«Sull’Ici e la Chiesa solo falsità, inesattezze, semplificazioni abnormi». Alla Conferenza episcopale italiana non piace l’annunciata iniziativa della Commissione Ue sulla verifica delle esenzioni Ici agli edifici non di culto degli enti ecclesiali. Ma non piace — soprattutto — che si parli di «benefici fiscali concessi alla sola Chiesa cattolica». L’iniziativa Ue era stata anticipata da Repubblica lunedì scorso. Ieri, la risposta dell’episcopato, con il segretario generale Cei, l’arcivescovo Giuseppe Betori, mentre il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», parla di «maligne deformazioni» in un anonimo corsivo attribuibile, quindi, al direttore Dino Boffo.
Monsignor Betori — parlando alla Radio Vaticana dell’incontro dei giovani col Papa del prossimo settembre a Loreto — ha sostenuto che «il problema non riguarda la Chiesa cattolica, ma gli enti non profit. Riguarda, inoltre, tutte le confessioni religiose che hanno stipulato l’Intesa con lo Stato, in quanto assimilate agli enti non profit. Per cui, è falso dire che è un problema della Chiesa cattolica nei confronti dell’Ici. E’ piuttosto un problema degli enti non profit nei confronti dell’Ici». «La Chiesa — assicura Betori — paga l’Ici per tutti i locali usati a fini commerciali, mentre è esente quando svolge attività non profit anche se eseguite con modalità che entro una certa sfera coinvolgono aspetti fiscali». E, come esempio, indica le mense della Caritas che «offrono pasti gratuiti ai poveri tramite la stipula di convenzioni comunali. Per cui i Comuni non possono far pagare la tassa lei per questi locali».
Ma non tutti nella Chiesa sembrano così convinti. Richieste di «chiarimenti» arrivano proprio da due ex direttori della Caritas italiana, i monsignori Giuseppe Pasini e Giovanni Nervo, intervenuti ieri al convegno delle Caritas diocesane di Montecatini. Pasini auspica «che la Chiesa affronti la questione dell’Ici per gli edifici commerciali, rinunciando magari ad eventuali diritti». Nervo, invece, invita la «Cei ad affontare con coraggio e chiarezza la questione e a dare una informazione oggettiva e concreta per evitare chela comunità cristiana sia scandalizzata, con rischi per la stessa attività pastorale della Chiesa».