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La carica dei 101 enti, così inutili e duri a morire

  È la carica dei 101. Tanti sono gli enti inutili soppressi e non ancora liquidati. E, visto il tempo che occorre per estinguersi, a questi organismi solo in apparenza malati ma in realtà semi-immortali, c’è da scommettere che sarà durissima stanarli dalla giungla: come certi soldati giapponesi, ancora nelle Filippine quarant’anni dopo Hiroshima. L’atomica fu sganciata sugli enti inutili il 4 dicembre 1956, si chiamava legge 1404: ha avuto lo stesso effetto di un petardo. In questo mezzo secolo, infatti, gli enti sono passati da 823 degli esordi a 101 attuali, con una mortalità di una quindicina scarsa all’anno. In compenso, le Lati hanno resistito 48 anni prima di volatilizzarsi. Lati stava per Linee aeree transcontinentali italiane, creatura littoria del trasvolatore Italo Balbo e del primogenito di Mussolini, Bruno, morto giovanissimo in un incidente aereo.

 


La Fintecna
– C’era una volta l’Iged, vale a dire Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti. Bene o male riuscì a far fuori centinaia di organismi, ma per la legge del contrappasso cinque anni fa fu dichiarato ente inutile. Avete capito bene: suo compito divenne suicidarsi. Nel 2004 le funzioni dell’Iged passano alla Fintecna, antica creatura Iri che si occupa anche della cartolarizzazione, la vendita del patrimonio immobiliare pubblico. Per un milione e mezzo di euro annui, l’azienda fa il lavoro del vecchio Iged e ogni anno deve presentare un piano al Parlamento. Da quello del 2006 risultano chiuse 34 liquidazioni gestite da Iged e Fintecna, soprattutto casse mutue artigiani e commercianti, e 4 liquidazioni affidate a commissari esterni. Queste ultime sono il Fondo di previdenza per gli uffici del lavoro e della massima occupazione, la Finanziaria agricola meridionale, la Ricerca economica statistica e servizi e le gloriose Lati.

 

Immobili – Il patrimonio immobiliare degli enti sopravvissuti comprende 419 unità. Alcuni anno or sono, a proposito di cartolarizzazione, qualche anima candida tentò di venderle. «Esperimento revocato a seguito delle difficoltà in ordine alla realizzazione di questa procedura», dice la relazione al Parlamento sullo stato della liquidazione degli enti disciolti. Così, la legge 296 dell’anno scorso dispone che Fintecna si faccia carico degli immobili delle gestioni liquidatorie di cui alla legge 1404 del paleolitico 1956. Vale a dire: se questa roba non si riesce a vendere, se la comperi la società di liquidazione. Per non meno di 180 milioni di euro, però.

 

Crediti e debiti – La Fintecna stima che gli enti superstiti abbiano crediti per 137 milioni di euro e debiti per 208. «Bisognerà quindi procedere alla verifica sia dell’eventuale intervenuta prescrizione per decorso dei termini delle pretese vantate nei confronti delle liquidazioni, sia dell’esigibilità dei crediti, nonché dell’opportunità di procedere alla loro cancellazione qualora l’incasso risulti troppo oneroso», recita la relazione. Sì, perché una delle innumerevoli mine sulla strada dell’estinzione è che non vi siano contenziosi aperti.

 

Sempre le Lati sugli scudi: s’è trascinata per anni una causa per certi terreni in Brasile che non si capiva di chi fossero. Altro ostacolo non da poco: se il personale “dismesso” fa causa, prevalentemente perché contesta nuovi o vecchi contributi previdenziali, ecco che l’ente non si liquida. Cioè, è morto ma non sepolto. «Con la dismissione del patrimonio immobiliare e la definizione delle posizioni previdenziali del personale degli enti soppressi, molti ostacoli saranno superati», si sbilancia Paolo Cento, sottosegretario all’Economia con delega a falciare gli enti inutili.

 

Gli archivi – Centinaia di enti dichiarati morti significano migliaia, milioni, miliardi di incartamenti. Che pesano. Da molti anni tutta questa carta è in via Salaria 971 a Roma, in uno stabile dell’Ente nazionale cellulosa: ente inutile e soppresso, naturalmente. Si è però deciso di spostare tutto a Monterotondo, in uno stabile del Tesoro. Come in tutti i traslochi, si è decisa una scrematura, via la cartaccia inutile. Come si fa in Italia? Si forma un gruppo di lavoro, che legge, vaglia e pensa: cinquantamila faldoni si possono… sopprimere? Non sia mai! Sottoporre «all’apposita Commissione di sorveglianza sugli atti d’archivio». La commissione ha deciso in pochi mesi, a onor del vero, che 38 mila faldoni di Fapi e Onpi pace all’anima loro possono essere distrutti. In attesa del rogo, la Sestito Traslochi trasporta a Monterotondo altri duecentomila faldoni. Più armadi vari.

 

Riduzione dei costi – Le liquidazioni “distinte”, condotte cioè da commissari liquidatori e non affidate a Fintecna, sono state trasferite, con tanto di archivi e sedi legali, nella sede dell’Iged. «Per realizzare significative sinergie organizzative», spiega la relazione. La Ragioneria dello Stato ha inoltre nominato dei comitati di liquidazione, presieduti dai liquidatori uscenti e composti da dirigenti della Fintecna. Al presidente andrà il 40 per cento del compenso percepito un tempo come commissario liquidatore, agli altri componenti il 30 per cento. Il 31 dicembre questi comitati scadranno.

 

Napoli e l’avvocato – Nonostante fosse stata messa in liquidazione, la società che si occupava del bradisismo nell’area flegrea, a Napoli, lavorava lo stesso. La relazione alla Camera parla anzi di «rilevante attività (ma non era un ente inutile?) per affidare in concessione lavori per interventi infrastrutturali finanziati dallo Stato, dalla Regione Campania e dall’Unione Europea». Compromesso all’italiana immancabile: cessata l’attività della gestione liquidatoria, tutta la baracca è passata a una gestione commissariale regionale.
Una bella grana è quella messa in piedi da tale avvocato Stefano Traldi, che avrebbe assistito Ente cellulosa e Iged. Per venti mesi di lavoro chiede la bellezza di 21,5 milioni di euro, 43 vecchi ma bei miliardi di lire. Fintecna non intende tirare fuori tanti soldi.

 

E in futuro? – «Possibile che in mezzo secolo un problema del genere non sia stato risolto?», si domanda Enrico Costa, deputato figlio di quel Raffaele Costa per anni fustigatore di malcostumi e di enti-zombi. Promette una mozione, chiede una commissione parlamentare poi l’occhio gli cade sulla legge del ’56. E allarga le braccia, prima di aprire un libro di papà. «Trecento enti dei quali non si conclude la liquidazione costano allo Stato dodici miliardi l’anno», scriveva. Sono passati quasi dieci anni.

 

(1-Continua)

La carica dei 101 enti, così inutili e duri a morire
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