionare grazie ai meriti (…) della teoria economica formulata da un liberale, John Maynard Keynes”. “Oggi”, continua Giddens, “la domanda chiave è se anche questo tipo di socialismo sia morto”. Oggi? Nel 2006? Singolare domanda: è dal 1919 che prima von Mises in “Gemeinwirtschaft” e “Kritik des Interventismus” per citare solo i principali e poi Hayek negli anni 30, hanno dimostrato in modo logicamente inconfutabile che quel “compromesso” non poteva funzionare: ben prima cioé che si manifestassero le conseguenze distorsive, diseguali e dispersive di risorse” a cui ha portato, secondo Giuliano Amato, la sua traduzione anche nei contesti socialdemocratici. Singolarissima porsela, quella domanda, in un articolo che segue quello di Amato. Fu infatti lui a smantellare, quattordici anni fa, in pochi giorni, a volte in poche ore, la struttura con cui lo Stato controllava settori chiave dell’economia e della finanza, e ad iniziare a mettere sotto controllo i costi diventati insostenibili del welfare. Amato è “fiero di essere socialista” (la “Repubblica”, 28 Agosto) consapevole che i termini “eguaglianza e libertà hanno finito per contrapporsi”, e che liberal-socialista è diventato un ossimoro. Nella tensione che ne deriva, e nella capacità di trarne la forza per convincere chi, da sinistra, vi si oppone, sta la sola speranza per la sinistra di essere lei a realizzare l’agenda delle riforme che Giddens ci elenca.

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