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Inchiesta sulle associazioni radicali

li sul territorio.

Il Sesto Congresso di Radicali Italiani che si aprirà il 1 novembre a Padova sarà l’occasione di un confronto anche sulle regole e sulla forma dell’organizzazione radicale.

Nelle conclusioni di questa inchiesta abbiamo deciso di portare alla memoria lo statuto del Partito Radicale del 1967. L’intuizione maggiore all’epoca fu quella di concepire uno statuto non solo come un regolamento per un partito di pochi centinaia d’iscritti e militanti, ma ambire ad una proiezione futura, un modello e un programma di organizzazione politica per un partito da costruire, che si consideravano validi e si proponevano all’intera politica.

Crediamo sia importate ripartire da questa storica intuizione per discutere di come il movimento radicale debba, alla luce dei nuovi strumenti tecnologici, rivedere il suo modello di prassi organizzativa così come si è sviluppata negli ultimi anni.

Il congresso e la commissione n.7 dedicata a queste tematiche dovrà chiedersi se il movimento oggi preserva questa ambizione.

1. I passaggi seguiti nell’inchiesta

Le associazioni radicali sul territorio che hanno risposto positivamente alla proposta di collaborare a questa inchiesta sono state ventidue su un totale di quarantasette:

Avellino – Bruno Gambardella Basilicata – Associazione “Radicali Lucani” Bergamo – Associazione “Radicali Bergamo” Bologna – Associazione “Radicali-Bologna.it” Bologna – Associazione “Giorgiana Masi” Calabria – “Associazione “Abolire la miseria” Catania – Associazione “Radicali Catania” Cremona – Assiciazione “Piero Welby” Frosinone – Associazione “Leonardo Sciascia” L’Aquila – “Associazione “Ignazio Silone” La Spezia – Associazione “Mario Tarantino” Lecce – Associazione “Diritto e Libertà” Milano – Associazione “Enzo Tortora” Padova – Associazione “Loris Fortuna” Perugia – “Centro d’iniziativa radicale di Perugia” Piacenza – Associazione “Antonio Russo” Pistoia – Associazione “Pistoia Radicale” Pordenone – Associazione “Radicali Friulani” Prato – Associazione “Radicali Prato” Roma – Associazione “Radicali Roma” Siena – Assiciazione “Global democracy” Torino – Assiciazione “Adelaide Aglietta” Torino – Assocazione “Satyagraha” Trieste – Associazione “Per il Friuli Venezia Giulia”

La nostra inchiesta ha preso le mosse dallo studio dei dati messi a disposizione dalla tesoriera sugli iscritti al movimento Radicali Italiani negli ultimi anni e dalle ultime relazioni di tesoreria. Successivamente abbiamo trascritto e reso disponibile sul sito internet www.radioradicale.it gli interventi delle riunioni tra dirigenza nazionale del movimento e i segretari e responsabili locali. In fine abbiamo contattato telefonicamente tutte le associazioni e spedito loro un questionario con le seguenti domande:

Informazioni generali

Data di nascita dell’associazione

Numero di iscritti di quest’anno

Costo tessera

Iscrizioni e adesioni

Quali strumenti sono serviti maggiormente per trovare nuove adesioni e militanti?

Quali esperienze ti senti di consigliare alle altre associazioni locali?

Quali esperienze invece sconsigli alle altre associazioni?

Informazione

Quali esperienze hanno portato maggiore visibilità sui media locali?

Amministrazioni locali

Il rapporto con gli enti locali è stato utile per raggiungere degli obiettivi politici? Ci sono state esperienze significative?

Quali degli strumenti messi a disposizione dell’amministrazione locale sono stati utilizzati dall’associazione per promuovere le iniziative politiche?

Sono presenti nel vostro territorio progetti di democrazia diretta promossi dalle amministrazioni pubbliche? Quali?

2. Analisi delle attività delle associaizoni radicali sul territorio

2. 2. Informazioni generali: iscritti e costo tessera

La quasi totalità delle associazioni analizzate consistono in piccoli gruppi di persone che dopo la nascita di Radicali Italiani e con le opportunità previste dallo statuto del movimento nazionale, hanno deciso di istituzionalizzare la loro militanza attraverso la forma associativa.

Alcune sono la prosecuzione di un organizzazione cominciata ben prima di Radicali Italiani nato nel luglio 2001. Tra queste si rilevano particolarmente Milano, Torino, Roma, Bologna, Perugia e la Lucania.

Il numero di iscritti si attesta intorno ad una media di 18-19 iscritti se sottraiamo però alcune eccezioni rappresentate soprattutto dalle associazioni radicali nelle grandi e medie città: 130 iscritti all’Associazione Aglietta di Torino, più di 80 a Roma, 71 iscritti a Milano, 67 all’Associazione Bologna.it. Numeri superiori alla madia si registrano anche nei centri minori che hanno fissato il costo della tessera a 10 euro come Padova 70 (iscritti) e Cremona 52 iscritti all’associazione di cui 32 a Radicali Italiani. Il costo tessera comunque non sembra essere determinate in altre realtà che pur avendo fissato la quota a 10-15 euro sono rimasti con un numero basso di iscritti.

Da Bergamo arriva la proposta di rivedere le quote di radicali italiani per permettere maggiore adesione al movimento:

«L’insieme degli iscritti non coincide con l’insieme dei militanti, c’è un’intersezione di “radicali iscritti e militanti” ma sono di più quelli che solo s’iscrivono o solo militano. Ho la sensazione (mi piacerebbe fosse smentita) che a Roma ci si preoccupi molto che i solo militanti s’iscrivano, molto poco che i solo iscritti militino. Il tempo è davvero denaro, chi lo spende con costanza in un’attività non retribuita (e, spesso, dà del suo per volantini, autenticatori, sale di riunione, ecc.) “versa” molto più del tesserato che limita la sua adesione ai 200 euro. Ipotesi: tenere ferma la quota attuale come standard; introdurre una quota di 50 euro esclusivamente per i militan
ti delle associazioni locali che, in permanenza o in una data fase, autocertificano di non poter fare di più; invitare i “solo iscritti” a integrare il loro versamento con ulteriori contributi, oltre che a considerare la possibilità di contattare l’associazione locale più vicina e di darle una mano, anche saltuariamente».

2.3. Come raccogliere nuove adesioni

Quindici su ventidue associazioni ha risposto che la prima forma di “apostolato” è il tavolo per le strade. In molti consigliano come luogo ideale per fissare un banchetto i locali alla moda, le università e le scuole.

Per Avellino, L’Aquila e l’associazione calabrese “Abolire la miseria”, il mezzo che si è dimostrato più valido resta comunque il passaparola tra amici e parenti.

Quasi la totalità delle associazioni comunque fa notare come la presenza dei leader nazionali con incontri sul territorio aiuti moltissimo l’aggregazione e l’attrazione di nuove persone nelle sedi radicali.

Attività come convegni e conferenze tematiche sono giudicate da Milano, La Spezia, Frosinone, Bologna e Basilicata come mezzi comunque in grado d’incuriosire. L’associazione Aglietta di Torino ci ha raccontato l’esperienza di mostre fotografiche sostenendo questo tipo di eventi per far avvicinare nuove persone. La sede è concepita in questo caso come vero e proprio mezzo di aggregazione. Più ci sono occasioni di frequentarla, più circola gente anche per diversi motivi, più l’associazione ha possibilità di nuove adesioni.

Sono poche le associazioni che segnalano internet come mezzo di promozione. Roma informa attraverso il sito, una mailing e un web-zine. Milano offre la possibilità di prenotarsi agli appuntamenti e agli eventi lasciando una mail. Perugia dal ‘99 ha una onlist “umbrialibertaria” (Yhaoo) aperta a tutti e con 70 iscritti.

Roma utilizza di sovente gli invii postali, sconsigliati dal rappresentate dell’Associazione di Frosinone. Bergamo consiglia di tenere aggiornato la propria lista contatti con una ricerca sui siti del web radicale.

Solo Trieste e Torino hanno riscontrato nuove adesioni grazie all’informazione ottenuta da loro attività di disobbedienza civile.

Infine Catania segnala l’opportunità di lavorare attraverso comitati trasversali su temi specifici con altri gruppi e associazioni locali.

2.4. Visibilità sui media locali

Diverse sono le esperienze che hanno portato visibilità sui media locali.

Innanzitutto le proposte sui problemi locali e le inchieste pubblicate o presentate in conferenze stampa. Iniziative del genere sono ad esempio la vicenda della RU486 di Viale a Torino, la campagna sul registro delle unioni civili di Roma, le inchieste di Maurizio Bolognetti in Basilicata, ma anche iniziative a Frosinone, Prato, L’Aquila e Perugia.

Alcune associazioni come Avellino, Milano, Bologna, Perugia e Pistoia sottolineano come sono soprattutto progetti legati a campagne nazionali e conferenze stampa di leader del movimento a garantire un riscontro sui media locali.

Milano, Torino, Pordenone e Roma insistono sull’essenzialità di costruire una rete di contatti con la stampa a cui mandare i comunicati. Alessandra Pinna presidente di Radicali Roma ci fornisce un interessante “breviario per la perfetta conferenza stampa”:

Mandare mail o fax 2 gg prima

Chiamare il giorno dopo e chiedere se è già prevista la presenza di qualcuno (ahimè cosa rara…ma è bene premere)

Durante la conferenza prendere tutti i dati del giornalista – nome della testata, cellulare e mail personale- in modo da poterlo contattare e mandargli i comunicati per via diretta le volte successive

Distribuire alla conferenza il comunicato di convocazione ponendo in evidenza i nomi e le qualifiche di coloro che intervengono e il recapito telefonico di qualcuno che possa successivamente esser chiamato dai giornalisti in caso di dubbi (chiamano, te lo assicuro!!!!) >Sarebbe meglio consegnare anche un piccolo dossier che può aiutare i giornalisti…spesso stanno lì senza sapere bene di cosa si sta parlando…

Subito dopo la conferenza è bene aver pronto un comunicato da mandare a tutto l’indirizzario media, è utile soprattutto per gli assenti.

Controllare gli articoli usciti il giorno seguente e chiamare in caso di errori facendolo notare senza esser sgarbati…instaurare un buon rapporto con i giornalisti è fondamentale

2. 4. Consigli agli altri dirigenti locali

Un consiglio sulla condotta dei responsabili locali è stato espresso dall’Associazione Aglietta di Torino:

«Chi dirige l’associazione ha la responsabilità di far sì che le diversità possano esternarsi e quella di cercare di armonizzarle per giungere alla decisione delle priorità di iniziativa. Tutti devono potersi sentire partecipi e non meri strumenti per l’esecuzione del lavoro. L’impegno politico è volontario, l’unico modo di ottenerlo dalle persone è quello di renderlo piacevole ed entusiasmante… anche gratificante personalmente».

Interessante lo scambio tra le due associazioni di Bologna. Da una parte si consiglia di cambiare spesso segretario e tesoriere per andare più stimolo all’azione, dall’altra si consiglia di essere sempre disponibili al momento del bisogno.

Da Bergamo arrivano due consigli. Il primo è molto pratico:

«Meglio predisporre blocchetti con ricevute d’iscrizione distinte per ogni stella o pianeta della galassia, molti hanno un blocco di fronte al sospetto di aderire indirettamente – facendo la tessera della Coscioni o di Nessuno Tocchi Caino – anche ai radicali, moltissimi altri non tollerano l’idea di associarsi a qualcosa che abbia a che fare con un partito tout court. Siamo quelli delle doppie tessere e della nobiltà della politica, ma le mentalità diffuse sono altre, un approccio morbido e graduale sarebbe più fruttuoso».

La seconda proposta è a favore di una “libreria di strada”:

«Particolarmente utile è avere a disposizione materiale che diffonde informazione (ancora, ottima l’Agenda Coscioni). Ora, di materiali da diffondere ce ne sarebbero tanti: da opuscoli come “Fiat, quanto ci costi?” e “8 per mille” a libri come “A sinistra del PCI” e “Lasciatemi morire”, a produzioni di singole associazioni (per esempio, Torino sulla RU486, o Firenze sulla storia del Partito Radicale, come ho appreso ascoltando la riunione di domenica), ma manca una organizzazione e promozione stabile e complessiva, la creazione di una sorta di catalogo in cui le associazioni locali possano scegliere titoli e numero di copie».

In generale sono molti i consigli quasi uno per associazione: fare assoluta attenzione dal commettere atti che possano danneggiare la credibilità del movimento, gestire forum telematici è sconsigliato per la perdita di tempo che questo comporta, evitare l’autoreferenzialità tra radicali, evitare di spendere soldi per spazi pubblicitari sui giornali, non disperdere energie su iniziative come quelle delle petizioni inutili, non chiudersi agli iscritti ma prevedere una qualità nell’accoglienza dei nuovi militanti, non trattare gli altri compagni come meri esecutori di decisioni prese altrove.

2.5. I rapporti con le amministrazioni locali

Dalle risposte pervenute il primo motivo di contatto tra i militanti organizzati nelle associazioni radicali sul territorio e l’amministrazione locale è legato alla ricerca di adesioni a campagne nazionali. La Basilicata ad esempio ha trovato molti consensi sulle iniziative contro la pena di morte e in favore del popolo montagnar ed è riuscita a far passare delle mozioni in favore dei progetti “Irak Libero” e “Libertà di Parola”. L’Aquila sulla moratoria, a Pistoia si è ottenuto l’affissione della bandiera del Tibet in una sala comunale e delle mozioni in favore della Moratoria e della Cecenia. A Biella,
negli anni in cui la città era la prima nelle graduatorie sui malati di AIDS, attraverso una collaborazione sul tema della riduzione del danno si è ottenuto la possibilità di scegliere il metadone nei SERT locali.

Un altro sostegno di cui tutti fanno particolare menzione è la disponibilità di alcuni consiglieri delle amministrazioni locali nell’autentica delle firme per i referendum. Così pure l’offerta di utilizzo di aule comunali per assemblee e convegni.

Perugia segnala il successo dell’interlocuzione con il comune in esperienze significative come l’adozione nel piano sanitario regionale di una apertura alle tecniche alternative per le IVG , la collaborazione per miglioramento degli strumenti di partecipazione popolare a livello comunale e il sostegno di singoli amministratori su petizioni a ricaduta locale o nazionale.

Sei associazioni sottolineano con diverse sfumature che senza la presenza politica dei radicali nelle istituzioni locali non c’è possibilità d’incidere realmente nell’amministrazione.

Quattro associazioni infine non registrano alcun tipo di attività con le amministrazioni.

3. Gli strumenti di democrazia diretta

3. 1. Esperienze di democrazia dirette promosso dalle amministrazioni locali

Su questo aspetto, tranne rarissimi casi che non mancheremo di menzionare, le associazioni radicali denunciano come poco è stato fatto e molto c’è ancora da fare. Alcune associazioni come l’”Adelaide Aglietta” di Torino sostengono che non sono previsti nello statuto possibilità e strumenti utili.

Le associazioni più coscienti di questa problematica sostengono che nei rarissimi casi in cui un processo di consultazione referendaria viene avviato è proposto da coalizioni trasversali con un consenso ampiamente maggioritario e anche in questi casi l’esito è incerto. Questo sistema è bene descritto da Cremona:

«Il referendum è stato utilizzato solo una volta 14 anni fa da un ampio comitato promotore. Il referendum superò il quorum e vinsero i Si ma l’esito fu vanificato da una delibera della Giunta comunale che decise l’esatto contrario».

Con questi criteri sono stati promossi referendum a Roma, Prato, Bergamo, Perugia e Bologna.

La regione Piemonte ha preso parte da una proposta di legge regionale.

A Roma come in altre città si sono cominciate a sperimentare assemblee per il bilancio partecipativo ma i radicali sono unanimi nel descrivere questi processi come imposti dall’alto e con finalità e utilizzo reale solo di gruppi elitari e già con potere in Consiglio.

A Pordenone infine si è gran parlato del piano di applicazione dell’Agenda 21 (documento di intenti ed obiettivi programmatici, approvato nel corso della Conferenza ONU su ambiente e sviluppo) . Il Progetto Agenda 21 di Pordenone si basa sull’attivazione e la gestione di un processo partecipato che prevede il coinvolgimento attivo dell’Amministrazione Pubblica e dei rappresentanti dei vari settori delle realtà che interagiscono con il territorio. Il luogo dove avviene la concertazione è il Forum di Agenda 21.

3. 2. Utilizzo degli strumenti offerti dagli statuti locali

Dalle risposta delle associazioni locali e da ulteriori approfondimenti, si registra come poco è stato fatto per attivare e utilizzare alcuni strumenti di democrazia diretta che gli statuti locali, a seguito della Legge Cost. n. 3/01, art. 7, che disciplina il nuovo articolo 123 della Costituzione, devono prevedere.

Lì dove si registrano tentativi di attuazione i problemi comunque non mancano. Primo fra tutti l’ostruzionismo delle amministrazioni locali esplicitato in primo luogo nella mancata delibera dell’apposito regolamento annunciato nello statuto.

L’iniziativa di Perugia è significativa:

«l referendum regionale non ha funzionato per quanto riguarda la nostra esperienza perché al momento è depotenziato da cavilli che permettono di fatto al Presidente della Regione di rinviare la consultazione fin che poi il consiglio riesce ad annullarla (è accaduto per il referendum sulle indennità dei consiglieri regionali, in cui abbiamo anche noi radicali raccolto parte delle 13.000 firme necessarie nel 2004 e poi per tre anni ci siamo visti rinviare la consultazione per poi arrivare alla chiusura definitiva dopo una piccola modifica della legge da parte del Consiglio)».

Anche a Bergamo nonostante si siano raccolte firme su una delibera d’iniziativa popolare manca un regolamento applicativo. Tale regolamento è stato concordato successivamente con il segretario generale del comune. A Catania sono pronte quattro petizioni al Consiglio comunale e partirà entro poche settimane una raccolta di firme. Una delle 4 petizioni chiede proprio l’emendamento di del regolamento sugli strumenti di democrazia diretta.

Tra le iniziative che hanno trovato meno impedimenti registriamo una proposta di delibera popolare a Roma, Padova e in Basilicata.

Sedici delle ventidue associazioni consultate in questa inchiesta non registrano alcune attività a favore degli strumenti di democrazia diretta.

Note a margine

«Dalle associazioni di partito ad un partito di associazioni». Lo statuto del 1967

“Chi dice organizzazione, dice tendenza all’oligarchia” scriveva Robert Michels novanta anni fa. Compito di un movimento antioligarchico era quello di riuscire a governare questo rovinoso destino.

La missione che fin dai primi anni i giovani dirigenti della Sinistra radiale (Pannella, Teodori, Stanzani, Spadaccia, Bandinelli, Aloisio e Giuliano Rendi ecc.) si proposero per riformare il Partito Radicale, fu ispirato a questa idea forza: ogni movimento nuovo, ogni nuova esperienza di lotta, per essere vitale, deve contenere in sé una ipotesi e un progetto organizzativo, deve fondarsi su una teoria dell’organizzazione che già nella prassi si dimostri laica e consenta di sperimentare e attuare forme di autogestione non solo politica ma anche materiale e finanziaria.

Erano gli anni dei grandi partiti dei massa e dei loro successi organizzativi. Erano gli anni in cui il Partito Radicale aveva ideato, per i suoi primi anni di vita, uno statuto molto simile per certi versi ai vecchi modelli d’organizzazione.

I nuovi dirigenti, che da metà degli anni ‘60 ereditarono il partito garantendone la continuità legale, elaborarono forme e idee ereditate dall’esperienza nella quale molti avevano mosso i primi passi: l’Unione Gogliardica Italiana.

La laicità era intesa dai giovani dell’UGI, come era stata espressa nel dopoguerra da Adriano Vanzetti: “Noi non portiamo un’ideologia, ma un metodo. E la nostra validità sta nell’aver preso coscienza di questo metodo, e il nostro dovere è di applicarlo, e di renderne partecipi gli altri”.

Se il fine prefigurava i mezzi, le istanze laiche e democratiche presero corpo nella carta fondamentale nella vita di un partito. Il nuovo statuto fu elaborato e approvato nel 1967.

Attraverso quel testo di poche pagine, i radicali riuscirono a respingere innanzitutto quella contraddizione per cui per combattere più efficacemente l’avversario se ne devono adottare i metodi e tanto più è sicuro il successo quanto più quei metodi di organizzazione.

Tentarono di realizzare nella organizzazione un progetto di promozione della e delle libertà anziché di creazione del e dei poteri: “Noi – sosteneva Pannella – ci siamo detti che la libertà, come l’amore, come ogni altro valore è un prodotto sociale”. L’attenzione costante alle regole alle forme pubbliche di dissenso furono le poche forme di disciplina di partito. Una maggiore organizzazione, burocratizzazione del PR, avrebbe privato di quello spontaneismo e di quella libertà di movimento che furono alla base dei suoi successi politici. Allo stesso tempo però un partito troppo disorganizzato avrebbe compromesso la possibilità di una
azione politica incisiva.

L’idea che sta al fondo di questa impostazione si ritrova tutta nella visione federale e nel rapporto tra centro e periferia.

La volontà di una struttura non rigida né burocratica, ma snella e articolata, in continuo scambio con le strutture collaterali come i circoli di cultura, le consulte o i convegni dedicati allo studio di particolari problemi, prevedeva che l’associazione non fosse il mini-rappresentante del partito in un ristretto ambito territoriale, sul modello delle tradizionali sezioni, che a loro volta si rifacevano ai criteri di decentramento amministrativo statale, bensì l’aggregazione di più radicali intenzionati a realizzare una propria iniziativa politica, culturale e “sindacale”. Ne conseguì che nello stesso ambito territoriale potevano coesistere più associazioni, ciascuna con propri obiettivi. Il tentativo era quello di costituire “non associazioni di partito, ma un partito di associazioni”.

Secondo le intenzioni dei radicali, il partito regionale avrebbe dovuto essere il vero Partito Radicale’ che, confederandosi a altripartiti radicali’, avrebbe dato vita a un `partito federale’. “Occorre rovesciare un atteggiamento che è stato caratteristico delle organizzazioni unitarie nel periodo frontista – scriveva Pergameno nel ‘67 – quello per il quale gli aderenti a queste organizzazioni si sentivano prima di tutto rappresentanti del loro partito. Se si tratta di organizzazioni di base che nascono da esigenze reali e autonome, l’atteggiamento deve essere rovesciato: sono i militanti di queste organizzazioni che devono farsi portatori di quelle esigenze verso il proprio partito e non viceversa” .

Lo statuto del 67 è rimasto fino ad oggi il testo essenziale della teoria della prassi organizzativa dei radicali in Italia. Messo in discussione in molti congressi, attuato, ma mai completamente, non è stato superato. Fu in primo luogo e nel momento della sua elaborazione e approvazione, uno sforzo teorico di capire la realtà politica del paese e il modo d’essere e le strutture della politica, e di prospettare una soluzione alternativa.

In conclusione, l’intuizione maggiore del 1967 fu quella di concepire uno statuto non solo come un regolamento per un partito di pochi centinaia d’iscritti e militanti, ma ambire ad una proiezione futura, un modello e un programma di organizzazione politica per un partito da costruire che si consideravano validi e si proponevano all’intera politica.

Crediamo sia importate ripartire da questa storica intuizione per discutere di come il movimento radicale debba, alla luce dei nuovi strumenti di rivedere il suo modello di prassi organizzativa così come si è sviluppata negli ultimi anni.

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